storia

Ghana-Siracusa: storia di un migrante, forse padre

Questa è la storia di un uomo senza nome. E’ la storia di un uomo che potrebbe essere la storia di ogni migrante

storia
balkans.aljazeera.net

Sono nato in Ghana e sono dovuto scappare dalla mia terra perché qualcuno li, non mi voleva“. Inizia così la storia di quest’uomo dal volto segnato dalla vita. Inizia così la storia di quest’uomo che ha creduto di poter ricominciare.

Perché sei scappato?

“Sono stato accusato di essere la causa dei problemi di salute della mia fidanzata. Lei faceva abuso di farmaci ed i suoi fratelli cominciarono a minacciarmi ed a perseguitarmi, a parole e con i fatti”

Perché credevano che tu fossi la causa della sua dipendenza?

“Non credo ci sia mai stato un reale motivo. O almeno io, non l’ho mai capito. La mia ragazza era incinta, ma nonostante il mio parere contrario, era intenzionata ad interrompere la gravidanza. Forse credevano potessi essere una minaccia per lei. Ma io non ho mai pensato di farle del male.”

Hai mai saputo qualcosa di tuo figlio?

“Per cinque giorni i suoi fratelli dopo avermi rapito, mi hanno segregato in una abitazione, con botte e minacce di morte. Ricordo che nei momenti di lucidità il mio pensiero andava sempre a quel figlio… ma pensavo anche che se fossi riuscito a liberarmi avrei dovuto lasciare la mia città. Non credo che saprò mai se mio figlio, nel frattempo, è nato.”

Come ti sei liberato dalla prigionia?

“Tra quelle quattro mura l’unica mia arma era la voce : ricordo ancora le mie urla che hanno attirato l’attenzione di un passante. Mi ha aiutato ad uscire dalla mia prigione. Una volta libero il mio pensiero è stato uno solo: devo scappare, devo andare lontano.”

E cos’hai fatto?

“Per noi ghanesi la tappa obbligata per il viaggio verso la Libia è il Burkina Faso. Qui, durante i tre giorni di permanenza, capii che a comandare erano i Bissa, trafficanti che per molti dollari possono procurarti un documento falso e un biglietto aereo per evitare così la traversata in mare. Ma io non avevo tutti quei soldi, allora dovetti rinunciare.”

Parlami dei Bissa

“I Bissa gestiscono il traffico nella mia zona (Niger-Ghana) . Loro ti dicono che se vuoi evitare il mare puoi partire in aereo, per avere la garanzia che almeno arriverai vivo a destinazione. Per quelli di noi che non hanno soldi a sufficienza, possono contrarre un debito con i trafficanti e saldare il conto una volta arrivati a destinazione. Questo vuol dire che chi non avrà quei soldi nemmeno dopo, diventerà vittima di estorsioni e di ricatti. Molte volte, per riuscire a sanare il debito, tanti di noi accettano di trasportare droga.”

E’ il prezzo che devono pagare per assicurarsi un giorno di respiro in più. Il valore della vita legato soltanto ad un filo sottilissimo, in mano a dei trafficanti, malviventi, degli strozzini.

“Partii per il Niger.”

Cos’hai trovato li?

“Dopo alcuni giorni di sosta, raggiunsi la Libia. Qui restai per circa un anno e mezzo, giusto il tempo di lavorare in un autolavaggio e guadagnare i soldi per proseguire il mio viaggio. Un anno e mezzo di vita sospesa…”

E poi sei arrivato in Italia?

“E poi il barcone…”

Ti va di descriverci quei momenti?

“Su quella barca c’era acqua, salvagenti, gente in piedi e gente seduta. Ma l’acqua non era inclusa nel prezzo e nemmeno i salvagenti. Ed io non sapevo nuotare. Ma dovevo bere. E la gente non era quella di un normale viaggio.”

Erano custodie. Piene di paura, di angoscia, di silenzi. Spaventosi silenzi. E di speranza. Fuggitivi. E da cosa fuggono? Dalla violenza, dalla dittatura, dai conflitti, dalla guerra, dalla fame, dalla povertà, dalle minacce, dalle torture, dai jihadisti, da Boko Haram. 

“Poi ho visto la sabbia… la sabbia di Siracusa. E quando ci ho poggiato i piedi sopra ho sorriso. Poi mi sono girato verso il mio vecchio io. E mi sono sentito vivo.

Ad oggi però mi chiedo ancora, tutti i giorni: sono padre?”.

fonte: Rivista Partecipata, di Menella Guzzo, centro Dinfna I.C. Rizzuto

Luna Riillo

 

Rispondi