Back to Rosinaldo

Alessandro Rosina appartiene a quella folta schiera di giocatori che non sono riusciti ad esprimere pienamente tutto il proprio potenziale

Sabato scorso Alessandro Rosina è tornato al gol. Una rete decisiva per permettere alla formazione campana di espugnare l’ostico campo del Pisa, proseguire quel filotto di risultati utili che perdura ormai da un mese ed avvicinare ulteriormente la zona play-off, valida per giocarsi un posto nella prossima Serie A agli spareggi. Un traguardo che fino a qualche settimana or sono appariva insperato. La speranza di agguantare il treno play-off passerà anche dalle giocate di Rosina, alla prima stagione in terra campana ma subito insignito del ruolo di capitano, per motivi che pare sostanzialmente inutile ribadire.

Il Rosina degli ultimi anni è un giocatore che, complice l’età, ha profondamente mutato il proprio modo di stare in campo: dallo stile funambolico degli esordi, fatto di accelerazioni improvvise e dribbling ubriacanti, negli ultimi anni il fantasista calabrese si è attestato quale vero e proprio regista offensivo delle squadre in cui ha militato. Nella stagione trascorsa a Bari, Rosina è stato capace di raggiungere la doppia cifra tanto nel computo dei gol quanto in quello degli assist messi a referto, evidenziando tutta la sua importanza nel suo nuovo ruolo di fulcro offensivo, capace di tessere e finalizzare abilmente la manovra d’attacco.

Alessandro Rosina in azione con la maglia del Bari, in una delle stagioni più brillanti della sua carriera.

Nella stagione in corso, invece, i numeri di Rosina hanno sì subito un lieve ridimensionamento, ma non per questo possiamo considerare il suo apporto alla causa granata meno significativo. Ciò che risulta emblematico risiede nel fatto che il contesto attuale sarebbe stato più appropriato per il Rosina degli esordi, una squadra votata alla ripartenza e capace di sfruttare gli ampi spazi offerti dalle azioni di contropiede.
A prescindere da quello che sarà l’esito finale della campionato, partendo proprio da quest’ultima tappa tenteremo di ricostruire la carriera di un talento sbocciato assai precocemente ma che non è riuscito ad attestarsi su livelli che probabilmente avrebbe meritato, almeno per un paio di stagioni.

Rosina e il Toro: un binomio inscindibile

Il punto di partenza non può che essere Torino: Rosina si forma infatti nelle giovanili del Parma ed è proprio con la compagine emiliana che calca per la prima volta un manto erboso di Serie A, non peraltro in una partita qualsiasi, quella con la Juventus. Ironia della sorte, segno del destino: la squadra maggiormente invisa a quella con cui egli troverà, negli anni successivi, la definitiva consacrazione. Sono proprio i colori granata, infatti, quelli che rimarranno legati indissolubilmente alle migliori pagine di carriera del folletto calabrese.

Rosina venne prelevato dal Parma al termine di una rocambolesca sessione di mercato, coincisa con il passaggio di proprietà della società granata – l’allora Torino Calcio, di cui venne formalmente sancito il fallimento proprio durante il corso di quella interminabile estate, ma formalmente rinato nei panni del Torino Football Club –  nelle mani dell’attuale presidente, Urbano Cairo. I granata si videro costretti ad ultimare la rosa con innesti che si unirono alla squadra solo durante la vigilia dell’esordio in campionato, ma tale prospettiva appariva quasi indolore al cospetto dello spettro che durante il corso dell’estate intera aveva tormentato una parte della città, quello di non poter prendere parte a quello che sarebbe stato il campionato del centenario causa fallimento e conseguente sparizione dai radar.

Il rigore dell’1-0 trasformato da Rosina, che aprì le danze nel match decisivo per la promozione in serie A dei granata.

Campionato che si risolverà invece nella maniera più dolce, con la promozione in massima serie e l’esplosione del talento calabrese, vero trascinatore della squadra. Il Rosina che in quella stagione trascinò in Serie A i granata si dimostrò sin da subito fuori categoria: all’età di 21 anni le sue qualità apparivano già superiori alla norma ed anche i riflettori del campionato più prestigioso vennero puntati presto su di lui, già nel campionato successivo. Le sue sgroppate palla al piede, durante le quali lo si poteva ammirare mentre slalomeggiava fra gli attoniti avversari come fossero birilli, gli valsero il soprannome di Rosinaldo, che è già piuttosto emblematico di per sé.
La sua giovane età gli permise di attestarsi fin da subito come uno dei talenti più promettenti della sua generazione ed al termine del campionato, che coincise con la salvezza del Toro, le sempre più insistenti voci di mercato lo videro accostato ai club di spicco del panorama calcistico nostrano. La volontà di Rosinaldo era però quella di diventare grande assieme al suo Torino, la piazza che l’aveva visto affermarsi per la quale era un vero e proprio idolo, con cui sognava un’ascesa che chissà con quali traguardi sarebbe coincisa.

Scelte sbagliate, contingenze sfortunate

Sovente il mondo del calcio si dimostra tanto romantico quanto infido e traditore, e nella storia di Rosina la natura ambivalente di questo sport non tardò a manifestarsi. Durante la terza stagione di Serie A il Torino incappò infatti in una nuova retrocessione in cadetteria. Le lodevoli ambizioni del nuovo corso granata non seppero concretizzarsi sin da subito in un progetto tecnico all’altezza e la carenza di investimenti effettuati in quel triennio portarono il club all’epilogo più drammatico, in seguito ad un paio di stagioni che si dimostrarono premonitrici, in cui al fianco di nulla più che sofferte salvezze non si percepì quella forza tale da permettere al Toro di allontanarsi, anche solo per brevi tratti, dai bassifondi della classifica.

Ed in questo frangente si ebbe il primo e fondamentale snodo per la carriera di Rosina. La permanenza in Serie B divenne impensabile, nonostante l’amore provato per i colori granata ed il rapporto idilliaco con piazza e tifosi. Restava da scegliere quale strada prendere, ma probabilmente l’inusuale decisione di approdare allo Zenit San Pietroburgo, alla corte del neo-tecnico Spalletti, fu la più deleteria possibile. L’ambientamento parve sin dalle prime battute assai difficoltoso e, nonostante i successi raggiunti dal club, Rosina non riuscì a ritagliarsi un ruolo di protagonista nello scacchiere del tecnico toscano, finendo per sperperare gli anni in cui tutti si attendevano un successivo salto di qualità e la sua definitiva maturazione.
Da quel momento in poi la carriera di Rosina è facilmente identificabile quale manifesto della precarietà: in seguito ai due anni trascorsi nel gelo della taiga peterbuzhenka, un incessante girovagare lo porta a vivere esperienze fugaci e destabilizzanti, seppur spesso non tali da impedirgli di lasciare il segno.

Provando ad individuare un comune denominatore a cui ascrivere la carriera del funambolo di Cosenza, si potrebbe eufemisticamente affermare che di rado abbia avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto, nel momento giusto.

Tanto a Siena, quanto a Catania o Bari, l’ormai fu Rosinaldo si dimostra infatti quel giocatore di riferimento e valore che uno come lui anche solo per puro moto di inerzia in Serie B può essere, nonostante in praticamente tutte delle esperienze citate le squadre in cui ha militato in questo passato recente non si siano dimostrate all’altezza degli obiettivi prefissatesi.
Trovatosi in determinate circostanze a causa di un caso beffardo, di qualche scelta poco oculata ma anche di tanta sfortuna, costretto a vivere una carriera frammentaria, alla giornata, priva della continuità tecnica che gli si addirebbe, a Rosina non resta altro che continuare a giocare, concedendo ormai solo gli sprazzi di quel talento mai del tutto concretizzatosi, ma capace comunque di ritagliarsi una posizione di rilievo nella memoria di quasi tutti i tifosi che lo hanno sostenuto, specialmente quelli del Torino.

Luca Pedrini

Rispondi