1987. E il mondo del rugby non fu più lo stesso

Soldi e spettacolo, il binomio vincente del rugby

Ad oggi, è uno dei cinque eventi sportivi più seguiti al mondo. Come il Super Bowl, i Mondiali di calcio, le Olimpiadi. Molto più di altre manifestazioni, come le Olimpiadi Invernali, e i vari Mondiali di sport decisamente più diffusi e praticati, ma che, al confronto, impallidiscono miseramente. Stiamo parlando della Coppa del Mondo di rugby, forse la più recente manifestazione sportiva introdotta nel panorama internazionale. Che si svolge, chiaramente, ogni quadriennio, curiosamente solo in anni dispari, in alternanza tra emisfero Nord e Sud. E a cui partecipa, ovviamente, solo il meglio del meglio. Ma è stato sempre così? Non esattamente. Anzi, la genesi è stata piuttosto particolare, e anche travagliata.

Un “anticipo” in verità c’era già stato

Correva l’anno 1919; col patrocinio del re d’Inghilterra Giorgio V°, venne organizzato il “Trofeo imperiale”, così chiamato perché vi presero parte tutte le nazioni che, all’epoca, facevano parte dell’Impero britannico: Nuova Zelanda, Australia, Canada, Sudafrica, più una selezione dell’esercito e una dell’aviazione. I neozelandesi, vincitori del torneo, si scontrarono poi con i francesi, battendo anche loro e diventando una sorta di “campioni del mondo”.

Il fatto è che questo era rimasto soltanto un tentativo. Le squadre europee preferivano di gran lunga confrontarsi nell’annuale 5 Nazioni, e lasciare ai “Tour” (così si chiamavano le lunghe trasferte in terra straniera che vedevano coinvolte le varie nazionali di rugby) il compito di “testare” le Nazioni dell’emisfero Sud. Per non parlare poi dei neozelandesi e dei sudafricani, a cui interessava solo la cosiddetta “battle for the rugby crown”, vale a dire le reciproche sfide che ogni cinque anni vedevano le due superpotenze affrontarsi senza esclusione di colpi, in una specie di spareggio per decidere chi fosse più forte. Di organizzare un Mondiale, quindi, nessuno ne sentiva il bisogno.

Il circo del rugby rischia di chiudere

La situazione cambiò improvvisamente agli inizi degli anni ‘80, quando il vento del professionismo iniziò a soffiare, feroce e costante, contro i capisaldi del rugby tradizionale. Per dirla a breve: sempre più giocatori passarono dal rugby canonico a 15 a quello a 13, attratti dai più che generosi compensi che questo offriva. Ed erano atleti decisamente di spessore, quindi il rischio di “perdere” i migliori si faceva sempre più strada.

Serviva un qualcosa che permettesse di fermare l’emorragia, un grande evento appunto. E qui si fece strada l’idea di organizzare un Mondiale, che permettesse alla Federazione Internazionale di incassare una bella somma, utile a difendere i propri interessi dall’assalto del professionismo. All’inizio, alcuni Paesi, soprattutto tra i “britannici”, non erano favorevoli alla proposta, ma il rischio di una scissione sportiva, che avrebbe favorito il rugby professionistico, li fece tornare sui loro passi. La macchina dell’organizzazione potè finalmente mettersi in moto. Era il 1985. Come sede delle partite, si decise di svolgerle in parte in Australia, e in parte in Nuova Zelanda (per non scontentare nessuno: infatti entrambe si erano offerte come sede ospitante).

Quanta fatica, ma si parte!

I problemi spuntarono immediatamente come funghi: dal trovare degli sponsor che finanziassero l’evento (si pensi che il principale fu la Kdd, un’azienda di comunicazioni…giapponese!), fino alle aste da effettuarsi per le televisioni che volessero trasmettere l’evento (e che vide primeggiare emittenti minori, dato che a quelle principali tutta la faccenda sembrava un grosso azzardo). Ma quello più spinoso fu: chi doveva prendere parte al campionato del mondo? Tempo per effettuare dei match di qualificazione non ce n’era, quindi si decise di procedere per inviti. Oltre alle due organizzatrici, vennero scelte altra 14 squadre (tra cui, ovviamente, quelle che partecipavano al 5 Nazioni). Tutti, naturalmente, accettarono.

Restava solo da decidere cosa fare col Sudafrica: dagli albori una potenza della palla ovale, di fatto però ancora in pieno “apartheid”. Con tutta una serie di strascichi, di incidenti, di polemiche. Le castagne dal fuoco le tolse lo stesso Presidente della Federazione sudafricana, Danie Craven, che decise che qualunque invito sarebbe stato rifiutato in ogni caso. Scampato il “pericolo”, era tutto pronto: il 22 maggio 1987, a Auckland, ci fu la partita d’esordio. L’onore del battesimo toccò all’Italia, opposta, ahimè, ai favoritissimi All Blacks. Fu un massacro.

Nessuna sorpresa, tranne…

70 a 6 per i neozelandesi, che segnarono ben 12 mete, di cui una con Kirwan che partì addirittura dai propri “22” (sarebbe come l’area di rigore) e corse tutto il campo dribblando azzurri come birilli e lanciandoli via come pupazzi.

Anche negli altri gironi, la differenza tra la nobiltà ovale e il resto del globo apparì netta: zero sorprese, e chi doveva qualificarsi lo fece. L’Italia per un pelo non ci riuscì, fermata solo dalla differenza mete, e da un regolamento che favoriva, in caso di arrivo a pari punti, chi era meglio posizionato nella classifica dell’International Rugby Board: a passare, così, furono le Figi. Anche gli ottavi, si pensava, non riserveranno colpi di scena; infatti neozelandesi, australiani e francesi vinsero senza problemi contro, rispettivamente, scozzesi, irlandesi e figiani. L’ultimo quarto era Inghilterra-Galles, con lo squadra britannica favorita contro un Galles in declino. “Vinceremo senza patemi!” sentenziarono gli esperti anglosassoni. Peccato che, quando i gallesi vedono una maglia bianca con la rosa sul petto, si trasformano: sfornando una prestazione da urlo, i dragoni misero a ferro e fuoco la difesa inglese. Finì 16 a 3 e, tra lo stupore generale, l’Inghilterra tornò a casa.

Due semifinali in grande stile

I gallesi, galvanizzati, si presentarono in semifinale pronti a fare lo sgambetto anche agli All Blacks. Ma gli avversari erano di ben altra pasta, uno squadrone senza punti deboli, forte, temibile ed esperto in ognuno dei 15 giocatori che scendevano in campo: la marea nera sbriciolò i poveri diavoli rossi, seppellendoli sotto otto mete e una cinquantina di punti (49 a 6, per la precisione). A questo punto, tutti pronosticavano una sfida in finale, ad Auckland, contro l’altra favorita, ovvero l’Australia.

Tutti…tranne i francesi, che, trascinati sul campo dai loro fenomenali trequarti (Blanco, il “Pelè del rugby”; Sella, il centro da oltre 100 caps, cioè presenze, con la nazionale; “Napoleone” Berbizier, geniale mediano di mischia), e sorretti da una mischia tenace, piazzarono la seconda sorpresa del torneo battendo per 30 a 24 (ben 4 mete a 2) i Wallabies a casa loro, al termine di una partita ad altissimo coefficiente di spettacolarità.

Galletti vs Felce, chi vincerà?

La finale quindi fu una sfida tra i due emisferi della palla ovale, tra due concezioni diverse del gioco del rugby. La fantasia della cavalleria leggera transalpina contro la fisicità e la mischia monolitica dei padroni di casa. Ma nemmeno la Francia poteva nulla contro lo strapotere neozelandese: nonostante l’impegno e le energie profuse, la vittoria arrise agli All Blacks, che rifilarono ai malcapitati galletti tre mete e 29 punti.

Michael Jones, terza linea maori dei “tuttineri” (che, a causa del suo credo religioso, si rifiutava sempre di giocare di domenica), venne premiato come miglior giocatore del torneo. I festeggiamenti? Un bel giro di campo con la coppa, qualche foto ricordo, una birra, e nulla più. Il giorno dopo Green, ala della squadra neozelandese, era seduto alla fermata dell’autobus col cestino del pranzo. Stava andando al lavoro, come tutti i giorni. Ma gli occhi erano già rivolti alla Gran Bretagna. Quattro anni di attesa, e una nuova coppa da conquistare.

Michele Pieloni

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