Birmania sotto accusa: violenze contro la minoranza rohingya

Epurazione di un popolo dimenticato

Un video diventato virale quello diffuso in rete tra il 31 dicembre e l’1 gennaio 2017: mostra un gruppo di soldati del Myanmar picchiare bambini appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya, in un villaggio nello Stato occidentale di Rakhine. Dopo mesi di soprusi e atrocità, finalmente il governo birmano avvia un’indagine contro alcune forze dell’ordine e quattro poliziotti finiscono in manette. Infatti, nonostante le numerose denunce da associazioni umanitarie, il governo ha taciuto a lungo minimizzando il tutto.

La politica del “grilletto facile” dei soldati contro la minoranza civile, prosegue da anni, una vera e propria pulizia etnica nei confronti di quello che ormai è diventato un “popolo fantasma”. Una spietata e sistematica violenza a danno di un’intera popolazione. Villaggi infuocati, arresti e omicidi illegali, stupri di massa e continue persecuzioni da parte delle forze di sicurezza di Myanmar. Nel mirino soprattutto donne e bambini, spesso abusati sessualmente. Amnesty International ha potuto confermare che negli ultimi mesi l’esercito birmano ha incendiato oltre 1200 abitazioni, scuole e moschee dei rohingya.

Giovani rohingya-The Mole

Un popolo senza diritti

I musulmani rohingya, da sempre perseguitati ed emarginati, vivono nel nordovest del Myanmar, in un paese in cui circa il 90% della popolazione è buddista. Il governo non consente loro una cittadinanza e a seguito di una legge  del 1982, non sono considerati appartenenti a nessuno dei 135 gruppi etnici riconosciuti. Pur vivendo da molte generazioni nel paese, non sono riconosciuti civilmente, vivono in campi profughi e non hanno accesso al mondo del lavoro. Anche i loro diritti di fruire dei servizi sanitari o di praticare liberamente la propria religione, sono limitati e spesso ostacolati. Stando ai rapporti delle Nazioni Unite, i rohingya sono una delle minoranze più perseguitate nel mondo.

Il silenzio del governo

L’escalation di feroci repressioni è iniziata ad ottobre, quando le forze dell’ordine birmane hanno avviato una disumana campagna militare per reprimere l’insurrezione della minoranza a Rakhine. Le vittime aumentano esponenzialmente e le stime ufficiali registrano che da ottobre, siano 34mila gli sfollati e circa tra 300 e 500mila i dispersi nel paese. Nel tentativo di sottrarsi alle violenze, migliaia di persone tentano la fuga ogni giorno e attraversano illegalmente la frontiera per cercare rifugio in Bangaldesh, il quale per contenere l’esodo, da qualche mese ha chiuso le frontiere con il Myanmar.

Onu, Amnesty International e numerose associazioni pro diritti umani, per mesi accusano le frange estremiste dell’esercito birmano di infliggere abusi e torture verso i rohingya. Ma il governo ha spesso negato, continuando però ad impedire l’accesso a giornalisti indipendenti che non possono documentare gli accaduti. Finisce così al centro di numerose polemiche, la Ministra birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, che di fronte ai crimini contro l’umanità, decide di tacere. Ci si aspetta una presa di coscienza morale e una denuncia politica da parte di un’icona per i diritti umani, la quale però, paradossalmente viene meno alle sue responsabilità.

E’ demoralizzante notare che proprio un Nobel per la Pace, con la sua reticenza e omertà, abbia permesso questa terribile carneficina e sia stata complice, seppur con il silenzio, di un’atroce guerra di annientamento.

Viola Chemi

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