Discriminazioni e rugby, una nuova brutta storia

Discriminazioni, cosa sono costoro?

Parlare di discriminazioni, soprattutto nello sport, è ogni volta come squarciare un pesante velo di ipocrisia e menefreghismo. Perché tutti sanno che ci sono, e ci sono sempre state, delle discriminazioni di ogni genere e gusto in ogni evento sportivo.

Rugbisti contro le discriminazioni

Però è sempre comodo scandalizzarsi, o commuoversi, sul momento, e poi come al solito girare la testa dall’altra parte, come si fa quando in televisione appaiono delle immagini con dei bambini denutriti. “Lo sport unisce”, “L’importante è partecipare” suonano tante volte come slogan vuoti e ripetitivi, perché nessuno ha davvero voglia di sradicare certi comportamenti. Lo spettacolo deve continuare, e queste cose sono ormai parte di esso.

Di esempi ne sono piene (purtroppo) le cronache

Di questo tipo di discriminazioni, il calcio ha fatto “scuola”, con innumerevoli episodi che compaiono a cadenza quasi settimanale in ogni stadio, dai “buuu” razzisti alle banane, dai cori beceri ai fantocci impiccati.

Il fantoccio di colore tra i tifosi dell’Hellas Verona

Anche altri sport, come ad esempio l’atletica, non sono risultati immuni da casi di questo tipo (l’australiano Peter Norman venne “dimenticato” dal suo Paese; Jesse Owens, prima e dopo le Olimpiadi, fu una specie di reietto in patria). Stupisce però quando queste cose accadono nel rugby, unanimemente considerato come un gioco nobile, pieno di valori e di rispetto per l’avversario e il tifoso.

Discriminazioni nel rugby, qualche aneddoto

In realtà anche il rugby ha avuto i suoi momenti “vergognosi” dal punto di vista delle discriminazioni. I primi giocatori professionisti (parliamo degli inizi del ‘900, quando era ritenuto “professionismo” percepire un rimborso superiore alla media) venivano squalificati e messi ai margini del movimento. Ad una tournée di soli maori furono imposti dei giocatori bianchi “perché altrimenti la gente non sarebbe andata allo stadio”.

Il caso più clamoroso fu naturalmente quello del Sudafrica, dove a causa dell’apartheid ai neri era proibito giocare a rugby. Dei match contro la Nuova Zelanda saltarono perché agli All Blacks venne proibito di poter schierare i loro giocatori maori; e dovunque andassero, gli Springboks viaggiavano con la scorta, per prevenire incidenti (anche se questo non impedì ad un ultraleggero di sorvolare il campo da gioco e bombardarli con… dei sacchetti di farina).

L’aereo che sta per sganciare le “bombe” di farina

Tutto questo accadeva fino agli anni ‘80. E si pensava che certe “manifestazioni” fossero terminate.

L’ultimo caso però è attualità pura

La Dynamo Dora Rugby è un club dilettantistico di Torino, con squadre sia maschili che femminili.

Si distinguono, oltre al partecipare al campionato dilettantistico, per le loro iniziative di solidarietà (ad esempio, partite per raccogliere fondi per i rifugiati), che culminano con una sagra-torneo, la “Festa del rugby popolare”, che si tiene da un paio d’anni ogni “ponte” del 2 giugno. Il 17 maggio ricevono su Facebook un messaggio privato da parte di una persona, che chiede se il detto torneo sia o meno aperto a tutti. E’ l’allenatore del Sigonella Hoplite Rugby, una squadra femminile americana di rugby a 7. La replica della Dynamo Dora è secca “No, all’evento non possono partecipare militari, polizia, fascisti e varie autorità”.

Al “peggio” non c’è mai fine

La risposta non è il massimo della diplomazia, ma l’allenatore sembra accettarla: il suo “Ok” è abbastanza lapidario, e sembra chiudere ogni discorso. Ma è la frase successiva, da parte della Dynamo Dora, che suona, come dire, assolutamente troppo alta nei toni “Per favore, andatevene dall’Italia e dall’universo”.

La chat “incriminata”

Come se non bastasse, l’amministratore della pagina (che si presume sia anche l’allenatore) fa lo screenshot della conversazione, e lo pubblica su Facebook, allegando un post in cui, tra riferimenti alla NATO, all’occupazione militare e alla lotta popolare, si fa beffe della squadra di Sigonella, aggiungendo che sono stati sin troppo gentili nella risposta. Apriti cielo!

Il dibattito si accende furioso

Il post ha l’effetto di una bomba atomica, e scatena un putiferio: tantissimi utenti, tra i quali molto stranieri, commentano con un misto tra disprezzo e stupore la scelta della squadra torinese. In alcuni casi, le discussioni si riempiono di insulti veri e propri. C’è naturalmente anche chi solidarizza, dicendosi d’accordo con la presa di posizione di non ammettere la squadra americana. Si scatena una vera e propria battaglia social tra le due fazioni.

Le Sigonella Hoplite Rugby

Quello di cui forse non si tiene conto è l’effetto mediatico, e la cassa di risonanza che tutta la vicenda provoca. Alcuni tra i più diffusi quotidiani nazionali, come La Repubblica e Il Messaggero, e la più importante testata sportiva nostrana, La Gazzetta dello Sport, puntano i loro fari sull’accaduto, scrivendo articoli certamente non teneri verso la Dynamo. Alcuni tra i principali blog di palla ovale, come Rugby 1823 e Rugbymeet, parlano di fatto increscioso, che disonora uno sport come il rugby, e lo sport in generale.

Troppi riflettori addosso, si cerca di spiegare

La UISP (Unione Italiana Sport Per tutti, vale a dire l’ente di promozione sportiva dilettantistica nazionale), a cui la Dynamo Dora è affiliata, piena di imbarazzo, pubblica un comunicato in cui si dissocia da queste dichiarazioni.

Ancora più dura è la presa di posizione della FIR Piemonte, che segnala il caso alla Federazione Nazionale, invitandola a prendere provvedimenti seri. Il club torinese cerca di correre ai ripari, pubblicando a sua volta una lettera in cui ribadiscono la loro posizione unilaterale, affermando che i valori su cui è costruita la loro squadra sono di lotta e di opposizione: con buona pace dell’imparzialità che contraddistingue (dovrebbe) lo sport, loro quindi si definiscono assolutamente partigiani. E certamente non intenzionati nemmeno a chiedere scusa. Per loro, discriminazioni così sono assolutamente lecite.

Bastava poco, e sarebbe andata diversamente

Sull’intera vicenda, dubito che le luci potranno spegnersi tanto presto. Certo, può sembrare strano che una squadra dislocata in Sicilia chieda di prender parte ad un torneo a Torino. Parlare di provocazione voluta da parte americana (come è stato nemmeno troppo velatamente accennato dai membri della Dynamo, e da qualche utente) però è fuori luogo. Così come stona l’accogliere, eventualmente, queste ragazze “qualora decidessero di spogliarsi della divisa e rinunciare a quello che rappresenta”, senza tener conto del fatto che a Sigonella non ci sono solo militari.

Si cerca di prenderla con filosofia….

Poi, giustamente, l’evento lo organizzano loro, quindi liberi di farvi partecipare chi loro garba. Si può condividere o meno il discorso, e l’ideologia che vi sta dietro, anche se la politica dovrebbe stare fuori da ogni sport. Tuttavia il rugby si è ritrovato una brutta macchia sui suoi valori condivisi. Perchè è vero che lo sport non sempre unisce, ma una risposta educata è ancora più merce rara. E quella, sì, non appartiene a tutti.

Michele Pieloni

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