1995. E la Coppa del Mondo diventa mito

Un’assegnazione sorprendente

La Coppa del Mondo di rugby del 1995 magari non fu la più spettacolare, ma fu certamente quella più intrigante ed affascinante, per la storia, e per i suoi protagonisti. Intanto, perché venne affidata, un po’ a sorpresa, proprio a quel Sudafrica che era stato escluso dalle prime due manifestazioni a causa dell’apartheid. In quattro anni però molto era cambiato.

Prima la riammissione all’IRB nel 1992, poi un tentativo di disgelo con alcune amichevoli tra la nazionale sudafricana e alcuni team di “all star” europei. Infine l’evento che cambiò definitivamente la storia di quel Paese: l’African National Congress, guidato da Nelson Mandela (già Nobel per la Pace), vinceva le elezioni nel 1994, e quel signore dalla pella scura e dal sorriso ammaliante diventava Presidente, portando i sudafricani verso una nuova era.

Una Coppa del Mondo contro la segregazione razziale

Il Mondiale venne visto come un “premio” allo sforzo per liberarsi dall’apartheid, anche se non fu affatto semplice far tifare alla popolazione nera una squadra che rappresentava un retaggio del dominio degli afrikaner, i discendenti dei colonizzatori boeri, come viene egregiamente spiegato in questo articolo del Telegraph. Oltre a Mandela, emersero altre figure, destinate ad entrare nel mito. Quella di Jonah Lomu, ventenne ala maori degli All Blacks, uno di quelli che contribuì a condurre il rugby verso il professionismo. Alto circa 1,90, pesante 100 kg, correva i cento metri in 10’’ netti: fu soprannominato “la montagna che corre”. E del capitano degli Spingboks, Francois Pienaar, che, da condottiero capace e intelligente, seppe rimettere insieme i cocci di una squadra che si era disunita dopo una serie di pesanti sconfitte, predicando calma, umiltà e lavoro duro.

Su quella Coppa del Mondo, Clint Eastwood girò uno dei suoi film più belli, “Invictus – L’invincibile” (anno 2009, due nomination agli Oscar; a sua volta tratto dal libro “Ama il tuo nemico”).

Sorteggi, bene ma non benissimo…

Col ritorno del Sudafrica, il cerchio si chiudeva: tutte le nazionali più forti ormai prendevano parte alla Coppa del Mondo. Che vedeva al via ancora una volta 16 squadre, tra cui le prime otto classificate della precedente edizione (più gli Springboks); le altre vi arrivarono col solito sistema delle qualificazioni che, soprattutto nel girone europeo, si trasformarono quasi in una farsa, dal momento che le prime 3 classificate (Galles, Italia e Romania) si giocavano “soltanto” il girone in cui poi sarebbero finite (insomma, nessuna correva il rischio di restare a casa…).

Il Sudafrica, poi, ebbe un sorteggio alquanto benevolo, finendo in un girone “morbido”, la pool A, in cui solo l’Australia rappresentava un avversario di livello; un modo per cercare di mandare avanti il più possibile i padroni di casa, considerati non tra i favoriti, cercando di affezionare il pubblico e racimolare qualche incasso in più.

Un esordio nel segno di “Madiba”

Gli Springboks esordirono a Città del Capo il 22 maggio 1995, proprio contro l’Australia campione del mondo in carica: poche erano le chance di vittoria, ma nessuno metteva in dubbio la qualificazione. Invece i sudafricani giocarono un match superbo, mettendo i Wallabies in difficoltà sul piano fisico puntando molto sul pacchetto di mischia, per poi aprire velocemente il pallone sui due lati del campo e attaccare senza sosta. Punteggio finale 27 a 18, due mete per parte e tanti punti al piede conquistati con questo lavoro di logoramento. Il Sudafrica piaceva, la grinta messa in campo attirava sempre più gente allo stadio, e bianchi e neri festeggiavano insieme le vittorie conseguite.

Ma tutti gli occhi erano per lui, Nelson Mandela, che andava alle partite indossando il cappellino e la maglia numero 6 degli Springboks donategli proprio da Pienaar.

All Blacks, classe e potenza

Negli altri gironi, nessuna sorpresa. Francia e Scozia si qualificano senza problemi, coi galletti che conquistavano il primo posto nella pool D dopo il sofferto “faccia a faccia” con gli highlanders per 22 a 19. Al cardiopalma anche lo spareggio tra Irlanda e Galles nella pool C, vinto d’un soffio dai trifogli sui dragoni per 24 a 23, dopo un match con continui ribaltamenti nel punteggio. Solo che qui si giocava per il secondo posto, dato che la Nuova Zelanda aveva messo in chiaro le proprie intenzioni con prestazioni al limite della perfezione: 21 (!!!) mete e 145 punti al povero Giappone, una passeggiata di salute (condita da 34 punti) coi gallesi, e una dimostrazione di potenza contro i malcapitati irlandesi, a cui ne rifilano 43.

Lomu fa il bello e il cattivo tempo, asfaltando i placcatori che tentavano invano di fermarlo, e servendo assist al bacio per i compagni dopo galoppate a tutto campo lanciando via avversari come birilli.

E l’Italia che combina?

L’Italia invece era nella pool B, quella giudicata più equilibrata. La nostra nazionale, forte anche dei progressi che le avevano consentito di ottenere vittorie importanti, era indicata appena dietro l’Inghilterra; tutto lasciava intendere che si potesse finalmente ottenere il pass per quei “maledetti” ottavi, finora sempre sfuggito. Tutto…tranne le Western Samoa, che, pur non essendo più quelli di quattro anni prima, rifilarono una sonora batosta agli azzurri: 42 a 18 (sei mete incassate), in una partita persa dai nostri più “di testa” che sul campo. Battere gli inglesi è impossibile, anche se, d’orgoglio, gliela si fa sudare (27 a 20).

L’unica vittoria è contro l’Argentina, battuta grazie ad una “furbata” di Dominguez che, in un raggruppamento molto caotico, “chiama” palla nella sua lingua madre (è argentino di origine), gli viene passata, e il nostro può involarsi in meta con un sorrisetto beffardo.

I detentori tornano a casa

Tempo di quarti e, anche qui, i pronostici vennero più o meno rispettati. Nuova Zelanda, Francia e Sudafrica superavano i loro avversari senza problemi; l’unico match davvero combattuto fu quello tra Inghilterra e Australia.

Furono gli inglesi a prevalere per 25 a 22 dopo una rimonta a suon difesa arcigna e di calci piazzati, e chiusa con un drop dell’apertura Andrew proprio all’ultimo istante, estromettendo i campioni uscenti ancora prima delle semifinali. Che vedevano di fronte, in una sfida incrociata, Europa contro emisfero Sud. Sudafrica e Francia diedero vita ad una sfida avvincente, resa ancora più epica dal campo trasformato in un pantano grazie alla pioggia torrenziale, che di fatto rese inefficaci i temuti trequarti transalpini: finiva 19 a 15 per i padroni di casa, sorretti dalla solita mischia devastante, e da un pubblico che sempre più vedeva un sogno diventare realtà.

La vendetta ha un nome e un volto: Jonah Lomu

Seconda semifinale di coppa del mondo, tra All Blacks e XV della Rosa. Le ultime due sfide avevano arriso agli inglesi, che si ritenevano sicuri di fare il tris “Questi All Blacks non sono granché, li abbiamo già sconfitti; inoltre, finora hanno incontrato solo avversari deboli” sentenziarono i soloni britannici. E su Lomu “E’ tutto corsa e fisico, non ha tecnica. La nostra difesa lo annullerà facilmente”. Mai, però, provocare i neozelandesi, che infatti scesero in campo con gli occhi iniettati di sangue e una voglia matta di fargliela pagare. Gli inglesi vennero completamente annichiliti: un 45 a 29 senza discussioni, con Lomu versione “iradiddio” che segnava ben 4 mete, di cui la prima rompendo due placcaggi per poi letteralmente travolgere l’estremo Catt che tentava una difesa disperata, tumulandolo nel terreno a chiedersi quale fosse il numero di targa del camion che lo aveva investito.

Casualità…o sabotaggio?

La netta manifestazione di superiorità di Lomu e compagni fece il giro del mondo, trasformando i rugbisti in vere e proprie superstar: non potevano nemmeno uscire dall’albergo che subito era un bagno di folla. Di contro, tutti aspettavano con ansia una finale tanto inaspettata quanto spettacolare, il coronamento ufficiale della “Battle for the rugby crown” che aveva visto le due superpotenze confrontarsi più volte.

Successe però qualcosa di strano alla squadra neozelandese: un’intossicazione alimentare colpì buona parte dei giocatori, che quindi arrivarono all’appuntamento con la finale di Coppa del Mondo non al top. Ciò che stupì fu soprattutto che questo avvenne da un giorno all’altro, inaspettatamente; si parlò di “avvelenamento” volontario da parte di qualcuno del personale, ma non saltò fuori nessun colpevole.

L’ultima partita: lo spettacolo è la battaglia

Scenario, l’Ellis Park di Johannesburg, il 24 giugno. Una battaglia fra gladiatori di mischia. Il Sudafrica l’aveva preparata bene: cercare di contrastare il più possibile gli All Blacks nei raggruppamenti, per impedire loro di costruire il loro gioco micidiale, e soprattutto di “lanciare” Lomu in campo aperto. Adottarono una tecnica particolare, la “rush defense”, vale a dire pressing alto e micidiale non appena un neozelandese aveva la palla in mano. Rischioso, ma efficace, dal momento che gli avversari si ritrovavano un uomo addosso appena raccolto l’ovale; quanto a Lomu, veniva sempre raddoppiato o triplicato, placcandolo prima che potesse partire in velocità.

Dopo il 12 a 12 dei tempi regolamentari, si andò al supplementare. Deciso da un drop del sudafricano Stransky, nell’unica finale senza mete della storia. Gli Spingboks, da “esordienti”, conquistarono la Coppa del Mondo.

Quell’attimo che non fugge

I festeggiamenti iniziarono subito, intensi. Per un popolo che aveva subito tanto era l’occasione del riscatto “Se abbiamo sentito il sostegno dello stadio? No, noi oggi avevamo il sostegno di 42 milioni di sudafricani” disse Pienaar ad un giornalista a fine partita, mentre altri si affannavano a cercare un’immagine, una foto che fosse l’istantanea perfetta per quel momento. C’è chi immortalò Chester Williams, unico giocatore di colore di quegli Springboks, mentre piangeva come un bambino. Quand’ecco, lì, perfetta, la scena. Mandela, sorridente, che consegna la Coppa del Mondo a Pienaar; ma, a guardarla attentamente, sembra che in realtà sia Pienaar a consegnarla a Mandela.

“Francois, desidero ringraziarvi per quello che avete fatto per questo paese” “No Signor Presidente, io desidero ringraziare voi per quello che avete fatto”. Uno scatto immortale per un momento che, anche negli anni a venire, non sarà mai dimenticato.

Michele Pieloni

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