L’Europa compie sessant’anni e non se li porta bene

Oltre la festa, la crisi dell’Europa: stiamo vivendo il tramonto del sogno europeo?

Il 25 marzo in una Roma blindatissima 120 fra capi di stato, governo e ministri celebreranno i sessant’anni dell’Unione Europea, che però vive uno dei periodi più difficili della sua storia. Il progetto europeo non è completo e non si è mostrato all’altezza di molte delle sfide che ha affrontato. Nel frattempo crescono i sentimenti anti-europeisti in un anno di elezioni decisive in Francia e in Germania. Qui si (ri)fa l’Europa o si muore.

I trattati di Roma

Era il 25 marzo del 1957, l’alba del miracolo economico postbellico, e in Campidoglio a Roma i rappresentanti di Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo sancivano la nascita dell’Europa come la conosciamo. Qualcosa di impensabile poco più di dieci anni prima, nel bel mezzo di una guerra mondiale ma soprattutto europea. I trattati di Roma istituirono infatti la Comunità Economica Europea, che sarebbe diventata comunità non più solo economica con il Trattato di Maastricht del 1992. Inutile dirlo, da allora le cose sono profondamente cambiate.

Firma dei trattati di Roma
Il momento della firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957 nel Palazzo dei Conservatori in Campidoglio.

Lo stato dell’Unione

Siamo cresciuti nella convinzione di essere la prima generazione veramente europea eppure negli ultimi anni viviamo il paradosso di essere anche i testimoni della sua crisi peggiore, come divisi tra l’ideale dell’Europa e la sua realtà. Quel progresso che ci appariva scontato verso una sempre maggiore integrazione sembra essersi interrotto. Si rafforzano i confini, si invoca il protezionismo, si rispolvera l’orgoglio nazionale e l’unità europea da soluzione a tutti i problemi è diventato il problema.

Il nuovo corso americano e l’Europa sotto attacco

Hanno fatto scalpore i recenti attacchi di Trump contro l’Europa , in controtendenza con più di mezzo secolo di relazioni diplomatiche. Il presidente americano ha criticato la politica di accoglienza della Merkel e l’asservimento dell’Europa alla Germania. Ha poi elogiato la Brexit e auspicato che altri paesi abbandonino l’Unione. Mentre Ted Malloch, probabile futuro ambasciatore a Bruxelles, ha dato all’euro 18 mesi di vita al massimo.

Il presidente del consiglio europeo, Donald Tusk, ha evidenziato tra le minacce che l’Unione deve affrontare le posizioni della nuova amministrazione USA, insieme al terrorismo e all’aggressività di Russia e Cina. La vittoria di Trump e della Brexit inoltre legittimano e rafforzano il pericolo interno dei crescenti sentimenti nazionalisti e antieuropeisti.

Il fantasma dell’anti-europeismo si aggira per l’Europa

In molti si sono affrettati ad esaltare il recente successo del conservatore Rutte nelle elezioni olandesi. Da festeggiare non c’era tanto la sua vittoria quanto la non-vittoria del Partito delle libertà di Geert Wilders, anti-islam e a favore della Nexit (l’uscita dell’Olanda dall’Unione Europea). La cancelliera Merkel si è spinta a parlare di “vittoria per la democrazia”, evidenziando la frattura che esiste tra il fronte transpartitico degli europeisti e tutti gli altri contro. I toni trionfalistici rivelano inoltre l’innegabile paura dei leader europei. Tanto che ogni vittoria, per quanto piccola, conta.

Prima del voto Wilders aveva dichiarato di aver comunque già vinto, e forse non aveva tutti i torti. In effetti la vittoria di Rutte, che comunque con Wilders aveva governato fino al 2012, non cancella il fatto che il suo partito nazionalista e anti-europeista sia cresciuto (dal 10% al 13%) e sia il secondo per numero di votanti. E’ lecito pensare che certi sentimenti si affermino in modo progressivo.

Europa delle nazioni e delle libertà
Da sinistra: Matteo Salvini (Lega Nord), l’austriaco Harald Vilimsky (Fpoe), la francese Marine Le Pen (FN) e l’olandese Geert Wilders (Pvv) membri dell’eurogruppo “Europa delle nazioni e delle libertà”. Fonte: Fanpage.it

La prova delle urne

Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo che si avvicinano elezioni decisive in Francia e in Germania. Anche in questi casi il discorso va al di là di chi vincerà le elezioni.

In Francia  il terrorismo ha rafforzato il Front National e Marine Le Pen ad aprile tenterà ciò che non riuscì al padre, approfittando degli scandali del moderato Fillon e dell’incognita socialista di Hamon. Secondo i sondaggi al ballotaggio vincerebbe il sorprendente Macron con la lista centrista En Marche! ma nessuno mette in dubbio che il Front National al ballotaggio ci arrivi e probabilmente da primo partito nazionale.

In Germania è sotto accusa la gestione dell’immigrazione della Merkel, che si contenderà la cancelleria con il socialista Schultz. Le critiche principali arrivano da Alternative für Deutschland, che col suo euroscetticismo è passato dal 5% al 16% in tre anni e si avvia ad essere il primo partito di destra a entrare nel parlamento tedesco dalla seconda guerra mondiale. Se non bastasse in Italia, in cui le elezioni sono fisiologicamente sempre dietro l’angolo, il M5S a meno di sorprese avrebbe la maggioranza assoluta e anche la Lega continua a salire.

La crisi del sogno europeo

L’Unione Europea nei suoi ideali si fonda su una cultura e una storia comune ma sin dal principio è stata l’economia, con la CECA e poi con la CEE, a unire nazioni che si erano fatte la guerra per secoli. Allo stesso modo è stata la crisi finanziaria del 2008 a mettere in discussione quell’idea. Complice una gestione fallimentare della crisi che in nome dell’austerità ha imposto sacrifici che spesso non hanno migliorato le condizioni economiche, con l’esempio assoluto della Grecia. Su situazioni economiche diverse la crisi ha avuto un impatto diverso e si è ampliato il divario tra Nord e Sud dell’Europa. Le istituzioni europee sono apparse popolate da burocrati distanti, più interessati al pagamento dei debiti che al benessere popolare.

Nel peggior momento possibile l’Europa ha anche dovuto affrontare la più grave crisi dei rifugiati da settant’anni, contemporanea all’intensificarsi del terrorismo islamico. Di fronte alle difficoltà i paesi membri si sono riscoperti rivali prima che compatrioti. Ha prevalso la xenofobia e in molti hanno deciso di chiudere le frontiere sospendendo di fatto l’accordo di Schengen. Se l’economia europea sembra essersi ripresa, anche grazie agli interventi della BCE, la questione delle frontiere ha creato nuove divisioni.

La Commissione europea ha tentato di coordinare una gestione dell’immigrazione comune ma Svezia, Danimarca e diversi paesi dell’Europa Centrale sono venuti meno ai loro impegni. Ne è una triste testimonianza il muro costruito tra Serbia e Ungheria. In altri come Francia e Germania sono ritornati i controlli al confine, abbattendo uno dei maggiori simboli dell’Unione Europea: la libera circolazione. Non ha migliorato le cose il discutibilissimo accordo siglato con Erdogan per rispedire in Turchia i rifugiati non regolari.

Muro serbia-ungheria
Parte della barriera voluta nel 2015 dal governo ungherese per difendere i confini con la Serbia. Fonte: ONU Italia

Europa unita ma non troppo

La situazione attuale porta a chiedersi se mai gli stati nazionali saranno disposti a sacrificare i propri interessi particolari per diventare davvero qualcosa di unico, ovvero ciò che dal 1957 è il naturale orizzonte politico del progetto di integrazione. E’ evidente che questa non sia l’unità europea federalista che sognava Spinelli nel Manifesto di Ventotene. E’ indubbio che il progressivo ampliamento a 28 membri, spesso diversi tra loro, abbia complicato di molto le cose.

L’ultimo Trattato di Lisbona del 2009, versione ridimensionata del progetto di una Costituzione europea, appare come un compromesso più che la nascita effettiva di una nuova entità sovranazionale. E l’ancora più recente idea di Europa a due velocità in quanto ad ambiguità non è da meno. Una formula che sembra constatare la realtà più che cercare di correggerla. Vi sono dei paesi favorevoli ad un’unione sempre più stretta e altri interessati esclusivamente ad un’integrazione economica. Tuttavia sembra non esserci più il tempo per le mezze misure: più Europa o nessuna Europa.

Supranational_European_Bodies
Un diagramma di Eulero che mostra quanto siano diversificati i livelli di integrazione all’interno dell’Europa. L’Europa a più velocità è già un dato di fatto. Fonte: Wikipedia

Manca ancora una reale unione bancaria, una difesa comune e soprattutto una politica estera condivisa, che garantisca un peso diplomatico che ora sembra essere quasi inesistente. Celebre a riguardo il commento di Kissinger che si chiedeva quale numero dovesse chiamare per parlare con l’Europa. L’alternativa, più che azzardata per la grande maggioranza dei casi, è che l’Europa si rompa definitivamente in tanti piccoli pezzi soggetti all’influenza della superpotenza di turno.

Cento di questi giorni?

Il rischio che l’Unione Europea si sfaldi in un inarrestabile effetto domino esiste. Tuttavia come non è stata costruita in un giorno, così non scomparirà con un colpo di spugna politico. Le celebrazioni del 25 marzo, come tutte le ricorrenze, sono un’importante occasione di riflessione. E’ giusto ricordare i successi dell’Europa ma le sfide da affrontare sono ancora tante. Può essere l’inizio di un progressivo declino o l’occasione per rilanciarsi a livello globale come alternativa politica ed etica. Possibile solo a patto di restare uniti e parlare finalmente con un’unica voce. “Noi europei siamo padroni del nostro destino” ha affermato con forza la Merkel. Tutto sta nel vedere quale destino sceglieremo di percorrere.

Emanuele Monterotti

 

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