Il giocatore di A con la sigaretta

Il giocatore di A con la sigaretta

La redazione sportiva dice la sua sui “giocatori con la sigaretta”, i più eleganti e complessi del campionato di Serie A.

Il giocatore di A con la sigaretta in bocca scelto da Alfredo Montalto è: Suso

Direi un “buon disimpegno” dello spagnolo in mezzo a due. La precisione del primo tocco con cui toglie il pallone dalla disponibilità del primo difensore e si predispone per il tunnel al secondo. Il tutto con la siga in bocca.

La barbetta e il capello sono sempre curati nei dettagli. Gioca in maniera elegante e tenta di mantenere questa forma di finezza anche fuori dal campo. Suso è un bravo ragazzo, tranquillo, con una bellissima fidanzata con la quale manda spesso storie su Instagram. Attenzione, è davvero bella, non “figa” come si potrebbe definire una Wanda Nara qualunque.

La scelta del partner dice qualcosa anche sul suo rapporto col calcio. In campo è tremendamente bello vederlo giocare. E’ la bellezza di chi mantiene il pallone fra i piedi e si sa già che non lo perderà. Di chi trova la giocata giusta, non scenica, non intrattenente, spesso nemmeno geniale. Semplicemente giusta e la svolge nella maniera più elegante possibile. Il suo tiro a giro è poetica applicata al mondo del calcio, ma forse lo è ancora di più l’ultimo tocco, quello con cui si aggiusta la palla per predisporsi al tiro.

Ha una maniera tutta latina di giocare al pallone, movimenti di corpo che mi fanno pensare possa essere un ottimo ballerino (non di un reggaeton, più di una bachata/salsa). Non cerca mai la giocata potente, raramente si concede il tiro dritto per dritto (come quello a Sassuolo, eccezione che conferma la regola). Preferisce l’interno-collo, molto più fine e sensuale di un rude collo-pieno. I suoi cross sono leggiadri, ma hanno la pecca che spesso tagliano la difesa e “tagliare” non è qualcosa che si possa definire elegante. Resta armonica la maniera in cui congiunge il suo piede, il movimento del pallone e il corpo in movimento del compagno in mezzo all’area.

Insomma fosse un ristorante sarebbe uno di alta classe, molto costoso, in cui i suoi tiri a giro sarebbero le ostriche, i suoi cross il caviale, i suoi dribbling le pesche caramellate e il suo modo di toccare il pallone un risotto pere e Tête de Moine. Il difetto? La sua eleganza a volte diventa prevedibilità, tanto che si sa già la mossa socialmente gradita che compirà nel momento in cui accarezzerà il pallone. Poche volte sorprende con una giocata fuori da ogni logica, ma d’altronde se fosse un genio/pazzo sarebbe forse meno elegante di quello che è. Lasciatelo giocare con la sua sigaretta (probabilmente alla menta) in bocca, mettetevi sul divano sorseggiando un Bordeaux o un Moet e godetevi lo spettacolo. La canzone di sottofondo? Besame Mucho, che rappresenta i besos  che lo spagnolo dà continuamente al suo strumento di gioco e grande amore: il pallone.


Il giocatore di A con la sigaretta in bocca scelto da Luca Guerri è: Luis Alberto

No comment

Luis Alberto è sinonimo di eleganza. O almeno, in un mondo giusto e perfetto dovrebbe esserlo. Sinuoso, mellifluo e tremendamente efficace, la palma di giocatore più elegante del calcio italiano per me va a lui. Silenzioso in campo e fuori eppure estremamente rumoroso. Dopo una stagione sostanzialmente anonima, quest’anno si è fatto silenziosamente largo diventando imprescindibile per Inzaghi e deliziando i tifosi con giocate efficaci e di classe.

Le sue qualità – non ho dubbi – soddisfarebbero anche i palati più fini di tifosi spagnoli, catalani o madrileni che siano. A dispetto di quanto possa sembrare, è un giocatore estremamente concreto, che non si specchia troppo nella sua immagine ma che bada alla sostanza, impreziosita però con la sua classe.

La verticalizzazione è sempre il suo primo pensiero, mandare in porta Immobile una piacevole e redditizia attività. Come Stairway to heaven, calibra magnificamente momenti di raffinata poesia calcistica e sublimi riff di chitarra ad altri di pura energia e grinta, nello spirito del rock and roll. Di questo passo l’eco delle sue prodezze arriverà presto a stuzzicare la fantasia di qualche top club europeo. Sempre che non sia già successo.


Il giocatore di A con la sigaretta in bocca scelto da Alessandro Viglione è: Alisson Ramses Becker

Retropassaggio, palla che rimbalza in maniera non semplice da controllare, sono il portiere: cosa faccio? La lascio passare sotto le gambe e allargo di tacco al terzino, ovvio! (senza audio per non sentire i cuori dei tifosi giallorossi collassare all’unisono)

Il concetto di eleganza nel calcio è un concetto che nel tempo è stato ben delineato. Siamo sempre stati portati ad immaginare questa caratteristica collegata al giocatore di maggior talento e classe. Rievoca, per forza di cose, le giocate dei grandi numeri 10, che riempiono gli occhi e la mente di pura bellezza estetica: il tocco di Baggio, il tiro a giro di Del Piero, il passaggio smarcante di Totti.

Eppure l’elegante, nel suo significato etimologico, giunge da “scegliere, eleggere”: sgorga da un’azione esatta, senza sbavature od incertezza. È da qui che mi sono balzate alla mente le varie azioni del numero 1 giallorosso. Un po’ perché probabilmente non abituati nel riconoscere nel ruolo del portiere un portatore di tale qualità, la sua classe e i suoi movimenti ne risultano ancor più esaltati. Dalle parate di puro istinto, alle uscite rocambolesche, ai salvataggi in extremis, il guardiano dei pali giallorossi lascia sempre impresso sulla retina un movimento sinuoso, segretamente bello ed (appunto) elegante.

Come se non si fosse mai tolto di dosso quello smoking che tanto bene sfoggia nella pubblicità di Hugo Boss, così sembra scendere anche in campo.
E allora accomodatevi in poltrona, nel vostro vestito migliore, versatevi un bicchiere abbondante di Pinot Noir proveniente dalla Serra Gaùcha, Brasile, e guardatelo eleggere le movenze esatte durante le sue prestazioni. Pian piano, inspiegabilmente vi ritroverete coinvolti da un ritmo che nessuno meglio di Caetano Veloso può riportarvi alla mente.


Il giocatore di A con la sigaretta in bocca scelto da Alessandro Billi è: Dennis Praet

Controllare a distanza due avversari, inventare una via di fuga e scappare in progressione fino alla linea di fondo, oppure rallentare un tempo di gioco, osservare apparentemente calmo e poi solo al momento giusto dipingere una parabola per la testa del compagno.

Il biondo belga condivide la città natale, Lovanio (Leuven) con colui che viene considerato il fondatore della scuola violinistica belga. Uno dei passaggi più conosciuti è proprio l’opera sopra riportata, tratta dai suoi lavori per Violino e Orchestra.
Probabilmente Dennis Praet non conosce la musica di de Beriot anche se sicuramente avrà sentito nominare il nome di uno dei suoi concittadini più autorevoli.
Pur non conoscendolo, il ventiquattrenne fiammingo sembra imitare il virtuosismo del grande violinista con il suo corpo.

I suoi movimenti frenetici in alcuni momenti, violenti quasi durante il corpo a corpo con gli avversari, riescono a convertirsi in momenti di pausa straordinari, parabole balistiche celestiali, fluidità in movimento e armonia nel crescendo. Dennis Praet è nato trequartista e alla corte di Giampaolo nella Genova blucerchiata si è evoluto in mezzala moderna. Ha tagliato la lunga chioma bionda, il viso è più affilato, segno di un’età adulta sempre più vicina, e le gambe sono ormai evolute in tronchi d’albero forti e rigogliosi che gli permettono potenza nei contrasti e esplosività negli scatti.

Il ragazzo con gli occhi cerulei riesce a portare l’eleganza del violino sul prato verde, un’eleganza che sa essere nobile, altissima, eterea e soprattutto la sua componente più intensa, viscerale. Questo lo rende il giocatore più meraviglioso da osservare, meraviglioso non solo perché rende un piacere incredibile alla vista ma proprio per questa sua innata dote di rendere ogni gesto unico, un’ispirazione e uno stimolo di riflessione in più per ogni spettatore.


Il giocatore di A con la sigaretta in bocca scelto da Stefano Uccheddu è: Miralem Pjanic

Pjanic, quando muove la palla sui fianchi del piede, non sposta nemmeno la polvere

Tratti principeschi, di chi la regalità in patria se l’è conquistata senza passare dal colore del sangue. Miralem Pjanic è l’eleganza nata per esser percepita, un effimero muoversi attorno a polveri di ghiaccio e fili d’erba, che tanto lo avvicinano alla galaverna dei primi giorni di novembre. Il suo calcio sembra dipinto in una dimensione in cui l’estetismo supera il pragmatismo imperante, un mondo in cui la semplicità viene catalogata come futile riduzionismo.

Pjanic potrebbe essere il miglior tennista di Wimbledon, uno splendido esemplare da serve and volley e volèe di rovescio a una mano, correndo a rete senza versar sudore. Negli anni a Torino si è trasformato in un centrocampista totale, in grado di regger nelle proprie mani il giratempo del centrocampo bianconero. Una vita normale, in contrasto con la concezione fantastica in cui si muove la sua ontologia, lontana dai riflettori e dalle copertine. Un figlio, Edin – come l’amico fraterno Dzeko – che segue le orme del papà, ma gli preferisce il più family-friendly Paulo Dybala, perché entrare nel mondo di papà Miralem è troppo complesso anche per gli adulti.

Il suo esser decontestualizzato e approssimativamente lontano dal mondo terrestre, lo avvicina al concetto vacuo di vaporwave, sentendosi a proprio agio tra il chill e le sue sfumature. Un essere ciondolante che vaga tra le linee del campo con il fare sognante e quella maglia un po’ oversize: Miralem, il principe di Bosnia, re della dimensione dell’effimero, a Torino fa le prove per diventar re. 

 

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