Fantozzi: 92 minuti di applausi

Addio ad un’icona del cinema italiano, maestro della risata amara.

Si è spento ieri, all’età di 84 anni Paolo Villaggio, autore di un personaggio entrato a far parte della cultura popolare italiana, il simbolo per eccellenza della mediocrità, l’italiano medio anni ’70: Ragionier Ugo Fantozzi.

Fantozzi
Fantozzi, Pina e la figlia Mariangela

In queste ore sono in molti a rendere omaggio all’attore genovese classe 1932 e c’è chi, volutamente oppure no, parla di lui chiamandolo col nome del suo alter ego cinematografico: Ugo Fantozzi.

A voler fare un salto nel futuro, è possibile immaginare come il personaggio più famoso da lui creato sopravvivrà negli anni a venire a discapito dell’uomo in carne ed ossa che l’ha portato su carta (con il libro del 1971) e poi sul grande schermo. È il destino riservato ai grandi artisti, uomini e donne che hanno creato personaggi (cinematografici, letterari) così autentici entrare nel cuore di tutti. Si conosce quindi il Don Chisciotte, meno Cervantes; tutti amano i Simpson, in pochi conoscono Matt Groening.

“Fantozzi, lei è una merdaccia!”

Se ne sarà fatto una ragione Villaggio, lui che era arrivato a comprendere che quel mediocre di Fantozzi lo avrebbe reso immortale. Perché proprio il ragioniere più famoso del cinema è la vetta raggiunta dall’attore genovese che, nel corso della sua lunga carriera, ha lavorato con registi del calibro di Fellini, Olmi e Monicelli.

Poi ancora la passione per diverse forme d’arte e l’amicizia con De Andrè, con cui ha composto diversi brani. Letteratura, musica, cinema. È stato un uomo eclettico, aggettivo che sicuramente avrebbe apprezzato, lui che per il suo “Fantocci” ha coniato termini che vanno dal “megadirettoregalattico” alla “cagata pazzesca” o “merdaccia”. Per non parlare dei congiuntivi “vadi” e quel “batti lei” di una scena di tennis che ancora oggi è esilarante.

Capace di divertire e al tempo stesso distruggere cinicamente una società grottesca, se ne va con Villaggio un certo tipo di commedia, senza volgarità ma che smaschera le goffaggini di servi e padroni. Mischiando la tragedia con la risata, Fantozzi ha mostrato la realtà di un certo tipo d’Italia, quella della piccola/media borghesia anni ’70 alle prese con il posto fisso e la famiglia, tra le incredibili goffaggini e il muto servilismo nei confronti della classe dirigente.  Il termine “Fantozziano” riassume tutto questo, uno stato di sottomissione verso il potere che tutti noi, almeno una volta nella vita, siamo stati costretti a sfoggiare. Salvo poi riscattarsi in sporadiche occasioni, in cui anche il Fantozzi che è dentro di noi si permette di alzare la testa e gridare: “È una cagata pazzesca!”.

Alberto Mancuso

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