“Autoritratto Siriano”: Ecco cosa dobbiamo ancora imparare

La Siria, Homs e quello che rimane

Homs sta a poco più di un giorno di macchina da casa mia. Homs è un’antica città della Siria e Wikipedia ci fa sapere che la sua popolazione è di 800.000 abitanti, o almeno lo era. Adesso Homs è distrutta e disabitata.

Ed è da Homs che Ossama Mohammed, un regista siriano che attualmente vive a Parigi, riceve i filmati e i messaggi di Wiam Simav Bedirxan, una regista curda che rimane e documenta quello che sta accadendo nella sua città durante l’assedio.

Questi i due portavoce di un documentario che, unico nel suo genere, incolla insieme filmati più o meno professionali di persone che hanno registrato le loro morti in un indelebile documento di cui dobbiamo farci carico.

Autoritratto siriano” è un baluardo del cinema reale, del cinema delle vittime e degli assassini perché nessuno di noi sa cosa vuol dire guerra e abbiamo bisogno di impararlo. Diventiamo preda delle immagini e dei suoni mentre veniamo accompagnati dallo scambio di esperienze e visioni dei due registi.

I registi di “Autoritratto Siriano”

 

Le immagini rubate e le voci spezzate

Ossama Mohammed è stato esiliato dalla Siria ma con la sua macchina da presa viviamo i primi momenti della rivoluzione: Gli spari sulla folla da parte dell’esercito, un ragazzo portato via dalla scuola reo di aver condannato Bashar Al Assad, i cadaveri per strada, le urla.

Simav è curda, abita ad Homs con la sua famiglia, una passione per la macchina da presa e la letteratura; una ragazza giovane che decide di iniziare a filmare quello che le stava accadendo intorno, con l’appoggio e i consigli del regista a Parigi. Quando inizia le sue riprese ancora riusciamo a distinguere i contorni di una città, le sue strade, i suoi palazzi e le sue persone, poi Simav rimane da sola, la sua famiglia viene uccisa e la sua casa distrutta. Adesso i contorni dei palazzi non li distinguiamo più, quello che invece siamo obbligati a guardare sono corpi morti sulle strade utilizzati dai cecchini come esche.

Simav riesce ad aprire una scuola. Lo racconta con la sua voce e ci porta con se sempre con la sua traballante macchina da presa. Sono molti bambini nei primi fotogrammi, una manciata negli ultimi. Alcuni muoiono, sotto le macerie, ad altri bambini verrà vietato assistere alle sue lezioni perché Simav non indossa il velo; una rivoluzione che si sta mangiando i suoi stessi figli.

Quello che non vedi e quello che vedi

Quello che vedete non è un trattato di geopolitica, quello che vedrete è un bambino di cinque anni che decide che strada pendere nella sua città controllando dove sono appostati i cecchini per poi correre nelle zone scoperte.

Non vedrete dei buoni e non vedrete dei cattivi perché non esistono ma vedrete violenze sessuali e torture che vi salteranno agli occhi ogni volta che i vostri ragionamenti e opinioni sulla guerra civile in Siria si appiattiranno a discorsi semplicistici su di chi è la colpa.

Abbiamo bisogno di imparare che esistono delle questioni politiche che vanno risolte, nodi che il giornalismo e l’informazione hanno il dovere di sciogliere ma che, allo stesso tempo, esistono realtà che sconfinano da tutto questo. Il nostro compito ora è superare l’indignazione superficiale per scavare in una consapevolezza profonda di quello che parte della popolazione mondiale sta vivendo senza colpe.

Autoritratto Siriano” è stato accolto nel 2014 dal Festival di Cannes, al Toronto Film Festival e al Torino Film Festival con l’appoggio e la collaborazione di Amnesty International. Ora lo potete trovare su Netflix perché anche dopo quattro anni, di documentari come questi, si sente ancora un forte bisogno.

Gemma Pistis

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