Le amministrative come termometro politico e altre leggende

Trionfa la destra, perde il PD e il M5S quasi scompare: ma è davvero così?

Il PD di Renzi in caduta libera, il Movimento 5 stelle non pervenuto e tra i due litiganti gode la destra, che quando è unita vince. Questo potrebbe essere il telegramma delle ultime elezioni amministrative e sarebbe sostanzialmente corretto, per quanto sintetico. Tuttavia dietro questo giudizio c’è la complessità di più di 1000 comuni diversi fra loro e il dubbio sulla sostenibilità dell’equazione tanto in voga tra elezioni amministrative ed elezioni politiche, per i cui i risultati locali si proiettano subito su scala nazionale. Tradizionalmente le elezioni regionali, europee e comunali sono considerate un valido termometro politico e in parte è così, più di tanti evanescenti sondaggi, ma bisogna comunque analizzare i risultati per quello che sono. 

Innanzitutto c’è da considerare l’ovvio fatto che l’elettore vota il candidato sindaco che ritiene migliore per amministrare la propria città, che è una storia a sé, e non per dare un segnale politico nazionale. In secondo luogo c’è da considerare il peso che nelle elezioni amministrative hanno le liste civiche che variamente sostengono o sono sostenute dai partiti. Ultimo ma non per importanza è il fattore doppio turno, che permette vittorie non realizzabili con altri sistemi elettorali (mi tengo sul vago, visto il mistero a riguardo). In altre parole dalle elezioni comunali si può ricavare solo parzialmente un dato politico dal valore generale.

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Colore politico dei 160 comuni con più di 15.000 abitanti. Fonte: Youtrend

La quantità e la qualità nelle amministrative

Numeri alla mano paradossalmente queste elezioni le vince il centrosinistra aggiudicandosi 65 comuni contro i 61 del centrodestra. Guardando tuttavia ai capoluoghi, che simbolicamente e numericamente contano di più, è tutta un’altra storia. Nel 2012 il centrosinistra ne controllava 16, a fronte dei 6 del centrodestra: oggi la situazione è perfettamente ribaltata. Un successo (o una sconfitta, dipende dal punto di vista) che fa più rumore per dove è maturata: città considerate roccaforti rosse. Su tutte Genova ma si pensi anche a L’AquilaPistoia dove il centrosinistra dal dopoguerra aveva sempre governato o Sesto San Giovanni, una realtà ben più piccola ma non a caso definita la Stalingrado d’Italia. 

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I risultati negli altri capoluoghi. Fonte: Agi

Trionfa la destra?

Se bisogna individuare un vincitore sì non c’è dubbio; sul significato politico di questa vittoria si può discutere. “Se la destra è unita vince” è il mantra che si va affermando sull’onda del successo ligure. Una formula potenzialmente vincente, l’unico problema è che la destra di fatto non è unita. Un conto è stare insieme in una lista comunale, tutt’altro farlo per governare il paese. La dimensione locale permette in effetti di glissare sulle differenze profonde tra il fronte sovranista di Salvini e Meloni e quello più moderato di Berlusconi, che per qualche meritato scherzo della storia risulta ancora essere l’ago della bilancia.

Sono ancora tanti i contrasti sul tema della leadership del centrodestra (Salvini o Berlusconi?) e soprattutto sull’Europa e sull’euro. Distazne tali che in molti pensano che il Cavaliere guardi ancora con interesse (ricambiato) le larghe intese con Renzi. Insomma ad oggi non è chiaro come questa unione che fa la forza possa concretizzarsi alle politiche.

Perde il PD?

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Andamento dei capoluoghi al voto tra il 2015 e il 2017. Fonte: Youtrend

L’arretramento del centrosinistra è innegabile e diffuso. In molti sembrano aver improvvisamente scoperto che Renzi per vincere non funziona più come prima del referendum. Renzi che tra l’altro si è volutamente esposto molto poco durante queste elezioni. Forse qualche renziano ortodosso potrebbe leggere in questa assenza una delle cause della sconfitta ma sarebbe una posizione piuttosto solitaria. “Il PD è nato per unire il centrosinistra non per dividerlo” twitta Franceschini e gli fanno eco le critiche di Veltroni e Prodi, due padri nobilissimi del partito. 

Il problema è Renzi allora? Ancora una volta il confronto comunale sembra non poterci dare con certezza queste risposte. Difficile dire quanto abbia pesato lo stigma anti-renziano in elezioni che lo hanno visto così poco protagonista. Soprattutto bisogna considerare che il PD ha perso anche dove si è presentato unito alle altre forze del centrosinistra e viene il dubbio che riunire Mdp, Sinistra Italiana, Pisapia e co. non sia sufficiente. Il presidente della Regione Lazio Zingaretti allora precisa:”E’ vero che il centrosinistra non vince sempre, ma il Pd da solo perde sicuramente“.

Il M5s scompare?

Ad un primo sguardo sembra quasi di essere tornati ai tempi del bipolarismo ma il Movimento 5 stelle non è scomparso: un bottino modesto di otto comuni, tra i quali “spicca” Carrara. C’è da dire che nella sua breve esistenza, con l’eccezione degli exploit di Roma e Torino, il M5S non ha mai brillato particolarmente nelle elezioni comunali e una crescita c’è comunque stata (del 20%). Certamente hanno pesate le tante critiche nei confronti dell’Appendino e soprattutto della disastrata giunta Raggi ma tra le fila pentastellate il locale sembra essere innanzitutto un trampolino per il nazionale.

Per spiegare il concetto Beppe Grillo ha citato niente meno che Al Pacino. “Ogni maledetta elezione continuiamo a crescere e questo è ciò che conta. In questa squadra si combatte per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire, fra governare questo Paese per i cittadini e subire ancora il governo delle lobby e degli amici e dei figli di”. Insomma altro che amministrative: alle elezioni comunali non ci pensa già più nessuno

Emanuele Monterotti

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