Il bullismo oltre lo schermo

Al di là dello schermo: il bullismo 2.0

“Le parole fanno più male delle botte”

“Sono Paolo Picchio, il padre di Carolina, la ragazza di 14 anni che nel gennaio del 2013 si tolse la vita dopo aver subito atti di bullismo in rete. Il gesto estremo e la sua toccante lettera d’addio, capace di arrivare a papa Francesco, rappresentano un atto d’accusa non solo verso i suoi aguzzini, ma nei confronti di tutti i giovani bulli, al fine di sollecitare una profonda sensibilità ed empatia verso l’altro. Il suo messaggio “Le parole fanno più male delle botte” è divenuto un emblema della lotta contro il cyberbullismo. […] Oggi, dopo centinaia di interventi, posso dire che i ragazzi non ci credono più. Testimonial, hashtag, pubblicità… tutto inutile senza una rivoluzione culturale in aiuto delle famiglie e a sostegno delle nuove generazioni. Insegniamo loro che il dolore, la paura, la felicità e il rispetto non sono sentimenti virtuali. La vita non è una diretta streaming, ma va vissuta pienamente e in tre dimensioni. Questa partita la possono giocare solo le istituzioni.”

Queste sono le prime parole della lettera datata 15 marzo 2017 ed indirizzata all’ Onorevole Boldrini, Presidente della Camera. Paolo Picchio è il padre di Carolina, ragazza di soli 14 anni che nel 2013 si è suicidata dopo aver subito atti di Cyberbullismo. Un invito accorato per chiedere al parlamento di migliorare la tutela dei minori con la prevenzione ed il contrasto al cyberbullismo.  

Vittime della violenza da tastiera 

Quello di Carolina è solo uno dei tanti casi in cui i giudizi virtuali distruggono la vita reale. Come lei anche Andrea Natali, ventiseienne che si è tolto la vita nel 2015 in seguito ad atti di bullismo. O la ragazzina dodicenne di Pordenone che ha tentato di gettarsi dal secondo piano, lasciando scritto: “Ora sarete contenti”. E come dimenticare la vicenda di Tiziana Cantone, che si è suicidata dopo le continue umiliazioni derivate dalla diffusione di un video hard. Questi sono solo i nomi più tristemente noti per essere stati vittime del bullismo più vile, quello protetto dallo scudo dello schermo. Ma non sono gli unici.

Tanti altri ragazzi continuano ad essere vittime, troppi. Diffusione di immagini o video intimi, insulti omofobi, prese in giro gratuite, odio ingiustificato. Cambiano gli scenari, ma non la storia. Alcuni di loro denunciano, altri sopportano ed altri ancora invece si suicidano. Funziona così e, se vogliamo ridurre la faccenda ad un paio di dati, anche i numeri parlano chiaro. Un singolo debole viene sacrificato dalla massa del mondo virtuale, come se fosse un sacrificio da offrire, un prezzo da pagare. Più il bisogno di libertà è forte, più il prezzo aumenta e i numeri salgono. Eppure non dovrebbe essere così.

L'odio è la parola chiave del bullismo
Odio – parola d’ordine del bullismo

Le parole che trafiggono lo schermo

Ora, potremmo fare un discorso sulla troppa libertà e i rischi che questa comporta. Oppure potremmo dire quanto è facile perdere la propria ragionevolezza quando ci si confonde nei meccanismi di massa contro un altro individuo. O potremmo parlare di quanto sia pericoloso esporsi agli occhi anonimi di sconosciuti se non si è abbastanza forti da non farsi toccare dalle parole altrui. Ma la verità è che sensibilizzare la “massa” non serve a niente, se nessuno in quella massa si riconosce. Si possono scrivere commenti, o magari insulti, che rimangono incatenati allo schermo, finché non si esce da quella schermata. E allora ingenuamente si pensa che quello schermo possa essere uno scudo anche per l’altro. Con ingenuità, appunto, la stessa codarda ingenuità per cui è sempre la vittima ad essere troppo sensibile. La stessa cattiva ingenuità con cui si utilizza la tastiera come arma. Un’arma d’opinione che non ha sfumature, toni, accenti e per questo capace di colpire come un pugno in faccia. Un’arma libera e nelle mani di tutti, ogni sua mossa riflette le scelte di chi la utilizza. Condividere odio significa dunque prendersi la responsabilità di macchiarsi il pugno violento e disonesto di sangue. 

Carola Varano

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