1991. Il rugby “Mondiale” alla conquista dell’Europa

Un’attesa di cui è valsa la pena

Quattro anni di attesa, e poi prese il via il secondo Mondiale di rugby. Per l’alternanza, stavolta toccò all’emisfero Nord. Quattro gironi, e ben cinque Paesi ospitanti: alle “Union” britanniche si affiancava la Francia (in pratica, un Mondiale nelle sedi del 5 Nazioni). Stavolta, c’era stato tutto il tempo per effettuare le qualificazioni, da cui però vennero esentate le prime otto classificate della passata edizione; l’Italia non era, come abbiamo visto, tra queste, ma riuscì a vincere il proprio girone eliminatorio senza nessun problema.

Grande assente, anche stavolta, era il Sudafrica, ormai isolato a livello politico e sportivo, e con l’apartheid più vivo che mai. Ed era un’assenza davvero pesante, visto la squadra che si ritrovava. Ma il rischio di incidenti e di contestazioni era troppo alto, e quindi la Federazione Internazionale fu irremovibile. Fu però l’unico “incidente di percorso”.

Piatto ricco, stavolta si fa il botto

Contrariamente a quattro anni prima, questa volta gli sponsor fecero a gara per essere presenti, i biglietti andarono letteralmente a ruba, e le televisioni di ogni angolo del mondo pagarono fior di quattrini per poter trasmettere l’evento. Diverse riviste anche non di sport, come il “Time”, dedicarono la loro copertina al Mondiale e al rugby in generale.

Tanti bei soldini piovvero nelle casse della Federazione, ma non degli atleti, i quali si videro corrisposto un misero gettone di presenza (si parla di 20 sterline…) per ogni partita del Mondiale disputata, più naturalmente il rimborso spese per il soggiorno. La cosa fece storcere il naso a parecchi, ma ormai il dado era tratto; questa fu una delle prime “picconate” che contribuì a far crollare, seppur in parte, il mito di uno sport che si riteneva tanto puro e intoccabile da poter resistere alle lusinghe dei soldi. Anzi, fu proprio una delle cause che spinsero poi il rugby canonico verso il professionismo, e senza neanche dover attendere troppo.

Tante sfide d’altissimo livello

La partita d’esordio del Mondiale vedeva di fronte due grossi calibri: la Nuova Zelanda, campione in carica, e l’Inghilterra, fresca vincitrice del 5 Nazioni. Sfida decisamente combattuta, che vide prevalere i campioni del mondo uscenti col punteggio di 18 a 12.

Il girone A vedeva anche la presenza dell’Italia, che ovviamente, contrapposta a quei due squadroni, aveva zero possibilità di qualificarsi agli ottavi. Subì due sconfitte, pesante quella contro il XV della Rosa, ma fece incredibilmente soffrire gli All Blacks, cedendo 31 a 21. L’unica consolazione fu dare una bella ripassata agli Stati Uniti, vincendo per 30 a 9, e tornare a casa con la consapevolezza che di più non si poteva fare. Nessuna sorpresa anche nel girone B, che si svolgeva tra Dublino e Edimburgo, dove si giocava solo per il primo posto: nello “spareggio”, vittoria degli scozzesi sugli irlandesi per 24 a 15. Anche nel girone C tutti pronosticavano facili passeggiate per Australia e Galles.

Il vento nuovo viene da…Occidente

Nessuno però aveva fatto i conti con una squadra passata attraverso le qualificazioni del girone del Pacifico, le Western Samoa. I cui giocatori, data la povertà di mezzi, usavano noci di cocco come palloni da rugby, e tronchi di palma per allenarsi nei placcaggi; dei gran trattatori di palla dai fisici duri e resistenti. I dragoni, tra lo sbigottimento generale, subirono una sconfitta ben più netta di quanto non indicava il punteggio (16 a 13 per gli isolani), lasciando sul campo il loro orgoglio e ben tre giocatori, triturati dai placcatori samoani.

Gli australiani invece la spuntarono per un soffio per 9 a 3, ringraziando il fango e la pioggia battente che limitarono l’efficacia dei loro avversari. Nell’ultimo raggruppamento, il D, alla Francia bastò giocare con sufficienza per aver ragione degli avversari. Il Canada, dato come “cenerentola” di quello stesso girone, stupì tutti qualificandosi a sorpresa: facendo leva su un gioco semplice ma efficace e su una mischia tosta, sbaragliò con merito rumeni e figiani.

Mai, MAI toccare l’arbitro

Tempo di ottavi, e subito un gustoso Inghilterra – Francia, coi galletti che, viste le prove incolori offerte dagli inglesi finora, cantavano già vittoria. La bruttezza del gioco dei bianchi era tuttavia anche il loro punto di forza: gli “up and under” e i continui calci di spostamento dell’apertura Andrews disorientavano gli avversari, cadendo poi preda dei trequarti, e al resto pensava la difesa degli avanti, che inchiodavano a terra qualunque cosa fosse più alta di un filo d’erba. La Francia perse sul campo per 19 a 10, e fuori, dal momento che l’allenatore francese non trovò niente di meglio da fare che esprimere la propria frustrazione mettendo al muro l’arbitro e insultandolo. Risultato? Una bella radiazione a vita, e tanti saluti.

Da cardiopalma invece lo scontro tra Irlanda e Australia, vinto dagli aussie per 19 a 18, con due mete, quella del sorpasso verde, e dell’immediata replica per il controsorpasso, segnate negli ultimissimi minuti di gioco.

C’è chi gioca, e c’è chi vince

Più scontata fu invece la vittoria dei neozelandesi sui combattivi canadesi, che cedettero 29 a 13, prendendosi un sacco di applausi.

Non rimasero che Samoa e Scozia. Il teatro, il tempio di Murrayfield, con gli isolani che sognavano un altro scalpo eccellente dopo quello gallese. Ma gli highlanders erano una squadra esperta, e terribilmente motivata dal fatto di giocare tra le mura amiche; alla Siva Tau, la danza di guerra, risposero col suono delle cornamuse. Un suono che affascina e stordisce. Stavolta furono i samoani ad uscirne con le ossa rotte: batosta per 28 a 6, e fine della corsa. Spazio alle semifinali, con l’Inghilterra a recarsi in Scozia per affrontare i rivali di mille battaglie. Le ultime due vincitrici del 5 Nazioni, forti di due “rose” equilibrate in tutti i reparti, diedero vita ad una sfida d’altri tempi. Ma, nonostante la grinta messa in campo, la difesa inglese si rivelò insuperabile; al resto, provvide la solita, monotona ma vincente, tecnica del “kick and run”.

I re perdono la corona mondiale

Col punteggio di 9 a 6, gli inventori del rugby approdavano in finale. Nel secondo confronto, si affrontavano Nuova Zelanda e Australia. All Blacks favoriti, come sempre. Ma la realtà era meno luccicante di come appariva: logori e scarichi, avevano sì vinto, ma sempre con fatica. In più, lo spogliatoio era lacerato dalla lite tra Michael Jones e l’allenatore. Infatti si sarebbe giocato di domenica, e il religiosissimo terza linea comunicò la sua intenzione di non prender parte alla sfida; di conseguenza finì fuori squadra, privando i “tuttineri” di uno dei loro migliori giocatori. L’Australia, caricata a mille, giocò una partita straordinaria per intensità e qualità del gioco. Gli All Blacks subirono una disfatta memorabile, perdendo per 16 a 6, incassando due mete senza nemmeno lontanamente impensierire i Wallabies.

Uomo partita fu l’ala David Campese, che inventò letteralmente le due segnature, con un’azione palla in mano ad attraversare il campo in diagonale da destra a sinistra la prima, e con un dribbling devastante concluso con un passaggio “no look” per un compagno la seconda.

Alla fine cantò il canguro

Atto conclusivo a Twickenham, ancora una volta tra un’europea e una rappresentante dell’emisfero Sud. Davanti all’intera famiglia reale e al Primo Ministro, gli inglesi provarono a fare l’impresa, cambiando improvvisamente il loro modo di giocare: basta calci alti e pressione,  ma attacchi continui su ogni lato del campo, muovendo il pallone da destra a sinistra, coinvolgendo tutti gli effettivi.

Ma i Wallabies non cedettero neanche un centimetro, rispondendo colpo su colpo, forti della stessa difesa che aveva messo la museruola agli All Blacks: la differenza la fece l’unica meta dell’incontro, un 12 a 6 che vide gli Australiani primeggiare senza discussioni sui generosi, ma meno concreti avversari. Miglior giocatore del torneo, neanche a dirlo, fu Campese (padre italiano, e lunghissima esperienza nel campionato nostrano), che nemmeno giocò la finale causa infortunio, ma chiuse con 6 mete l’intero Mondiale. Grandi festeggiamenti, questa volta. Ma soprattutto, la sensazione che tra quattro anni si sarebbe assistito a qualcosa di ancora più significativo, per il mondo e per il rugby.

Michele Pieloni

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