In Barba ai detrattori

James Harden e la sua scalata al titolo di MVP

Febbraio 2017, l’NBA si appresta a riposarsi e a dar spettacolo all’All Star Weekend, appuntamento che ci permetterà di veder giocare insieme 3 fenomeni dell’era moderna: Kevin Durant, James Harden e Russell Westbrook.

Del primo, passato in estate alla corte dei Golden State Warriors, si è detto tutto, forse troppo. Le sue statistiche, ad oggi, recitano: 26.3 punti, 8.4 rimbalzi e 4.7 assist di media in stagione. Movimenti e mano da guardia in un fisico da lungo (206 cm per 109 kg).

Harden, per gli amici “il Barba”, porta in dote ai suoi Rockets 28.4 punti, 8.2 rimbalzi e 11.5 assist (primo nella lega) ad allacciata di scarpe. Da quest’anno, allenato da coach D’Antoni, gioca da PG sfoderando prestazioni mai viste (primo a far registrare due triple doppie da 50+ punti nella stessa stagione).

Last but not least, Russel ai Thunder sta viaggiando a ritmo di una tripla doppia di media. Giusto per darvi un metro di paragone, non succedeva dai tempi di Oscar Robertson (anni 60-70, praticamente un altro sport): 30.7 punti (top scorer), 10.6 rimbalzi e 10.3 assist a gara.

Bene, ora immaginate di mettere insieme, per un intero campionato e non per una singola gara di esibizione come l’ASG, questi tre giocatorini: poesia ed efficacia cestistica ai massimi livelli.

Il problema è uno solo: questi hanno giocato insieme (ad Oklahoma City) per 3 stagioni ottendendo, al massimo, un titolo di campioni della Western Conference e relativo accesso alle Finals 2012, dove vennero asfaltati dagli Heat di LeBron, Wade e Bosh.

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Probabilmente il più grande “vorrei ma non posso” della storia NBA.

Quando giocavano insieme, sicuramente anche per errori di gioventù, hanno passato più tempo a cercare di vincere con isolamenti che a cercare di dialogare in campo con i risultati che ci ha consegnato la storia.

Dei tre, il primo ad intuire che non ci sarebbe stato grosso margine di collaborazione (oltre a fiutare il profumo di 80 milioni di dollari provenienti dal Texas) fu il meno sponsorizzato: James Harden, fresco di premio come Miglior Sesto Uomo dell’Anno.

Dopo alcune di crescita esponenziale ad OKC, intervallate da prestazioni che ne facevano intravedere l’immenso talento, il Barba arriva a Houston, carico di aspettative e di nuove responsabilità: sarà il faro, insieme a Dwight Howard, dei Rockets pronti a tornare ai fasti di fine anni 90-inizio anni 2000.

Come sosteneva un giovane e acerbo Peter Parker: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità!”, affermazione che sembra calzare a pennello al nuovo Barba in salsa texana: maggiori responsabilità in attacco condite dalla solita solidità difensiva. E invece, come nel più classico fumetto di supereroi, il nostro uomo si dimentica da dove proviene: inizia sì a giganteggiare in attacco (+9 punti di media alla sua prima stagione a Hou) ma si dimentica totalmente della sua fase difensiva.

Alcune “perle” del nuovo Barba (grazie Shaq).

Questa nuova versione di James è poco produttiva: in 4 anni i Razzi escono tre volte al primo turno dei PO e solo una volta arrivano in finale di Conference, spazzati via da Golden State nel 2015.

Le stats del Barba sono in continua crescita così come lo stuolo dei suoi haters: le prestazioni offensive sono sublimi ma il cuore, la grinta e l’intensità da mettere in difesa e al servizio dei compagni latitano con una frequenza impressionante. Come un moderno Narciso, il Barba si specchia sul suo talento offensivo senza occuparsi di ciò che avviene nell’altra metà campo. Le conseguenze per i texani sono inevitabili: via coach McHale, via Dwight Howard (oltre ad altri svariati comprimari) e tanti saluti al progetto tecnico intrapreso 4 anni prima.

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Un’altra delle maggiori incompiute dell’ultime decennio di NBA.

Nell’estate 2015 arriva coach D’Antoni, reduce dalla disfatta dei Lakers di due anni prima. Con l’ex Olimpia Milano, uno dei playmaker più influenti in Italia ed Europa di ogni epoca, il Barba rivede la luce. Non sono in pochi a sogghignare quando, in pieno training camp, esce la notizia che Harden giocherà da PG nella stagione imminente e si accettano già scommesse su quante palle perse farà registrare.

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Ere di playmaking a confronto.

Il nostro James invece entra appieno nel ruolo: top assistman della Lega da subito. Garantisce ai nuovi Rockets, più giovani ed affamati della loro opaca versione dell’anno precedente, una guida tecnica e carismatica finalmente solida riuscendo ad ottenere, da giocatori da second unit, un apporto insperato.

Ad oggi il record di Houston recita 36 W e 16 L, terzo nella Western Conference e nell’intera NBA e la sensazione che si respira è che non possa che migliorare. L’impressione è che, se non si toccheranno i fragili equilibri di ego della sua superstar, i texani potranno andare decisamente avanti.

Nessuno ci potrà dire se assisteremo alla loro ennesima caduta o alla tanto agognata consacrazione ma su una cosa possiamo essere sicuri: tutto passerà da Harden, Fear the Beard.

Daniele Mengato

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