Chi sei davvero?

Le qualità tecniche nessuno gliele ha mai discusse. Basti vedere la precisione e la potenza con cui calcia con quel suo mancino. I problemi sono sempre stati altri. Come spesso avviene a quel livello, è il cervello che conta. Non che il buon Manolo, nato e cresciuto nella fenomenale scuola calcistica bergamasca, sia una testa calda. Ma troppe volte gli è mancata quella personalità, quella cattiveria agonistica, quella forza mentale, per farsi dare il pallone e scavare i solchi nelle partite. Nonostante quel mancino gli permettesse eccome di farlo.

Gambler mancato

Gabbiadini non ama il rischio, non scommette. Nonostante quei piedi siano delle bet quasi certe, sicure come l’1 della Juve allo Juventus Stadium, lui non si azzarda a buttarci sopra i suoi soldi. Li attiva solo quando la possibilità di perdere è minima, quando si affronta il Frosinone e si vince già 4 a 0 e un tiro sbagliato non farebbe male a nessuno.

O quando oramai non gli rimane più nulla da perdere, vedi il suo periodo pre-abbandono a Napoli. Ma perché questa totale mancanza di fiducia in se stesso?

La fiducia è fondamentale per ogni giocatore. Quando ci si sente importanti per allenatore, compagni, tifosi, quando le giocate che si provano a fare riescono, allora si crea un flusso positivo che permette al giocatore di rischiare e di vincere le scommesse che fa sulle sue qualità. Un esempio: la stagione scorsa di Dzeko e quella attuale.

Storia di un fallito giocatore di poker

Gabbiadini arriva a Napoli dalla Samp nel gennaio 2015, fra i dubbi generali. Non derivati dalle sue capacità, quanto dai giocatori offensivi di cui già la squadra di Benitez disponeva: con Mertens, Insigne, Higuain e Callejon è difficile trovare uno spazietto. Manolo non ha nulla da perdere e allora vince: gioca prevalentemente nello stesso ruolo in cui giocava a Genova, da esterno destro del trio d’attacco, e realizza 9 gol in metà stagione (spesso partendo dalla panchina). E’ uno degli attaccanti italiani del momento, sembra poter essere uno dei futuri campioni della nazionale italiana.

Ma l’anno successivo arriva Maurizio Sarri e tutto cambia: Callejon diventa insostituibile, Gabbiadini viene relegato al ruolo di vice-Higuain e il Pipita ne fa 36 tanto per gradire. Gabbiadini si gioca male le fiches che si può giocare, ad esempio contro l’Inter a Milano nel periodo in cui Higuain era squalificato. Ma d’estate il bomber argentino vola a Torino e arriva Milik: finalmente un rivale superabile nelle gerarchie di Sarri.

Manolo si presenta con 5 gol in precampionato al Monaco, De Laurentis vorrebbe un’altra punta ma alla fine si fa ingolosire dalla possibilità di scommettere, lui, le sue chips su Gabbiadini (con Milik come ancora di salvataggio). La pressione, inequivocabilmente, sale e Gabbiadini la sente. E la soffre. In men che non si dica, Milik gli ha rubato il posto ed ha segnato una doppietta decisiva contro il Milan. Manolo si scoraggia, ha delle nuove occasioni ma le sue fiches non le rischia e continua a perdere punti nei bui e controbui.

Si rompe Milik. Di nuovo l’occasione per scommettere su se stessi, per dimostrare il proprio valore. Ma niente, Gabbiadini gioca come se fosse un palo della luce, senza fare contro-movimenti e senza andarsi a prendere quei palloni che potrebbe scaricare in rete con una sconosciuta (a lui stesso) facilità. Gli ruba il posto perfino Mertens, uno con cui faceva le partite a briscola in panchina l’anno precedente. Perdendo, ovviamente.

La rabbia

Il Napoli prende Pavoletti. E’ il momento giusto per fuggire. Senza più nulla da perdere, va a vincere qualche piccolo piatto, realizzando 2 gol importanti. Bistrattato da Sarri nelle conferenze, bistrattato dai giornali italiani, bistrattato persino dai tifosi del Napoli, è l’ora di cambiare ambiente. Lo chiama l’Inghilterra, il Southampton. Gabbiadini risponde. Alla prima partita ufficiale in maglia Saints scarica un anno in mezzo di frustrazione in un mancino che il portiere manco vede. Spacca la porta, esulta in maniera rabbiosa, è un nuovo Gabbiadini. Partita successiva, ancora meglio. Doppietta, in cui il secondo gol è una giocata che a Napoli non avrebbe avuto il coraggio di fare neanche nei sogni più ottimistici.

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E la fa da prima punta. Tanto per far capire che la sa fare, come sa fare benissimo anche il ruolo di esterno che Sarri gli aveva inspiegabilmente proibito. Il problema è l’assumersi la personalità di farla, di fare quel dribbling, quel tiro, di fare quel contro-movimento.

Identità

Ma allora chi è il vero Manolo? Il vero Gabbiadini è un giocatore forte (con dei limiti) che si esprime al 100% solo quando in fiducia. I dubbi, le perplessità, le ultime occasioni ne distruggono il valore. Indipendentemente dal ruolo. E’ un giocatore, quindi, terribilmente limitato, che se non viaggia su determinati momentum diventa un qualcosa di inutile per la sua squadra. Purtroppo il momentum finisce, mentre il giocatore (con tutti i suoi problemi) rimane.

Alfredo Montalto

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