A Ca(c)cia del record

Daniele Cacia continua il suo personalissimo inseguimento alla vetta all-time della classifica capocannonieri di Serie B. Un traguardo storico che comporta prestigio, ma anche un ineludibile senso di incompiutezza.

 

C’è stato un tempo, nemmeno troppo remoto, in cui in Serie B schierare fra le proprie fila Daniele Cacia da Catanzaro significava poter vantare un lusso senza pari. Per anni il bomber calabrese ha gonfiato le reti del campionato cadetto con una continuità sconcertante, attestandosi quale vero e proprio top player per la categoria. Oggi la dimensione di Cacia si è sensibilmente ridotta: da due anni egli milita nell’Ascoli, squadra che si è accaparrata le sue prestazioni solamente al termine di una sessione di mercato straordinaria, al seguito della proroga concessa ai marchigiani in virtù del ripescaggio che gli ha concesso di prendere parte al campionato di B stagione 2015-2016. Sintomo del fatto che, probabilmente in virtù dell’esperienza in Serie A vissuta all’ombra di un redivivo Luca Toni con la maglia dell’Hellas Verona, il nome di Cacia ha perso un po’ di appeal anche in quello che potremmo definire con certezza matematica il suo habitat naturale.
Nonostante ciò, al bomber calabrese è bastato davvero poco per riprendersi quelle luci della ribalta che l’ultimo anno in gialloblu sembrava avergli perentoriamente negato.

Anche Cacia è stato costretto a trovare una nuova consacrazione

Come detto, anche se nessuna delle – all’epoca – 21 squadre presenti ai nastri di partenza dello scorso campionato abbia deciso di investire su di lui, a Cacia è bastato il tempo di mettere a referto la bellezza di 17 marcature nelle 34 presenze in bianconero per far ricredere tutti. Una stagione, al solito per lui, vissuta da protagonista, che gli è valsa persino la vittoria del premio quale miglior attaccante dell’anno della Serie B agli Italian Sports Awards. Inusuale, al contrario, che Cacia sia stato costretto a risalire la corrente. Partendo da un club ripescato e con modeste ambizioni di classifica, messo sotto contratto a settembre inoltrato e snobbato da tante squadre che probabilmente in passato avrebbero fatto carte false pur di dotare il proprio arsenale offensivo di un terminale esplosivo come il bomber calabrese. La tradizione che voleva l’acquisto di Cacia quale primo snodo fondamentale per assicurarsi quantomeno la lotta per le posizioni di vertice della classifica è parsa oramai sdoganata.
Si sa, nel calcio è relativamente frequente subire brusche alterazioni di status da un anno all’altro. Capita che si verifichino congiunture imprevedibili, tali da sovvertire nel giro di poco tempo certezze che apparivano più che consolidate.

Individuare chiaramente il fattore che abbia comportato la perdita di attrazione per Daniele Cacia appare arduo. Probabilmente non si tratta nemmeno di una singola causa scatenante, quanto piuttosto un insieme di elementi. Se pensiamo che la “retrocessa di lusso” dalla Serie A, l’Hellas Verona, si è potuta permettere di ripartire da Giampaolo Pazzini, unito al fatto che la carta d’identità non è certo quella di un ragazzino, ecco che già è possibile mettere sul tavolo due delle possibili motivazioni che hanno portato alla temporanea eclissi di uno dei cannonieri più spietati nel passato recente della cadetteria. Se ad essa aggiungiamo la recente tendenza, anche da parte di squadre costruite per insidiarsi stabilmente ai piani alti della classifica, di puntare sull’exploit di giovani promettenti, ecco che il quadro inizia ad assumere contorni ben delineati. Da una parte, infatti, il massiccio investimento sui giovani su cui è improntata gran parte della programmazione delle società di Serie B permette di lesinare su ingaggi onerosi e sperare che l’esplosione di talenti in erba possa costituire un motivo di futuro successo sia dal punto di vista tecnico, quanto soprattutto economico. Inevitabile che a farne le spese, paradossalmente, siano proprio i cosiddetti giocatori di categoria, di cui Cacia rappresenta senza dubbio una delle punte di diamante.

Ritorno al presente

Al termine dell’esperienza a Bologna, Cacia ha dunque vissuto un’estate in un vero e proprio limbo. Considerato un esubero per la Serie A e soffocato dalla inflazionatissima linea verde in Serie B, egli ha dovuto pazientare fino alla chiamata di un club costretto a fare mercato attingendo principalmente ai giocatori rimasti chiaramente fuori dal progetto tecnico del proprio team di appartenenza ma non riusciti ad accasarsi per tempo. Volgarmente, e in sfregio assoluto rispetto al proprio curriculum, il bomber calabrese è stato costretto a ripartire con l’etichetta di scarto.
Ma Cacia ha impiegato davvero poco per dimostrare che si è trattato di un grossolano errore di valutazione da parte di chi ha anteposto, forse troppo frettolosamente, un qualsiasi primavera di belle speranze all’esperienza di uno dei più illustri componenti della vecchia guardia. Emblematico pensare che, lo scorso anno, abbia condiviso il campo con una delle rivelazioni del campionato attuale di Serie A, l’ora atalantino Andrea Petagna, ma che abbia influito in maniera più che preponderante rispetto al compagno di squadra nelle sorti della compagine marchigiana, trascinata ad una relativamente tranquilla salvezza grazie alla innumerevoli marcature.

Ma a solleticare la fame di gol dell’ultimo Cacia non deve essere stata esclusivamente una inaspettata necessità di riprendersi quel trono di bomber da cui in pochi negli ultimi anni hanno avuto il merito di scalzarlo. Grazie all’ultimo campionato sopra le righe, ora le reti che lo separano dalla vetta incontrastata di capocannoniere all time del campionato di Serie B sono veramente poche. Il record, detenuto altro mostro sacro come Stefan Schwoch, dista solo cinque lunghezze ed è poco ma sicuro che le motivazioni particolari che solo il raggiungimento di un traguardo storico sanno infondere renderanno Cacia ancora più letale ed insaziabile.
Un obiettivo che, a sua volta, delinea in maniera esplicita pregi e difetti  di quella che è stata una carriera vissuta da assoluto dominatore nel secondo campionato nazionale, a cui è però è sempre mancata la definitiva consacrazione in massima serie. Una “sindrome” che accomuna tanti giocatori, capaci di imporsi anche fin da giovani come veri e propri must nel campionato di Serie B, ma incapaci di compiere quel definitivo salto di qualità, per motivazioni che nella maggior parte dei casi permangono difficilmente spiegabili.

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