Il caso Benigni e lo stato di salute di Cinecittà

Suscita polemiche la puntata di lunedì 17 aprile di Report, che indaga sui finanziamenti pubblici al cinema italiano e su Cinecittà.

 

Che il giornalismo d’inchiesta portato avanti da Report risultasse indigesto a tutti i soggetti chiamati a giustificare atti illeciti non è una novità, laddove si parla di frodi, mala sanità e cattiva politica. Certo è che se si vanno a fare i conti in tasca al celebre Roberto Benigni, considerato dall’opinione pubblica come ambasciatore della cultura italiana, allora è facile che si alzino i toni e che la vicenda scateni un polverone.

Il programma di Rai3 imputa l’attore e regista di aver ricevuto finanziamenti pubblici per circa 16 milioni, nel 2005, da immettere nei suoi studi cinematografici di Papigno (Umbria), salvo poi vendere le quote e relativo passivo in bilancio (circa 5 milioni di euro) ai soci di Cinecittà Studios per non farsi carico dei debiti. Da quel momento, Papigno è finita nel dimenticatoio e con lei l’annesso progetto universitario e tutti i lavoratori coinvolti nel progetto.

La risposta del comico toscano non presenta la minima traccia dell’umorismo che lo contraddistingue e passa subito alle vie legali. Così il suo avvocato (Michele Gentiloni Silveri, parente del premier) in una nota: “Nell’interesse di Nicoletta Braschi e Roberto Benigni, sia in proprio che quali soci di Melampo Cinematografica Srl, comunico di aver ricevuto mandato di sporgere querela presso la procura della Repubblica di Roma nei confronti di Giorgio Mottola e Sigfrido Ranucci, nonché di chiunque altro abbia con loro concorso o cooperato, in relazione alle notizie false e gravemente diffamatorie diffuse nel corso della puntata del 17 aprile 2017 della trasmissione Report”.

Cosa rimane della casa del cinema italiano?

Fattasi carico del passivo di BenigniCinecittà Studios dovrebbe tornare nelle mani dello Stato, dopo la privatizzazione del ’97 che puntava al rilancio del cinema italiano. Sarebbero quindi i contribuenti a sostenere i costi della fabbrica dei sogni e quelli della ristrutturazione dell’affiliata Papigno, lasciata ormai alla mercè dei saccheggiatori.

Al di là dei fattori economici della vicenda, è evidente che la società di Luigi Abete, Diego Della Valle e Aurelio De Laurentis abbia agito assecondando gli interessi di Benigni piuttosto che degli studi cinematografici (Papigno), lasciando nel dimenticatoio una risorsa del cinema italiano, ora trasformata nel nulla più assoluto.

Cinecittà
Ingresso di Cinecittà

Sono lontanissimi i tempi in cui personaggi come Federico Fellini e Sergio Leone, due tra i più “innamorati” di Cinecittà, potevano servirsi dei teatri di posa più belli sul panorama nazionale, scommettendo sui film e sul loro valore culturale.

Un valore evidentemente ritenuto basso da coloro i quali controllano l’industria della settima arte, investendo su clientelismo e logiche di bilancio (comunque in rosso di diversi milioni) e non sulle infrastrutture che oggi sono fatiscenti a Cinecittà, simbolo mutilato del cinema italiano.  

Alberto Mancuso

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