Andrea Bargnani: why always me?

Siamo negli ultimi giorni di Aprile 2017 a Vitoria-Gasteiz, capoluogo della comunità autonoma dei Paesi Baschi. Andrea Bargnani ha 31 anni, non gioca da Febbraio, ha appena assistito all’eliminazione della sua squadra dall’Eurolega per mano del CSKA Mosca (3-0) e sta per firmare la rescissione del contratto che lo lega al Baskonia.

Nella stagione appena conclusa ha giocato 29 partite ad una media di 18.4 minuti, 10.1 punti, 2.1 rimbalzi e 0.5 stoppate; fuori ma soprattutto dentro l’infermeria, dentro ma soprattutto fuori dal campo.

Andrea Bargnani si vocifera pensi al ritiro. Come negli ultimi dieci anni, molti ne parlano male e altri sospirano rassegnati. Le ha sentite quelle voci, impossibile fare altrimenti, le ha sentite fino ad assorbirle e portarsele addosso ogni volta che ha messo piede sul parquet. In una carriera come la sua il confine fra sfiga e spreco è labilissimo e non c’è da scandalizzarsi a sentirle, quelle voci.

 

 

Prima scelta

Torniamo ad Aprile, ma di 11 anni prima. La primavera sboccia anche a Treviso, dove Andrea brilla a vent’anni con la Benetton. La stagione regolare sta per terminare e lui guida la sua squadra ai playoff e alla vittoria finale del campionato. Le sue statistiche parlano per lui: 11.6 punti, 5 rimbalzi, 1.4 palle rubate e 1.2 stoppate a partita; tutto in 22 minuti di media. Usa Today  lo inserisce fra le prime cinque prime scelte al Draft del giugno successivo.

Non una delle prime cinque, ma la prima scelta. La prima scelta al Draft NBA 2006. Primo italiano ad essere prima scelta, primo europeo, sesto non americano di sempre. Viene selezionato dai Toronto Raptors e al momento della chiamata da parte del commissioner David Stern si alza, sorride, mette il cappellino della squadra e sale sul palco. In sottofondo nel video le parole del commentatore lo descrivono in breve: “Andrea Bargnani: not a center, plays on the perimeter, great shooter”.

Ecco il nodo della questione: Bargnani non è un centro, non ha la spregiudicatezza della torre sotto canestro; lui è un giocatore raffinato, tecnico, dotato di mani sensibili e un primo palleggio che appartiene solo a pochi cestisti nella storia. Viene spesso etichettato come il nuovo Dirk Novitzki ma a Toronto hanno idee diverse sul suo conto.

Dopo il primo anno giocato su alti livelli (due volte rookie of the month, secondo classificato come rookie of the year) da sesto uomo, incominciano i problemi. Prima l’utilizzo come centro che penalizza le sue doti e evidenzia la sua carenza di cattiveria, poi i primi infortuni riconducibili ad un lavoro di appesantimento del corpo per renderlo adatto al gioco nel pitturato. Viene ingaggiato Jermaine O’Neal e Andrea torna a giocare da ala (in campo insieme a lui O’Neal e Chris Bosh. Quintetto piccolo) salvo poi tornare sotto il ferro per l’infortunio del centro titolare e la sua cessione definitiva. Fino al 2013 la sua carriera è un continuo oscillare fra buone prestazioni e brutti infortuni.

La Grande Mela ti divora

A Luglio 2013 viene scambiato con i New York Knicks e diventa subito membro del quintetto titolare. L’avvio è positivo, i successivi 20 mesi saranno devastanti. Un infortunio lo tiene fuori da gennaio a marzo, il resto del tempo scorre fra contestazioni e fischi. Andrea sembra non metterci cattiveria, in una squadra che ha sfiorato i playoff il suo primo anno e che nel secondo lo ha visto in campo solo in primavera. Phil Jackson lo addita come una presa in giro alcuni mesi dopo la fine del suo contratto. Un perfetto capro espiatorio.

 

Il video che ha commosso il web

Si sposta di poco nell’estate 2015, approdando ai Nets. Lo aspetta un anno di garbage time per la sua carriera NBA. Sembra abbia addirittura rifiutato un contratto più redditizio a Denver per uno al minimo salariale e la promessa di un maggior minutaggio. Al termine della regular season rescinde, i tifosi esultano.

Il copione che si ripete ogni volta.

Da lì ai Paesi Baschi, alla ricerca di un riscatto che ha fallito anche questa volta.

 

Andrea s’è perso

In patria è stato spodestato da Gallinari prima (“il miglior talento che abbiamo”) e Belinelli poi (soprattutto dopo il three point contest, il passaggio agli Spurs e il primo anello tricolore) come giocatore del cuore per la maggioranza dei tifosi. Cercare ovunque il suo nome conduce spesso e volentieri a commenti livorosi: Andrea è diventato una pignatta da colpire fin quando continueranno a cadere le caramelle dell’approvazione social. Con la Nazionale tanti lo hanno aspettato per tutti questi anni, nella speranza di rivederlo nello splendore che lo rendeva nel 2006 il miglior prospetto per il futuro.

Purtroppo è impossibile stabilire dove finisca la sfortuna, dove cominci la colpa.

Andrea Bargnani ha vissuto dieci anni di NBA, per più della metà non ha avuto a disposizione il suo corpo, per lo stesso tempo è stato impiegato in un ruolo che non sapeva interpretare e per il resto ha sofferto le pressioni e le critiche ambientali.

La sfortuna è innegabile, ma non può bastare.

Andrea ha 31 anni e ha fallito. Fino ad oggi ha fallito. Anche il peggiore dei suoi detrattori in patria spera di potersi ricredere. Confida di poterlo vedere finalmente brillare di luce propria, ma il tempo sta finendo anzi, forse è già finito.

Solo Bargnani può saperlo, solo lui può dire basta o ricominciare. Magari anche a cinquant’anni.

“Don’t laugh!”

Alessandro Billi

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