La falsa promessa dell'”aiutiamoli a casa loro”

La morte della speranza

2020: il nuovo governo italiano sta attuando la sua politica di respingimenti indiscriminati. E così muore la speranza. La mia, quella della mia famiglia, quella di altre centinaia di migliaia di persone. 


Agadez, il mio "villaggio vacanza" (credit: cnn.org)
Agadez, il mio “villaggio vacanza” (credit: cnn.org)

Ad Agadez. Di nuovo. 

Sono circa le 5 del mattino. Non ricordo il giorno preciso, ma sono sicuro che siamo ad aprile 2020. Da quando sono tornato ad Agadez, in Niger, mi sveglio tutti i giorni alle 4.30 e difficilmente riesco a riaddormentarmi. Qui ad Agadez tutto funziona perfettamente: una volta arrivati all’autostazione, i gestori dei “villaggi” si spartiscono i “turisti”. Vitto e alloggio sono gratuiti, ma una volta entrati nel villaggio cui si è assegnati è vietato uscire. I “gestori” dei “villaggi”, durante il “soggiorno” tengono in custodia i documenti dei loro ospiti. Si tratta solo di una “formalità” per garantirsi dai “truffatori” che tentano di violare le condizioni del soggiorno.

Agadez e il turismo fiorente

Ad Agadez si contano circa 20 “villaggi” e molte delle attività economiche della città ruotano attorno al loro funzionamento. I cittadini di Agadez vivono in buona parte grazie alla permanenza dei “turisti” come me. Molti di loro si guadagnano da vivere contribuendo a rendere efficiente il sistema di accoglienza “turistica” che contraddistingue la città. Il governo e le forze dell’ordine apprezzano molto l’impegno e la dedizione dei cittadini di Agadez. Riconoscono in loro una gran laboriosità e per questo concedono loro tutta la libertà di cui hanno bisogno per portare avanti e sviluppare la loro fiorente attività. Addirittura, anche le forze dell’ordine nigerine riescono a giovare del turismo in rapido sviluppo. Sì, si potrebbe dire che ognuno di noi “turisti” paga una tassa alle forze dell’ordine per la loro garanzia di sicurezza e buon andamento della nostra “vacanza”.

Chi sono?

Perché capiate di cosa sto parlando, devo fare un passo indietro e raccontarvi chi sono. Mi chiamo Malick, il prossimo giugno compirò 21 anni e sono nigeriano. Vengo dalla città di Maiduguri, che si trova nello Stato del Borno, nel nordest della Nigeria. Mio padre aveva un piccolo appezzamento di terreno dove coltivava lo yam, un tubero simile alla patata dolce. Mia madre, invece, si occupava della famiglia e della rivendita del raccolto di mio padre al mercato. Io aiutavo mio padre con le coltivazioni e il raccolto. Avevo tre sorelle, tutte più piccole di me, ma oggi solo una di loro, Jasmine, è viva. Non ho mai conosciuto mio fratello maggiore, morto a soli 3 anni per un attacco letale di malaria. Quando avevo tra i 5 e i 6 anni, nella mia città alcuni estremisti islamici hanno fondato Boko Haram, una violenta organizzazione terroristica islamica di ispirazione jihadista. Nel giro di poco tempo Boko Haram ha preso il potere della città, dando vita ad uno spietato regime violento e fondamentalista dove ogni libertà è negata e l’unica legge da rispettare è quella dettata dai leader dell’organizzazione.

Nell’inferno di Boko Haram

Prima che Boko Haram si impossessasse della mia città, la vita mia e della mia famiglia non era granché: i soldi non erano molti e i guadagni dipendevano dal buon andamento del raccolto dello yam. Comunque riuscivamo a cavarcela, anche se capitava che qualche sera non ci fosse niente da mangiare. Ma da quando Boko Haram è al potere, la vita a Maiduguri è un inferno. Le istituzioni, esercito compreso, hanno abbandonato la città e così, nessuno può sentirsi sicuro, nemmeno per un attimo. In ogni momento per le strade si consumano scontri armati tra bande e rimanere coinvolti è facilissimo. Molto spesso, guerriglieri e jihadisti requisiscono le abitazioni della popolazione, appropriandosi di qualsiasi cosa di valore capiti loro per le mani. Così, riuscire a mangiare è diventato un lusso che raramente possiamo permetterci. Anche lavorare è diventato pericolosissimo, perché ogni angolo della città è dominato dalla violenza e anche solo spostarsi da una zona all’altra significa rischiare la vita. 


Boko Haram, al potere nella città di Maiduguri (credit: theabujatimes.com)
Boko Haram, al potere nella città di Maiduguri (credit: theabujatimes.com)

Il mio viaggio 

Agadez, dicevamo. È il crocevia dal quale tutti i migranti dall’Africa occidentale e centrale devono passare per proseguire verso la Libia, poi attraverso l’Adriatico fino a raggiungere le coste del sud Italia. Ecco, il “viaggio” di cui vi parlavo prima è quello del quale tutti noi migranti africani siamo “turisti” e Agadez ne è una delle tappe obbligate. Il “turismo” ad Agadez consiste in realtà nel traffico di esseri umani e i “villaggi” di cui ho parlato sopra sono i ghetti dove si è ostaggio dei trafficanti in attesa di ripartire. La “formalità” del ritiro dei documenti rende ogni migrante schiavo del trafficante. Le “tasse” per la sicurezza che ogni migrante paga alle forze dell’ordine sono in realtà la somma che i militari estorcono ad ognuno in cambio del permesso di proseguire. 

Io e la mia famiglia abbiamo deciso di intraprende il nostro “viaggio della speranza” a giugno del 2019. Abbiamo deciso di vendere tutto quello che avevamo e partire. Siamo partiti tra agosto e settembre e il viaggio è durato quasi 6 mesi. È andato bene, nel senso che tutti siamo sopravvissuti e siamo arrivati insieme a Pozzallo, sulle coste siciliane. Siamo stati collocati in un centro S.P.R.A.R., dove i migranti vengono accolti e ospitati in attesa che lo stato di arrivo affronti la loro situazione e decida se concedergli o meno lo status di rifugiati. Quando abbiamo iniziato a progettare di partire, non ci siamo curati della situazione politica dello stato dove saremmo arrivati, l’Italia. Ad essere sinceri, era più importante pensare a sopravvivere fino al giorno della partenza, e poi ancora fino a quello dell’arrivo. Probabilmente, siamo stati ingenui a non informarci.

“Aiutiamoli a casa loro”

Quando abbiamo scoperto cosa pensa di noi il nuovo governo italiano, guidato da Matteo Salvini e insediatosi da qualche mese, ci siamo sentiti stretti in una morsa. Costretti dalla violenza e dalla miseria a fuggire dalla nostra terra da una parte. Rifiutati per alcune strane convinzioni su di noi dall’altra. Lo slogan di Matteo Salvini e del suo partito, la Lega, recita “aiutiamoli a casa loro”. Una delle prime azioni intraprese dal nuovo governo italiano è stata quella di attuare la politica di respingimenti che aveva promesso in campagna elettorale. È come se l’Italia ci avesse detto “qui per voi non c’è più spazio. Dovete tornare indietro”. E infatti, il 12 febbraio del 2020 una nave dell’esercito italiano ci ha riportati sulle coste della Libia. Qui siamo stati lasciati soli, in balia dell’esercito libico corrotto e abbandonati esclusivamente al nostro destino. Nei “centri di accoglienza” libici, che assomigliano più a dei veri e propri lager, gli uomini e le donne vengono separati, così io e mio padre siamo stati separati da mia madre e da mia sorella Jasmine. 

Ritorno a casa

Ai maschi più giovani, di tanto in tanto viene concessa la possibilità di abbandonare il centro pagando una somma di denaro o lavorando per qualche mese. Non avrei mai abbandonato la mia famiglia, ma mio padre mi ha convinto che la mia libertà mi avrebbe permesso di provare a ridare speranza anche a loro. Ho lavorato per 5 mesi in condizioni insopportabili. Più di una volta ho creduto che sarei morto dalla stanchezza. Ad ogni modo ce l’ho fatta. Dopo 5 mesi mi è stato permesso di abbandonare il centro. Ho deciso di cercare lavoro nella speranza di guadagnare abbastanza soldi da potermi permettere di andare a ricercare e liberare la mia famiglia. Per molto tempo ho cercato lavoro in Libia, ma l’instabilità politica rendevano la ricerca molto difficile, se non quasi impossibile. In preda allo sconforto ho deciso di ritornare a Maiduguri, la mia città natale.

Ad Agadez. Di nuovo

Ed eccomi qui, come vi avevo anticipato all’inizio: sono ad Agadez. Di nuovo. Sono un “turista” nel “villaggio turistico”, dove per una questione di formalità sono stato privato dei miei documenti. Sono ad Agadez. Di nuovo. Stavolta, però, la mia famiglia non c’è: sono solo. Anche questo è un “viaggio della speranza”. Ma la speranza, questa volta, non è quella di avere una vita migliore in un Paese democratico e senza guerre. Quella speranza l’ho persa molti mesi fa. Oggi, spero solo che tornare nella terra dove sono nato non mi costi la vita. Prego di poter ritrovare un giorno la mia famiglia, ma nemmeno su questo ho certezze. Sono ad Agadez. Di nuovo. Stretto nella morsa tra la mia terra invivibile e una terra che credevo mi avrebbe accolto, e invece mi ha respinto senza pietà. 

Lo slogan del nuovo governo italiano recita “aiutiamoli a casa loro”. Eppure, qui ad Agadez, come nel resto del continente, del loro aiuto non si vede nemmeno l’ombra. Sono ad Agadez. Di nuovo. Stretto in una morsa che potrebbe soffocarmi da un momento all’altro

 

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