L’infortunio che ferma la carriera

Non è sempre una favola.

Serve fortuna per andare avanti.



Sui media sentiamo storie di ragazzi che hanno subito un grave infortunio, ma sono riusciti a ripartire nonostante le avversità. Queste storie sembrano favole, come se fosse Dio in persona a far continuare la carriera del calciatore, ma purtroppo non è sempre così. Chi subisce questo tipo di infortunio ha sempre difficoltà a ritrovare la forma fisica. Ancora più complicato se ad affrontarlo è un giovane di una squadra professionista che ha la possibilità di fare del calcio il proprio lavoro. Per comprendere meglio questo tipo di situazioni siamo andati a chiedere a Nicola Salvi, calciatore dellAlbinoleffe dal 2009 al 2011, che è stato costretto ad abbandonare il suo sogno a causa di un infortunio al ginocchio.

Ciao Nicola, iniziamo subito con le domande. Tutti gli appassionati di calcio quando erano bambini sognavano di fare i calciatori. Spesso anche solo provare una carriera nel mondo calcistico significa fare sacrifici sin da giovani. Tu come hai affrontato i primi anni nel mondo del calcio?

Buongiorno, innanzitutto è un piacere per me fare questa intervista. Passando alla domanda, non è facile gestire scuola e allenamenti. È più complicato se giochi nelle giovanili di squadre professionistiche, perché se vuoi rimanerci vuol dire fare 3 allenamenti a settimana e la partita il sabato. In più, se la società vede che hai le capacità può chiederti di giocare domenica mattina con i ragazzi più grandi. Ciò significa tanti sacrifici, soprattutto se come me a scuola non eri un genio. Il problema è anche quando devi rinunciare ad uscire il sabato sera con gli amici perché il giorno dopo c’è la partita. Ma se sei un ragazzo con la fame e la voglia di arrivare in alto non è un peso. Giocare in queste squadre vuol dire far fare sacrifici ai propri genitori, visto che devono fare chilometri in macchina per portarti agli allenamenti dopo una giornata di lavoro.

Nel mondo del calcio, l’infortunio al ginocchio è senza dubbio uno dei più temuti. Solo negli ultimi anni abbiamo visto come giocatori del calibro di Ghoulam o Conti abbiano subito infortuni di questo tipo ed abbiano poi avuto delle ricadute. Tu hai avuto a che fare con questo infortunio nella tua carriera, cosa si prova quando arriva l’esito degli esami?

È stato il momento più buio della mia vita. Già di per sé è un infortunio pesante per il corpo, ma per me è stato un vero e proprio colpo psicologicamente. È arrivato all’improvviso e mi ha costretto ad un lunghissimo stop. Non c’è cosa peggiore per chi ama giocare a calcio guardare i propri compagni lottare in campo dalla tribuna. Purtroppo, questa situazione ho dovuta viverla fin troppe volte, tre volte mi sono infortunato al ginocchio. Non lo auguro a nessuno.

Voglio collegarmi alla domanda di prima, spesso si parla di tempi di recupero post-infortunio e di recuperi lampo per rientrare al più presto sul campo da gioco. Gli appassionati non riescono ad immaginare cosa ci sia dietro a tutto ciò, come ci si sente durante questi mesi? Cosa si fa?

Parlo per esperienza, stare lontani dal campo è dura, ma serve tanta pazienza per lavorare sodo e costantemente, soprattutto all’inizio. Io ho voluto forzare i tempi e ho toccato il campo troppo presto, sia per la voglia di giocare, sia per la paura di essere tagliato dalla squadra e perdere la possibilità di arrivare in alto. È stata la cosa più stupida che potessi fare perché poco dopo essere rientrato ho avuto una ricaduta. Se posso dare un consiglio, chi si trovasse o si troverà in una situazione analoga dovrebbe lavorare lontano dal campo qualche mese in più rispetto al solito. So che è difficile, ma almeno non avrete i miei stessi rimpianti.

Hai mai pensato o hai mai fantasticato su come sarebbe andata se tutto ciò non fosse andato in questo modo? Dove pensi che saresti riuscito ad arrivare? E dove sognavi di arrivare?

Fare della propria passione un lavoro è il sogno di tutti, ma non è facile. Il mio sogno quando ero piccolo era quello, fare il calciatore. Ogni tanto ci penso e inizio a fantasticare su come sarebbe potuta andare se tutto fosse andato diversamente, ma cerco di non farne un dramma. La vita va avanti, anche se il pensiero rimane e pesa. Poi non è detto che sarei riuscito ad andare avanti nel mondo del calcio senza infortuni, in questi ambienti devi avere talento, volontà e tanta fortuna.

Nella tua carriera hai giocato e conosciuto molti ragazzi più o meno grandi di te. Voglio porti una domanda che anch’io mi sono sempre posto. Nel mondo del calcio, è più importante avere la “testa” o il “talento”?

La testa è la cosa fondamentale, senza quella è difficilissimo arrivare in alto. Devi saper soffrire, soprattutto nel calcio di oggi dove lo sforzo fisico è portato al limite e a questi livelli avere una mente forte è fondamentale. È tutto difficile da sopportare. Ho giocato con persone che calcisticamente non hanno nulla da invidiare a molti calciatori di Serie A, ma che con il passare del tempo si sono persi perché mentalmente deboli.

Durante gli anni hai giocato in diverse squadre e con compagni diversi, sia dal punto di vista atletico che mentale. In uno spogliatoio di una squadra professionistica/dilettante quanto conta l’equilibrio e la forza di gruppo? Ci sono mai stati giocatori che hanno messo a rischio questo equilibrio? Se sì, come sono stati gestiti?

Lo spogliatoio è una delle tre cose principali nel mondo del calcio, il gruppo è fondamentale. Se tutta la squadra è coesa e rema nella stessa direzione ci si può togliere delle soddisfazioni. Un singolo giocatore può essere forte quanto vuoi, ma non potrà mai rendere al massimo senza che ci siano attorno a lui i compagni a supportarlo. Quando ero ancora un ragazzo mi è capitato di trovarmi in spogliatoi che al loro interno avevano dei gruppetti divisi, queste situazioni non funzionano. Spesso gli allenatori, sin dalle giovanili, non sono in grado di gestire questo tipo di problematiche. Secondo me i dirigenti delle varie squadre dovrebbero lavorare maggiormente dal punto di vista umano per far capire ai ragazzi l’importanza del gruppo.

Nella vita di tutti i giorni i ragazzi che giocano a calcio ammirano sempre chi ha giocato qualche anno nella squadra dilettantistica della zona e spesso si affidano a loro per chiedere consigli. Pensi di essere cresciuto sia dal punto di vista psicologico che calcistico durante la tua esperienza? Ti hanno mai chiesto consigli o hai mai aiutato qualcuno a crescere calcisticamente?

Durante la mia esperienza calcistica sono cresciuto sotto tutti i punti di vista. Fin da bambino ero abituato a prestare attenzione ad ogni minimo particolare o movimento che i ragazzi più grandi di me facevano. Tutto per migliorare mantenendo comunque grande rispetto e ammirazione per loro, soprattutto se usavano del tempo per aiutarmi e darmi consigli. Oggi seguo ancora ciò che ho imparato, se posso aiuto e do consigli ai ragazzi più giovani, anche se molti hanno ben poca voglia di ascoltare e di seguire i suggerimenti. Ci vorrebbe maggiore umiltà e voglia di imparare.

L’Albinoleffe ha la fama di essere una squadra in grado di sfornare talenti, infatti dalla squadra bergamasca sono passati calciatori del calibro di Diamanti o Belotti. Con quali giocatori, ora famosi hai avuto la possibilità di giocare con o contro? Hai avuto anche la possibilità di conoscerli?

Si mi è capitato un paio di volte. C’è stato un periodo in cui la mia squadra era martoriata da infortuni ed eravamo costretti a far giocare con noi dei ragazzi più piccoli. Uno di loro era Andrea Belotti, sappiamo dove è arrivato e quanta strada può ancora fare, ma già a quei tempi era un giocatore fenomenale. Segnava molti gol nonostante i difensori che affrontava fossero più grandi di lui.

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