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Elezioni: lo stallo alla catalana

Cosa succede ora in Catalogna?

Vincono di nuovo gli indipendentisti ma senza maggioranza assoluta


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I risultati delle ultime elezioni: la divisione dei seggi e i voti per blocchi. Fonte: Ministerio del Interior de España.

Ostentava soddisfazione Rajoy negli ultimi mesi, la situazione in Catalogna era stata gestita a dovere, avrebbe prevalso lo stato di diritto. Con qualche ferito certo, un presidente eletto latitante in Belgio, l’arresto di alcuni dei principali politici indipendentisti, il commissariamento di una regione autonoma ma il peggio sembrava passato. Applicato il famigerato articolo 155 della Costituzione, convocate subito le elezioni per dare meno tempo possibile al fronte indipendentista di ricompattarsi, tutto sarebbe tornato alla normalità. E invece no: due mesi dopo l’auto-proclamazione della Repubblica catalana, non è cambiato un bel niente.

La maggioranza resta dell’eterogenea coalizione indipendentista: la lista moderata di Puigdemont (JxCat), i socialisti di ERC e i marxisti del CUP. Maggioranza dei seggi sì ma non maggioranza assoluta, non abbastanza per legittimare la strada di una secessione unilaterale. Insomma l’indipendenza non si può fare ma a quanto pare nemmeno una riconciliazione è possibile. Lo stallo alla catalana è servito.

Gli indipendentisti vincono, gli unionisti non perdono

L’affluenza è stata da record, anche per gli alti standard di partecipazione della Catalogna: l’81% degli aventi diritto. Rispetto alle elezioni del 2015 il fronte indipendentista perde solo due seggi, con la lista di Puigdemont in testa (per soli 10.000 voti rispetto a Esquerra Republicana Catalana). Non ottiene però la maggioranza assoluta dei voti, fermandosi al 47,46%, e il primo partito uscito da queste elezioni è tutt’altro che indipendentista.

Si tratta di Ciudadanos, partito di centro-destra nato nel 2005 proprio in Catalogna, che ha conquistato il 25% dei voti. Lo ha fatto soprattutto a scapito del partito di Rajoy, la cui gestione della crisi è stata evidentemente punita. Il Partito popolare, che da queste parti ha sempre faticato rispetto al resto della Spagna, si limita al 4% dei voti (meno perfino di un partito comunista come il CUP).


E adesso?

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Carles Puigdemont, presidente eletto della Catalogna, attualmente in auto-esilio a Bruxelles per sfuggire al mandato di cattura da parte della Spagna. Fonte: Sky News.

Numeri alla mano, solo gli indipendentisti possono formare un governo. Tuttavia su qualsiasi ulteriore istanza separatista pesa il commissariamento delle istituzioni catalane e le divisioni interne alla maggioranza. Di fatto se il presidente designato dai catalani, Carles Puigdemont, tornasse in patria per essere eletto il prossimo 23 gennaio sarebbe arrestato per sedizione e ribellione.

Non a caso Puigdemont si è scoperto disponibile a trovare un compromesso con Rajoy, con o senza l’indipendenza. Il problema è che il mandato di cattura non dipende più da Rajoy ma dalla giustizia spagnola. D’altronde è in carcere anche il leader di ERC, Oriol Junqueras. Il CUP invece è tradizionalmente chiuso a qualsiasi dialogo con Madrid.

D’altra parte la candidata di Ciudadanos, Inés Arrimadas, ha escluso ogni accordo con gli indipendentisti e quindi la possibilità di provare a formare un governo. La prospettiva potrebbe essere perfino quella di nuove elezioni, tanto ormai i catalani ci sono abituati. Magari elezioni a oltranza finché non esce fuori una maggioranza gradita a Madrid, per quanto concettualmente stoni un tantino con il senso della democrazia.


Il dado è tratto

Quel che è certo è che tornare indietro non è possibile ormai; fare finta che non sia successo niente, come era nelle intenzioni di Rajoy, è solo un’illusione.

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Bisogna considerare che sotto il franchismo non solo era stato bandito lo Statuto di Autonomia della Catalogna ma perfino l’uso della lingua catalana.

La società catalana è spaccata in due, alle elezioni come nella vita di tutti i giorni. È significativo che non ci sia stato uno spostamento di voti da un blocco all’altro ma solo da un partito all’altro dello stesso blocco. O si è indipendentisti o si è anti-indipendentisti, non ci sono mezze misure. Non a caso ha fallito la terza via proposta da En Comù-Podem (declinazione catalana di Podemos), contraria all’indipendenza unilaterale ma anche all’applicazione dell’articolo 155.

Da una parte c’è la legittimità costituzionale, dall’altra una capacità di mobilitazione straordinaria: due lingue diverse, che sembrano incapaci di comprendersi. L’identità catalana negli ultimi anni si è alimentata soprattutto in negativo attraverso la contrapposizione con Madrid, rendendo progressivamente quello dell’indipendenza l’unico tema del dibattito pubblico.

Il catalanismo dunque da motore ideale della Catalogna si è trasformato nel pomo della discordia che ne sta rilevando tutte le divisioni, le contraddizioni e le ipocrisie. Adesso bisogna affrontarle, perché l’ingovernabilità è un problema serio ma un tessuto sociale polarizzato su due opposti estremi forse lo è anche di più.

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