FENCES – BARRIERE – Lo steccato dello zio Denzel

Questo film non insegna a costruire steccati

Ho iniziato a vedere Fences senza conoscere quasi nulla, se non che era candidato all’Oscar. Non mi piace l’idea di essere influenzato da altre recensioni. Dico questo perchè guardando il film mi sono ritrovato a chiedermi chi fosse il regista.Vado a controllare su Internet. Denzel Washington. Denzel Washington? Quel Denzel? Non sapevo facesse il regista. In effetti la sua filmografia da regista è breve, solo tre film, qui da noi non particolarmente noti. Si capisce il motivo. Sono tutti molto legati alle radici afroamericane del regista. Fences non è da meno. Fences è l’adattamento dell’opera teatrale del 1983, vincitrice del premio Pulitzer di August Wilson, che nonostante sia morto nel 2005 viene accreditato come sceneggiatore. Opera che fa parte del Ciclo di Pittsburgh, serie di dieci opere sulla comunità afroamericana della città, scritta da uno ritenuto il maggior drammaturgo afroamericano in assoluto.

Fences, parla di un uomo e del suo mondo, il suo cortile, dove si svolgono quasi tutte le scene. Quell’uomo è Troy Maxson (Denzel Washington) il cui passatempo preferito è bere gin, raccontando di quando era giocatore di baseball. Insieme a lui nel cortile troviamo sua moglie Rose (Viola Davis) e l’amico di una vita Jim (Stephen Henderson). Troy dovrebbe costruire uno steccato, come gli chiede la moglie, ma rimanda sempre, perchè vorrebbe che a costruirlo fosse il figlio. Cory (Jovan Adepo), però, vuole giocare a football e per questo passa i sabati ad allenarsi. Oltre a loro, personaggi ricorrenti in visita alla casa sono il fratello ritardato di Troy, Gabriel (Mykelti Williamson) e il figlio avuto da una precedente relazione Lyons (Russell Hornsby).

The Troy Maxson’s show

La sceneggiatura c’è ed è ottima, ma la compagnia degli attori? Beh, la maggior parte sono gli stessi che già avevano portato Fesnces a teatro nel 2010, spettacolo per cui la Davis, ad esempio, ha vinto un Tony Award. La loro familiarità con i ruoli rende le loro interpretazioni qualcosa di eccellente.

Gabriel è il personaggio più teatrale e simbolico. Un uomo con una placca di metallo nella testa, la cui disabilità ha permesso a Troy di comprare la sua casa, pensa di essere il messaggero di Dio, descritto come un trombettista in molti canti. Williamson umanizza questo carattere giocando sui suoi deliri, senza scherno. Crede nelle sue convinzioni, e come l’ultima scena del film indica, potrebbe non essersi sbagliato

Il personaggio di Cory rappresenta il doppio del padre. Il film ce lo dice espressamente. Cory è tutto quello che il padre sarebbe potuto essere, ma che non è stato per caso, per un accidente della Storia. Per la maggior parte dei padri, sapere che il loro figlio vuole seguire le proprie orme sarebbe motivo di orgoglio, specialmente nello sport. La testardaggine di Troy porterà all’esasperazione il rapporto tra i due, che sfocerà in un confronto in cui il giovane (che è al suo esordio sullo schermo) tiene testa a uno che recita dal 1977!

E poi ci sono loro. I giganti di questo film. Denzel e Viola. Sensazionale nel suo crescete smarrimento, la Davis probabilmente vincerà l’Oscar (quello sbagliato, per la non protagonista). Troy ha dieci volte più battute di Rose nelle prime scene, racconta, affascina il suo pubblico, con le storie del baseball o sul suo passato. Ma tutta la seconda metà del film appartiene a lei. C’è un momento, escogitato splendidamente dallo script di Wilson, quando Troy si imbarca in un’altra analogia con il baseball dove Rose gli chiede cosa diavolo stia dicendo, disperata. Sta per distruggere la loro vita, di punto in bianco, e continua a parlare di secondo strike? L’angoscia pervade la scena e la camera si avvicina al viso di lei. Intorno il silenzio, non ce n’è stato molto durante il film, e gli occhi della Davis si gonfiano di lacrime.

The company that you keep

Il Silenzio. Sembra strano, ma in un film così chiaccherone è il silenzio che quando c’è, regna. E’ al silenzio che viene affidata la scena più carica del film, quella di Viola Davis. E’ il silenzio tra i due ragazzi, nel finale, che riunisce i pezzi della famiglia. Quel silenzio che in Silence (scusate la ripetizione) era una cosa così lontana, come può esserlo Dio, qui si fa solido come un marmo. Crea e distrugge la storia e i personaggi. Partecipa diventando un personaggio egli stesso, la morte. La morte e il silenzio in questo film sono una cosa sola, come dimostra la scena della tromba che non suona, che rappresenta il lasciapassare per il Paradiso.

Padre padrone” in salsa afro

Parlare di questo film è stato particolarmente complicato (il prossimo sarà Arrival, meh). Il racconto forse è un po’ poco originale e molto legato alle radici afroamericane degli autori. Il Denzel autore (complice Wilson)  convince forse più del Denzel attore, in questo caso schiacciato dal talento della Davis, che conferma, come se ancora ce ne fosse bisogno che agli Oscar di quest’anno le dive dominano. Fences fa da palestra per un giovane attore come Adepo, ed è criminale che Mykelti Williamson non sia stato candidato come non protagonista. Il film, insieme a Hidden figures cancella “l’onta” degli #Oscarsowhite dell’anno scorso.

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