Djokovic, la pazienza avrà un limite

Djokovic, l’irriconoscibile

L’uscita inaspettata dagli Australian Open del rientrante Djokovic ha riportato sconforto nei fan. Quanta pazienza possono concedersi?


Djokovic e Chung
Djokovic si congratula con Chung al termine del match di lunedì

Il paziente e la pazienza

Il paziente è quella persona in grado di rimandare la reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro. Il paziente è quella persona che è affetta da una malattia, in quanto affidata alle cure di un medico. Il paziente è Novak Djokovic, che da tempo è ricoverato nella sezione riservata ai lungodegenti. La pazienza nei confronti del serbo però si sta esaurendo: troppi sono i mesi dall’ultima prestazione davvero convincente, molti di più dall’ultimo torneo vinto, un’eternità dall’ultimo slam vinto. E lo stesso paziente, sebbene nelle dichiarazioni e nei propri social sia riuscito a far trasparire neutralità di fronte alle avversità, sembra aver perso la sua di pazienza. Quanto ci metterà a recuperare dalla sua malattia? Sta veramente dando il massimo rispetto a quello che ha? Quanto deve rimanere deluso dalla sua prestazione all’Australian Open?

La sconfitta e gli alibi

La sconfitta agli ottavi in Australia per mano del coreano Chung è solo l’ultima di una serie di delusioni che ormai da due anni contraddistinguono i tornei giocati da Nole. Diverse scusanti vengono in aiuto del serbo,  che proveniva da un infortunio al gomito che lo ha tenuto lontano dai campi per circa 6 mesi. Nole è vittima del riassestamento dei trent’anni che ormai per tradizione caratterizza i big four: ci sono passati Federer e Nadal, ci sta passando anche Murray. Troppi tornei, da giocare tutti al massimo, hanno fatto sì che ognuno di questi giocatori abbiano dovuto imporsi pause e periodi negativi durante i quali rimediare ad infortuni e acciacchi. Così Djokovic si è trovato protagonista del torneo più importante di inizio stagione nella fase finale del recupero da un infortunio al gomito destro – arto alquanto importante per un tennista destrimane.

Per via del suo problema ha anche dovuto assimilare alcune nuove abitudini in preparazione al colpo, cercando di sovraccaricare il meno possibile il gomito. In questo modo ha dovuto adattarsi a un nuovo stile, che più che evidentemente non sta ancora facendo suo del tutto. Il tabellone e l’avversario hanno fatto il resto: il primo, impegnativo a causa di un ranking alto, lo ha visto contrapporsi molto presto con ottimi giocatori come Monfils e Carreno Busta; il secondo, espressione sempre più convincente della Next Gen, lo ha sorpreso giocando una partita stellare.


Berdych e Djokovic
Djokovic, nella sua ultima apparizione, a Wimbledon, prima del suo infortunio, consolato da Berdych

Le colpe

Tuttavia gli alibi non ci bastano, e non possono e non devono bastare nemmeno a lui. Nel match contro Chung il serbo è apparso colpevolmente remissivo e rinunciatario, quasi avesse accettato la propria condizione e la superiorità dell’avversario. Si è accontentato delle proprie prestazioni, senza lottare sino in fondo, senza mettere in campo il vero Djokovic, almeno quello che mentalmente era solito sovrastare gli avversari. È mancato nei momenti decisivi, dove ha commesso errori che non si confanno alle sue caratteristiche. Prove ne sono le sole 5 palle break sfruttate su 19 e i 57 (cinquantasette) errori non forzati commessi, alcuni dei quali in momenti critici del match.

Quello che ha fatto più male è stato vedere Nole dominato, sia fisicamente che mentalmente, dalla copia di se stesso, che in questa occasione è stata più efficiente ed efficace dell’originale. L’incertezza e l’incostanza da parte di Djokovic è stata frutto della sorpresa di non riuscire a cavare un ragno dal buco in una partita troppo intensa e troppo ad alto livello per lui. Ed è sinceramente inutile che si parli di profilo basso sin dall’inizio. Le aspettative nei confronti del serbo, con l’arrivo di Agassi e Stepanek, erano comunque alte, tali da indurre i bookmakers a fidarsi di lui per la vittoria come terzo più probabile vincitore. Pertanto l’uscita dagli ottavi nient’altro è che l’ennesima delusione per un tennista che è alla ricerca di se stesso più di un anno e mezzo.

La delusione

Gli Australian Open sono il suo torneo, era dal 2007 che non vi perdeva una partita 3 a 0. L’ultimo slam vinto è (ironia della sorte) il Roland Garros 2016. L’ultimo Masters 1000 vinto risale a luglio del 2016. Il 2017 è stato disastroso. Il gomito è tutt’ora un problema. In campo non dona reazioni e sembra impassibile rispetto agli avvenimenti negativi che gli stanno accadendo. Djokovic certo non sta concedendo gioie ai propri fan, che da un po’ aspettano la rinascita di un campione che adesso sembra essere scomparso nel nulla.

L’infortunio può spiegare solo parte delle prestazioni dell’ultimo anno e mezzo. Ma non può essere tutto. È chiaro che nessuno gli abbia chiesto di rientrare alla grande e di vincere il torneo, ma gli ottavi sono troppo poco per un tennista che punta ad essere considerato alla stregua di Nadal e Federer. Gli addetti ai lavori sono tutti concordi nell’affermare che Nole è il giocatore più forte in questo momento solo se in forma fisica e mentale. Ed è proprio questa forma mentale che un po’ spaventa i tifosi e lo stesso Nole.


Djokovic al Roland Garros
La celebrazione dell’ultima vittoria al Roland Garros 2016. Da lì è iniziata la crisi

Una reazione è necessaria

La pazienza c’è ed è giustificata. Ma ha un limite. La carriera di Djokovic è a una svolta decisiva, ad un bivio che lo potrebbe portare alla leggenda, emulando e forse superando Re Roger. I prossimi appuntamenti a Indian Wells e Miami e la stagione sul rosso ci diranno qualcosa di più sui suoi miglioramenti e sulle sue effettive possibilità. La pazienza è utile in molti casi ma forse non è quello che serve a Djokovic in questo momento.

D’altra parte uno sfogo rispetto alle avversità non ha mai fatto male a nessuno, anzi potrebbe essere la prima vera presa di coscienza della propria situazione. E sinceramente vorrei augurarglielo questo sfogo. In bocca al lupo Nole.

 

Filippo Tessarollo

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