Allegri, un allenatore senza apostoli

L’allenatore italiano ha vinto due campionati e due Coppa Italia nelle sue prime due stagioni a Torino

Massimiliano Allegri (Livorno, 1967) è uno degli allenatori italiani più di successo dell’ultima decade. Al comando del Milan dimostrò di meritare un’opportunità in panchine prestigiose, conquistò lo scudetto nella stagione 2010/2011. Quando tre anni dopo arrivò alla Juventus, per supplire ad un punto di riferimento come Antonio Conte, la tifoseria bianconera andò in collera. Allegri rispose alla sua maniera. Vinse due campionati e due Coppa Italia nelle sue prime due stagioni a Torino e solo le genialità della santissima trinità del Barcellona nello Stadio Olimpico di Berlino lo lasciarono senza una Champions che la Juventus non vince da 21 anni. Dai tempi di Vialli, Del Piero e Deschamps.

Se c’è qualcosa che hanno sempre rimproverato ad Allegri, furono le sue doti come gestore di gruppi, qualcosa di imprescindibile in spogliatoi dove non c’è maggior nemico che il proprio ego. Questa stessa stagione, il tecnico castigò Bonucci e lo lasciò fuori dal ritorno degli ottavi di finale di Champions contro il Porto. Il tecnico e il difensore si sono affrontati in panchina dopo una partita contro il Livorno (errore, ho deciso di lasciare l’originale anche nella traduzione). Il centrale non aveva avuto problemi nel discutere la sua autorità protestando, durante l’incontro, per la sostituzione di Marchisio. Questa stessa stagione, Allegri aveva già avuto problemi di convivenza con Cuadrado, Khedira e persino Dybala, che gli negò il saluto dopo essere stato sostituito in una partita contro il Sassuolo.

Ad Allegri si è anche soliti rimproverare la sua capacità di riconcepire le squadre. Una critica che l’allenatore stesso si è incaricato di contraddire di fronte ad una Juventus che era vicina a conquistare la gloria continentale contro il Barca. Hanno lasciato la squadra giocatori fondamentali come Pirlo, Pogba, Arturo Vidal, Tevez e anche Morata, goleador a Berlino. Senza embargo, la Vecchia Signora non solo ha continuato a vincere – va lanciata verso il sesto scudetto di fila, con otto punti di vantaggio sulla Roma – ma esibisce numeri che cancellano ogni discussione. Nella Champions attuale non è stata mai sconfitta – con sei vittorie e solo due pareggi. E la statistica davanti alla sua tifoseria fa paura. Non perde in casa dal 23 agosto 2015 (0 – 1 contro l’Udinese). Da allora, 40 vittorie e 6 pareggi allo Juventus Stadium.

Allegri ha messo da parte quel 3-5-2 in cui Bonucci, Barzagli e Chiellini erano la chiave di volta dello schema e ha reso la squadra molto più offensiva e piena di sfumature.  Il catenaccio definisce molto meno i bianconeri. Dani Alves e Alex Sandro sono quelli che aprono le fasce in un 4-4-2, mentre, al riparo riparati dal punto di riferimento che è l’ex madridista Khedira, sia Pjanic, sia Marchisio, facilitano la circolazione verso un attacco che aumenta di solvibilità. L’argentino di 23 anni Paulo Dybala, uno dei calciatori più pregiati del continente, è colui che prende le decisioni dietro le punte. L’ex Atletico Mandzukic non manca in area, ma corre tanto quanto Cuadrado sulla fascia, mentre la responsabilità di far gol ce l’ha Gonzalo Higuain, per il quale la Juventus pagò la scorsa estate 90 milioni al Napoli.

Tutti per riconquistare l’Europa.

Articolo originale di Francisco Cabezas, tratto da El Mundo: http://www.elmundo.es/deportes/2017/03/17/58cc42ebca474126278b45b2.html

Traduzione e rielaborazione a cura di Alfredo Montalto

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