1999. E il rugby divenne professionismo

Una svolta epocale per il rugby

Alle soglie del nuovo millennio il rugby, poco prima della Coppa del Mondo, svoltava verso l’era del professionismo.  Quindi, quello che stava per venire alla luce sarebbe stato il primo Mondiale giocato da professionisti della storia. Basta sfide tra giocatori che magari avevano un lavoro durante la settimana; niente più gettoni di presenza, oppure magro rimborso spese per le trasferte. Insomma, niente più romantico dilettantismo (e tanti ne sentiranno la mancanza).

Il rugby era diventato un business miliardario, che univa spettacolo e regole serie: quindi ogni prestazione andava pagata, e profumatamente anche, se il livello era alto. La decisione, che girava nell’aria da diversi anni, venne presa proprio al termine del Mondiale del 1995, esattamente il 25 agosto.

Professionismo, sì o no?

In realtà, la decisione oscillava molto tra il burocratese e il “politically correct”, dal momento che si lasciava totale libertà di scelta alle varie Federazioni su quale strada proseguire, se restare così come si era oppure compiere il grande passo. Il fatto è che, ormai, i soldi piovevano sul rugby da un po’ tutte le parti (non che prima non ce ne fossero, anzi, ma per mantenere l’etichetta “amatoriale” questi arrivavano per vie traverse); quindi giocoforza la strada del professionismo era l’unica da percorrersi per far funzionare ancora meglio il giocattolo.

Lomu, col suo tipo di gioco, contribuì molto al passaggio al professionismo

Solo l’Argentina, tra i “big”, scelse di non passare al professionismo (e ne pagherà un pesantissimo scotto); gli altri, spinti anche dalla “sentenza Bosman” che aveva liberalizzato il mercato non solo per il calcio, si tuffarono in pieno nella nuova avventura. Una nuova epoca era cominciata, ma le contraccolpi verranno fuori solo più avanti, non sempre piacevoli.

Tanti cambiamenti, stessi problemi

Prevedendo la consueta alternanza che tocchi all’emisfero Nord organizzarlo, stavolta toccò al Galles l’onore (e l’onere). Dal momento però che erano disponibili solo tre impianti, le altre Unions (così come la Francia) offrirono il proprio aiuto per ospitare alcune partite, proprio come accadde nel 1991. Tra le novità, si decise di ampliare il numero delle squadre partecipanti, passando da 16 a 20; solo quattro però furono ammesse di diritto, vale a dire i padroni di casa più le prime tre classificate della passata edizione.

Tutte le altre vi arrivarono dopo lunghissime qualificazioni-fiume, a cui si erano sottoposti praticamente tutti i Paesi praticanti questo sport, e che durarono poco più di 2 anni. E che, ovviamente, si trasformarono ancora una volta in una farsa, dal momento che per tutte le qualificate era già stata stabilita da tabelle varie la pool dove sarebbero finite: l’unica cosa che si “giocavano” era quindi la data del calendario in cui si sarebbero affrontate in Coppa del Mondo. Insomma, le più forti dovevano esserci. Il professionismo esigeva anche questo.

Un esordio un po’ fuori dagli schemi

Anche il sistema dei gironi presentava una novità. Da quattro divennero cinque. Questa nuova formula prevedeva che a qualificarsi direttamente per i quarti sarebbero state le prime di ogni girone, più la migliore seconda. Le altre seconde, più la migliore terza, si sarebbero affrontate in uno spareggio per stabilire chi sarebbe andato avanti. Il tutto era alquanto farraginoso, e fece montare qualche polemica (i pochi giorni di riposo tra gli spareggi e i quarti), ma si procedette senza intoppi. Tutte le partite delle varie pool si giocavano al ritmo di due, o anche tre, al giorno. L’esordio, il 1° ottobre 1999, contrariamente alle precedenti edizioni, non vide tra i contendenti i campioni del mondo uscenti, bensì i gallesi organizzatori, contrapposti agli argentini: i dragoni vinsero 23 a 18, ma dopo una partita molto tirata in cui ai Pumas stava per riuscire una clamorosa rimonta nel finale.

Vincono sempre gli stessi

Il Galles si qualificò vincendo il proprio girone (grazie alla differenza punti), così come fecero le tre superpotenze dell’emisfero Sud e la Francia. Scozia, Inghilterra, Samoa (come migliore terza), Figi, Irlanda e Argentina andarono al “barrage” degli spareggi.

Quindi quasi tutte squadre le cui Federazioni avevano deciso di passare al professionismo: le differenze, già evidenti prima, si stavano allargando sempre più, verso un divario incolmabile. Chi aveva i soldi si garantiva i migliori giocatori, i tecnici più preparati, e le strutture più all’avanguardia, quindi aveva anche più possibilità di ottenere risultati più soddisfacenti. Chi aveva deciso di restare “purista” era ormai destinato a fare da vittima sacrificale: non si sarebbero più verificati miracoli in stile Canada. I Pumas riuscivano a restare (per ora) nell’élite grazie ad un serbatoio di talenti pazzeschi, guidati da ottimi allenatori.

Chi mai potrà essere la delusione?

Se l’Argentina venne elogiata per le sue prestazioni, e indicata dagli esperti all’unanimità come squadra-rivelazione, quegli stessi furono altrettanto concordi nell’indicare la vera delusione del torneo: l’Italia. Che, già inserita nello stesso girone con Inghilterra e All Blacks, non aveva nessuna possibilità di qualificarsi. E, come se non bastasse, si presentò all’appuntamento mondiale con uno spogliatoio in preda a litigi continui, alcuni giocatori contro l’allenatore, e tutta la squadra contro la Federazione per questioni puramente economiche (il professionismo stava già cominciando a fare effetto…). Di fatto, le prestazioni fornite furono al limite dell’orrendo: una batosta contro gli inglesi (finiva 67 a 7), una sconfitta bruciante contro Tonga per 28 a 25 grazie ad un drop a tempo ampiamente scaduto,

e soprattutto una disfatta umiliante contro i neozelandesi, che spazzano via gli azzurri con un sonoro 101 a 3, andando in meta con praticamente tutti gli effettivi. Per l’Italia fu la peggior Coppa del Mondo mai giocata.

Niente miracoli, ma prestazioni record

Agli spareggi, facili vittorie per Inghilterra e Scozia contro, rispettivamente, Figi e Samoa. Anche l’Irlanda sognava il pass, forte di una squadra concreta e di una buona organizzazione di gioco. Ma dall’altra parte i Pumas non vogliono darla vinta ai “professionisti”, e sfornano una prestazione tutto cuore, fantasia, e un pizzico di gioco sporco. Rimontano quasi dieci punti e piazzano in chiusura la meta del sorpasso (e della vittoria): finale 28 a 24, e Argentina ai quarti.

Dove però, oltre alla stanchezza per la “maratona”, trova una Francia in puro stato di grazia che, col punteggio in bilico a neanche 10 minuti dalla fine, sfornava tutta la forza dei suoi trequarti, segnando ben 17 punti. Il risultato, di 47 a 26, oltre che severo, metteva fine ai sogni argentini. A spegnere quelli inglesi invece ci pensò il Sudafrica che, sfruttando la potenza dei suoi avanti e una mischia micidiale, distrusse i bianchi per 44 a 21, grazie anche all’apertura De Beer, che scelse quella giornata per stabilire il record di drop in una partita di Coppa del Mondo: ben cinque, e vittoria in cassaforte.

L’emisfero Sud domina a piene mani

Poco da fare, invece, per la Scozia contro gli All Blacks che, pur giocando col freno a mano tirato, e senza incantare, risolvevano la pratica con un 30 a 18 mai di fatto in discussione.

Jannie De Beer “spara” uno dei suoi 5 drop

Chi provò a fare l’impresa fu il Galles, forte di giocare nel catino di casa, il Millennium Stadium, con migliaia di tifosi ad incitarlo: di fronte però c’era un’Australia che aveva poca voglia di scherzare. Forti di una squadra esperta, rugosa e imprevedibile, con un mix perfetto tra i diversi reduci della Coppa del Mondo del 1991 e giovani scalpitanti, i Wallabies erano una macchina da guerra, con una difesa imperforabile e un gioco a tutto campo fatto per stupire e sfinire gli avversari. I dragoni caddero fragorosamente, e senza nemmeno l’onore delle armi: un bel 24 a 9, e match già in tasca a neanche metà ripresa. Che tra le quattro semifinaliste ci fossero ben tre squadre che erano già ben avviate al professionismo non era un caso; il rugby ormai aveva cambiato pelle.

Quegli sporchi, maledetti 20 minuti

I confronti, a questo punto, sono spettacolo puro, per palati fini. Springboks e Wallabies diedero vita ad un match ad altissimo tasso tecnico; mischia contro trequarti, potenza contro fantasia. Non bastarono nemmeno i tempi regolamentari, chiusi sul 18 pari grazie ad un calcio di punizione che De Beer trasformava ben oltre il recupero. Ma nell’overtime gli australiani impressero l’accelerazione decisiva, guadagnandosi una (meritata) finale per 27 a 21. A questo punto, tutti pronosticavano una “rivincita” contro i neozelandesi, i quali, si diceva, finora avevano giocato al risparmio. Ed infatti l’andamento della partita sembrava dar ragione agli esperti: a neanche metà del secondo tempo, gli All Blacks erano in vantaggio per 24 a 10, spinti dalle due mete di Lomu. Ma qui successe l’imponderabile.

I neozelandesi vanno in bambola, mentre i francesi sembrano “toccati” dalla grazia del Dio del rugby; in venti minuti scarsi segnano mete, punizioni e drop come se piovesse. Un totale di 26 punti che ribaltava il punteggio e tagliava le gambe agli All Blacks: 43 a 31, e galletti avanti.

Walla-bis assolutamente senza discussioni

Il 6 novembre, al Millennium Stadium, a Cardiff, andò quindi in scena l’ultimo confronto. Ma i francesi, esaurita l’adrenalina del precedente match (o, più probabilmente, ormai sfiancati dallo sforzo prodotto per la rimonta), ressero solo il primo tempo. Gli australiani, come il gatto col topo, attesero, per poi colpire micidiali, segnando oltre metà dei loro punti nel quarto d’ora finale. Il 35 a 12 finale, ingeneroso ma giusto, mise ancora una volta in luce i grandi meriti dei Wallabies, che, oltre ad aver vinto per la seconda volta la Coppa del Mondo, avevano saputo creare una squadra dalla difesa arcigna (subirono solo una meta in tutto il torneo) e dai contrattacchi micidiali. L’analisi di questa vittoria, per gli esperti, è tanto semplice quanto evidente.

Tim Horan, MVP della Coppa del Mondo del 1999

Il centro Tim Horan, vero “cervello” degli australiani venne eletto miglior giocatore della manifestazione (e giocò pure la finale con la febbre…). Il solco era stato tracciato, ma le conseguenze erano ancora tutte da venire. Positive e negative, i due lati di quella stessa medaglia chiamata professionismo.

Michele Pieloni

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