Si sono presi tutto, anche il nostro cuore

Non si sopravvive all’abbandono, neanche tenendosi stretti


 

Non avevamo più niente da sorridere qua a Las Musas, ci ritrovavamo ogni pomeriggio a bere per non pensare al Bar Zapatones, le pareti erano coperte quasi tutte di tele nere, un avventore qualsiasi avrebbe pensato ad uno dei posti più malfamati di Madrid. Parlavamo di tutto, eravamo molti amici tanto tempo fa ma adesso eravamo pochi disperati troppo attaccati al proprio cuore devastato dal dolore per abbandonarsi, era l’ultima cosa che ci era rimasta. Un luogo dove eravamo noi ma non eravamo più noi, dove ci sostenevamo l’un con l’altro, dove ci confrontavamo su tutto, proprio tutto, tranne su un tema.

Quelle tele nere sui muri erano il lutto del nostro amore sviscerato, strappato e tritato da un bastardo macellaio senza sentimenti; nell’osservarlo ci ricordavamo di dimenticare, ci convincevamo a non pensare e non prestare il fianco ad un ricordo ormai svanito per sempre fra i seggiolini di quel maledetto stadio ormai deserto e decadente. Era così giovane e aveva già vissuto abbastanza per morire insieme al nostro più grande amore, quel catino al quale ci eravamo affezionati così in fretta. Il Wanda Metropolitano giaceva a poche centinaia di metri da noi ed era in pochi anni diventata la nostra personalissima cattedrale nel deserto, il buco nero del nostro amore, la tomba dei nostri colori. In una Madrid sempre così piena di sole, quella che era la nostra casa sembrava sempre avvolta da una sinistra oscurità, grigia fuori e nerissima dentro. Barricate e fili spinati la circondavano affinché nessuno si permettesse di profanare il nostro mausoleo. Eravamo altrove tutti quanti: Carlos si era dato al basket, Manuel seguiva i figli nei loro noiosissimi corsi di pattinaggio ed io, beh, io ero rimasto a casa a portare avanti una famiglia che non mi meritavo, un lavoro di merda e un cane che mi cagava sulle scarpe. Ci distraevamo, provavamo a ricostruire dalle fondamenta la nostra stabilità psico-emotiva ma ogni giorno in quel bar tutto crollava fragorosamente dietro un silenzio, una lacrima, un ricordo che riaffiorava all’improvviso.

L’amore senza limite

Noi tre avevamo vissuto la curva fin da bambini, a dieci anni i nostri padri ci portarono per la prima volta al Vicente Calderòn, quel meraviglioso sogno di un Atletì che faceva sognare i riottosi di tutto il Mondo, la classe operaia che andava in Paradiso o che, per lo meno, lo sfiorava. Le due finali perse contro i bastardi bianchi avevano solo aperto le fessure usate dall’amore per riempirci il cuore di sangue biancorosso. Una vita in curva, ad urlare ed esultare, urlare e piangere più forte, poche soddisfazioni ma tutte impresse come marchi sulla pelle; noi tre eravamo sempre lì, sempre insieme allo stadio e sempre insieme al bar a discutere dei nostri e sputare sugli altri. Esisteva solo il Club Atlético de Madrid, poi nei pochi spiragli che ci lasciava liberi provavamo ad infilare tutto il resto della nostra vita.

Quella notte maledetta eravamo sempre al bar, noi tre e tanti altri che ancora erano insieme a noi. Ci stavamo incazzando con quei francesi maledetti che con tutti i soldi che avevano speso nemmeno erano stati in grado di cacciare i nostri nemici più grandi. Quel sopravvalutato di Ronaldo era riuscito a segnare di nuovo e il Real era passato agli ottavi. Non che riponessimo troppa fiducia nel PSG, eravamo preparati al peggio, ma dopo tutti quegli anni ogni loro vittoria era un grande dispiacere per noi. Almeno la finirono di bullarsi quando in semifinale li eliminarono gli inglesi di Guardiola e se ne stettero un po’ zitti per la prima stagione dopo non so quanti anni in cui non vinsero niente.

Strappo alla storia

Poco dopo la finale di Champions, in un pomeriggio fin troppo caldo per essere ancora Giugno arrivò una notizia ridicola al bar. Mentre giocavamo a carte in televisione interruppero il telegiornale sportivo per una conferenza stampa direttamente dal Bernabéu.

Davanti alle telecamere il podio degli oratori, rigorosamente bianco, e quello stemma infame gigante sul muro prospiciente. Sul palco comparve quel ladro maiale di Perez, con quegli occhialetti schifosamente puliti e una faccia tristissima che nascondeva in malo modo una felicità scomposta quasi euforica. Davanti al microfono aprì un foglio, fece un bel respiro e assunse l’espressione più contrita che gli riuscisse in quel momento. Iniziò: “Carissimi tifosi del Real Madrid, del calcio spagnolo e di tutto il Mondo. Mi presento davanti a voi per aggiornarvi sullo stato societario della nostra Casa Blanca; non ho più intenzione di mentirvi o nascondere ulteriori illeciti o fallimenti. La nostra società ha un debito incalcolabile, registra rossi in bilancio da anni e non sono servite Champions League e tour estivi per saturare almeno per un po’ questo versamento che negli ultimi tempi si è fatto catastrofico. Il consiglio di amministrazione da me presieduto ha quindi deciso di prendere una decisione dolorosissima ma obbligata: abbiamo messo in vendita il Real Madrid. Lavorando sotto traccia e interagendo solo con entità di valore economico mondiale siamo riusciti ad imbastire varie trattative che finalmente hanno, e lo dico con estrema gioia ma profondo rammarico, raggiunto un punto risolutivo. Il nuovo proprietario della società ha già risanato i debiti immani che avevamo con ormai ogni ente di credito e portato al tavolo del nuovo CDA proposte credibili per un profondo rinnovamento societario, tanto a livello strutturale che a puro livello sociale.

La transazione è avvenuta tramite fondi fiduciari e le firme verranno a breve apposte sui contratti, davanti ad i vostri occhi. Voglio altresì spendere pochi secondi per ringraziare tutti voi, tutti i giocatori e gli allenatori che hanno servito questo Club con onore e merito, rendendo il mio ciclo uno dei più epici di tutti i tempi. Grazie a tutti voi e sempre Hala Madrid!”.

Nel bar non volava una mosca, Madrid era immobile, incredula, spaesata, negli ospedali arrivavano le prime chiamate per i malori suscitati ai tifosi più deboli di cuore, nella sala stampa si sentiva solamente il rumore dei flash delle macchine fotografiche. Dopo un gesto dell’ormai ex presidente, una porta nella parete si aprì e tutti si affacciarono per scorgere per primi chi fosse il nuovo uomo più potente del calcio mondiale. Dalla porta fece capolino un uomo sulla quarantina dai tratti medio orientali, entrò nella sala fra lo sconcerto dei presenti con una giacca blu e una cravatta in tono e nessuno sembrò riconoscerlo. Dietro di lui spuntò però una seconda figura ben più conosciuta tanto che in tutta la Spagna si avvertì un “ooohhh” di meraviglia, seguito da un silenzio glaciale e brividi alla schiena che colpirono non solo tutti i tifosi spagnoli ma quelli di tutto il Mondo.

Nasser Al-Khelaïfi si presentò con un sorriso enorme davanti alle telecamere, strinse la mano a Perez e, dopo aver scambiato un cenno di intesa con l’altro uomo, si avvicinò al podio. Senza fogli in mano, senza smettere di sorridere disse “Cari amici tifosi del Real Madrid, cari amanti del calcio di tutto il Mondo, buonasera. Segnate questo giorno sul calendario, ricorderete per sempre cosa stavate facendo in questo momento, perché questo è il giorno in cui il Qatar si prende definitivamente il calcio mondiale.

L’uomo al mio fianco è il venerabile emiro del Qatar Tamim bin Hamad, l’uomo più potente del Mondo ed è il nuovo proprietario di questa gloriosa società di Madrid. Il Real sarà finalmente sano, liberato dall’ingerenza dei debiti, potente come non mai e destinato a segnare per sempre la storia del Calcio. Non servirà molto tempo, già questa estate imparerete ad amarci, ve lo assicuro. Madrid e Parigi alleate, sorelle, finalmente pronte a rendere il calcio una questione fra Francia e Spagna, quindi fra Qatar e Qatar. Comprate una camiseta blanca e attendete, non ci faremo aspettare. Hala Madrid!”.

Le firme sui contratti, strette di mano, foto con la maglia e fine della diretta. Noi sprofondammo in un baratro di terrore puro, già pronti a subire l’onda lunga dell’entusiasmo degli odiati cugini, il mercato mirabolante e i trofei, tutti i loro maledettissimi trofei. Forse eravamo stati per una volta troppo ottimisti.


Barricate

 

Dopo pochi mesi, durante la nostra ultima stagione, vennero a seppellirci definitivamente a casa nostra, al Wanda Metropolitano. Il nostro ultimo condottiero Diego Costa segnò anche, ma loro ne segnarono otto. Tre ne fece il traditore massimo, quel francese schifoso che ci aveva rubato i cuori per poi farci una tartare. Il primo acquisto del nuovo Real fu infatti il piccolo diavolo, Griezmann. Con il 7 ereditato da Cristiano sulle spalle venne ad esultare sotto di noi, massa rutilante di bile e dolore, pianti e sputi, sudore e sangue. Noi atterriti tornammo nelle nostre case e spegnemmo il cervello. L’indomani la foto dei due presidenti che si stringevano la mano troneggiava su tutti i giornali.

Avevano preso anche ciò che non potevano permettersi di prendere. Avevano preso il nostro cuore.

Avevano aspettato il nostro momento di massima fragilità, avevano aspettato di umiliarci nel peggiore dei modi per trovarci più deboli e tristi e ci erano riusciti. Il giorno stesso la curva organizzò l’occupazione del prato del Wanda, furono sette giorni di assedio, sette giorni di sciopero dove nessuno riuscì a spostarci di lì. Dopo sette giorni sugli schermi dello stadio fu proiettato il video della firma dei contratti. Lo sceicco guardò beffardo in camera e sputò la sentenza definitiva: “liberate il campo e fate giocare alla vostra squadra le ultime partite della sua storia”.

Se non fosse stato per quel maledetto Ronaldo, se solo allora avesse sbagliato e fossero passati i francesi, forse oggi noi non saremmo qui disperati, circondati di drappi neri a piangere straziati dal dolore di un amore viscerale che impotenti abbiamo visto morire abbattuto senza pietà, senza umanità.

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