Fuori binario, ovvero come ti imbriglio gli inglesi

Eddie Jones non lascia trasparire grosse emozioni, lassù in tribuna. Lo vedi sempre con quella smorfia a metà tra il sorriso e il ghigno di chi sa qualcosa che altri mai arriveranno a conoscere. Solo che con quella smorfia potrebbe tranquillamente sfilarti casa, compagna e mutande a poker. Imperscrutabile. Nonostante la sua Inghilterra delle 16 vittorie consecutive non abbia ancora chiuso i conti contro una Nazionale Italiana data per spacciata da tutti. Lo stesso coach Eddie aveva detto poche ore prima del kick-off “L’Italia andrebbe aiutata”. La pietà come massimo affronto. Sa quel che dice, l’australiano dagli occhi a mandorla. Vuole ferire. Ha parlato di guerra dei Cent’anni prima di Inghilterra-Francia, sa benissimo cosa dire e come dirlo. Solo che gli azzurri, quelli di cui bisogna aver pietà, quelli che andrebbero soccorsi, sono ancora lì, due punti, un fallo e potrebbero pure sorpassare. Ma non è questo a farlo arrabbiare, perché scopriremo poi che Eddie Jones è furente. No, non è il punteggio. È che a Twickenham, il Tempio del Rugby per antonomasia (almeno al di qua dell’Equatore), sta ancora andando in scena una delle partite più incredibili e scandalose mai viste negli ultimi due secoli scarsi. Colpa, o merito degli italiani, che secondo lui non stanno giocando a rugby. No, quella cosa lì non può essere rugby. Non ci si raccapezza, lui. Figuratevi quelli in campo. Gli inglesi non ci capiscono nulla o quasi. Non erano preparati a una lotta decisamente senza quartiere, ad un avversario in grado di sorprenderli nonostante sulla carta sia di molto più debole, in grado di attirarsi tutti quei fischi e quelle urla cariche di contegno (sono pur sempre inglesi, please).

Gli azzurri sono scesi in campo e, dall’inizio, non hanno conteso una ruck inglese. Placcato il portatore tutti via a braccare il mediano di mischia e le sue linee di passaggio. La scena, per chi mastica un po’ di rugby, è assurda: un groviglio di sole maglie bianche a terra e tre o quattro azzurri a marcare stretto Danny Care, numero 9 inglese e degli Harlequins. Il pubblico fischia, si moltiplicano gli “Offside” urlati. Ma se non è in corso una ruck allora non può esserci fuorigioco. È una tattica a prima vista assurda, ma prevista dal regolamento e in alcuni casi dannatamente efficace. Quasi machiavellica. Tutta farina del sacco di Conor O’Shea, commissario tecnico della Nazionale, irlandese, e di Brendan Venter, consulente sudafricano per la difesa, nonché ex campione del mondo con gli Springboks nel 1995. I due sanno già che quella tattica può funzionare, d’altronde conoscono bene il campionato inglese, avendo allenato e giocato nella Premiership per molti anni. E, in fondo, conoscono molto bene quel tipo di pensiero inglese che non prevede piano B. Solo due binari, lunghi e diritti. Da percorrere il più forte possibile.

Ci beccano alla grande, i due. Inglesi colpiti e affondati, non sanno come venirne fuori. Danny Care richiama in continuazione l’arbitro, è disperato. Niente da fare, tutto buono. Dylan Hartley, il capitano, insieme a James Haskell prova a parlare con il direttore di gara. Gli chiedono cosa devono fare per poter giocare una ruck. L’arbitro, che è francese e si chiama Romain Poite, è lapidario, li ferma subito: “I’m the referee, not the coach”. Terminale. Mike Catt, nostro coach dei trequarti e grande centro della Nazionale Inglese, se la ride di gusto.

In tutto questo bailamme, però, gli azzurri non sfruttano al meglio l’occasione: placchiamo tutto, non concediamo palloni facili agli inglesi, ma sbagliamo due calci con Allan e Gori deve uscire troppo presto. Vanno avanti loro, segna il pilone Cole sugli sviluppi di una maul avanzante. Allan centra i pali con un drop, poi sbaglia un altro piazzato. L’ovale sbatte sul palo, la palla torna in campo. Gli inglesi non lo prevedono in tempo, li brucia tutti Giovambattista Venditti, che fa tutto quel che deve fare: salta, afferra il pallone, si fa portare in meta. Poco ortodosso? Certo che sì, tutto quel che volete. Ma siamo avanti noi.

L’atmosfera di Twickenham è irreale. C’è un bellissimo video di Vittorio Munari, telecronista italiano, che si gira verso la tribuna e spiega in inglese la tattica azzurra ai tifosi più vicini. Niente, sono increduli. È talmente fuori dal piano della realtà che non riescono a rendersi conto di quel che sta succedendo.

Jones non ci sta, è davanti forse ad una delle partite più difficili della sua carriera. È un autentico eroe in Giappone dopo i Mondiali del 2015 ha rischiato di vincere un altro titolo nel 2003 con l’Australia. Nel 1999 e nel 2007 è stato consulente (molto ascoltato) di Australia e Sudafrica, indovinate chi ha vinto la Coppa del Mondo? Eppure non riesce a cavare un ragno dal buco.

Purtroppo, a tirarlo fuori dai guai, ci pensiamo noi: ci addormentiamo clamorosamente su un calcio di punizione battuto veloce, Care attraversa la linea di meta senza quasi essere toccato. Poi ci buca Daly, ripassano loro in vantaggio.

Sembra la fine di un incubo, anche perché cominciano anche loro a non contestare le ruck e a ripartire in verticale vicino al raggruppamento.

No, non è così.

E a seminare un po’ di ulteriore panico a Londra è un italiano che gioca in Inghilterra. Si chiama Michele Campagnaro, ha 24 anni non ancora compiuti ed è una delle stelle dell’Exeter Chiefs. Michele riceve una palla lenta, da quel lato siamo in inferiorità numerica. Passa attraverso quattro uomini, mettendo praticamente a sedere Ford e Brown e resistendo al ritorno di Daly, poi schiaccia. Non trasformiamo, rimaniamo sotto di due punti, ma il pubblico inglese ha un brivido.

Eddie Jones non lascia trasparire grosse emozioni, lassù in tribuna. Nonostante la sua Inghilterra delle 16 vittorie consecutive non abbia ancora chiuso i conti contro una Nazionale Italiana data per spacciata da tutti e invece ancora lì a dar fastidio. È tremendamente incazzato, a fine match dirà ripetutamente “It wasn’t rugby”, ma ha già visto che siamo in riserva da qualche minuto. Si è fatto male Allan, scelto da O’Shea per le grandi doti difensive, è entrato Canna, che sembra Nesta nell’anticipare al piede Daly all’ala. Ha ragione lui: gli inglesi di lì a poco rompono gli argini, segna due volte l’appena entrato Jack Nowell, compagno di squadra di Campagnaro, rompe gli argini pure Te’o, finisce 36 a 15. O’Shea, a fine match, dirà che i margini per migliorare ci sono. Farà capire che i risultati, quelli ripresi dai tabellini, arriveranno.

Per il  momento si accontenta di imbrigliare per 70 minuti il genio rugbistico di Eddie Jones, di farlo arrabbiare, opinione nostra, non tanto per la tattica usata quanto per averlo anticipato nell’utilizzo della stessa. Si accontenta di zittire Twickenham, il Tempio del rugby per antonomasia, e non ci sono emisferi che tengano. Di farci esplorare quanto bello sia non affezionarsi troppo ai binari, che saranno pure belli dritti ma anche no. Si accontenta di gettare qualche seme nel mezzo dell’arido terreno azzurro. Speriamo cresca qualcosa. 

Cristian Mario Lovisetto

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