Che te ne fai di un programma?

Dopo la sconfitta il Front National ha dichiarato che cambierà nome, ma conta più la forma o i contenuti?

Un’altra elezione è andata, la sua musica ha finito quanto tempo è già passato e passerà. Ci stiamo abituando, abbiamo avuto un periodo talmente pieno di campagne elettorali che a stare senza ci si sente quasi persi. Di cosa parliamo ora?

Per fortuna c’è Trump dall’altra parte dell’oceano che qualche chicca la può sempre regalare. C’è Theresa May che è sempre più legittimata a fare a pugni con l’UE mentre il Labour affonda. Male che vada c’è Salvini che si fa fotografare mentre dorme al CARA di Mineo, consentendo a centinaia di geni dell’internet di vilipenderlo goliardicamente. Insomma, roba per passare il tempo ne abbiamo.

Ieri si è votato in Francia, Marine Le Pen ha perso ma ha detto che è stato comunque un risultato storico per il FN.  Florian Philippot, uno degli architetti del nuovo Front National ha detto che sono previsti cambiamenti radicali nel partito, a partire dal nome.

Già, la prima cosa a cui hanno pensato quelli del Front National è cambiare nome. L’idea è quella di staccarsi del tutto da un passato troppo scomodo e ricominciare a fare quello che hanno sempre fatto, proporre una politica di estrema destra.

Per quanto Marine Le Pen abbia provato a distaccarsi dal padre, il suo messaggio rimane razzista e nazionalista. Vox la ha paragonata a Trump, ma i politici di destra esistono da prima del presidente americano e la leader del Front National è una politica di destra.

Rispetto al padre ha capito meglio come interpretare le nuove campagne elettorali. L’immagine vale più di un programma. Marine Le Pen ha provato addirittura a sfruttare il suo essere donna  per vincere nonostante lei non sia femminista e non lo sia nemmeno il suo programma.

Dal Pop al Mop

Per capirci meglio è importante capire una cosa. I partiti nel corso degli ultimi decenni hanno radicalmente modificato il modo di fare campagna elettorale.

In principio era il prodotto. I partiti avevano una grande base di elettori ed erano totalmente fedeli al proprio programma, si votavano i comunisti o i democristiani, era il partito a dare le direttive e gli iscritti a seguirle, Jennifer Susan Lees-Marshment lo ha chiamato Product-Oriented-Party.

Con il passare del tempo i professionisti della politica hanno capito che indorare la pillola non era dannoso. Si è passati al SOP, partito orientato alla vendita. I partiti cominciavano ad utilizzare ricerche di mercato per definire meglio delle strategie di comunicazione.

Infine il MOP, il partito orientato al mercato che studia gli elettori e si adatta a loro. Uno degli esempi più chiari di passaggio dal POP al MOP è stato il Labour, completamente ristrutturato da Tony Blair alla fine degli anni ’90.

Non è un caso, quindi, se oggi ci troviamo a parlare di politica come se fosse un reality show. Soprattutto non è un caso se ci sembra che il livello del dibattito si sia abbassato radicalmente. Non sono solo i politici, siamo anche noi.

Confusione

In alcuni casi, però, si è fatto un passo più lungo della gamba. Pensiamo a David Cameron che ha proposto il referendum sulla Brexit per diventare Primo Ministro salvo poi perdere il referendum e anche il posto.

Ma non dobbiamo spostarci troppo per trovare altri esempi, ricordate il Referendum costituzionale? Matteo Renzi ha inizialmente deciso di mettere sé stesso al centro del dibattito. Quando ha capito che non stava andando benissimo ha cambiato idea. Nel frattempo però intorno a lui chiunque poteva dire che non era solo un referendum sulla costituzione, era anche un modo per liberarsi di lui. Quanto si è parlato davvero di costituzione?

Tu chiamalo, se vuoi, dibattito.

Anche nelle elezioni americane uno degli errori che è stato attribuito ad Hillary è stato quello di parlare troppo dei difetti di Trump piuttosto che dei pregi del suo programma.

Recentemente la stessa Clinton è tornata sulla sua sconfitta e ha riconosciuto ed ammesso tutti gli errori commessi. Però, fra le altre cose, non ha mancato di citare un nuovo articolo di Nate Silver che spiegava quanto l’intervento del capo dell’FBI James Comey a pochi giorni dal voto fosse stato decisivo per la sconfitta.

Stavo vincendo io.

Non finisce qui

Per fortuna o purtroppo non dovremo aspettare molto per vedere altri esperimenti elettorali. Fra un mese si voterà – di nuovo – nel Regno Unito, a settembre toccherà alla Germania e fra non molto sarà chiaro anche a noi italiani quando dovremo recarci alle urne.

Cosa prevarrà fra forma e contenuto lo scopriremo solo vivendo. Dobbiamo tenere a mente, però, che l’esito finale dipenderà anche da noi.

Poi se per vincere le elezioni basterà cambiare nome ce lo dirà Marine Le Pen. Dobbiamo solo aspettare la prossima campagna elettorale.

Matteo Gabbrielli

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