Da grande voglio fare il Beli: vita, morte e miracoli del miglior italiano in NBA.

Il 28 giugno prossimo, Marco Stefano Belinelli da San Giovanni in Persiceto festeggerà 10 anni vissuti in un sogno. Una decade passata a calcare i più famosi parquet del mondo lo pone di diritto tra i migliori europei in NBA.

Nel triumvirato italico oltreoceano, comprendente anche Andrea Bargnani (in NBA fino al 2016) e Danilo  Gallinari (stella dei Nuggets), il Beli è sempre stato il meno sponsorizzato ma, ad oggi, è il più presente e il più vincente di ogni tempo. Basta per essere il miglior italiano d’oltreoceano?

Gli inizi ad Oakland

Prima del trionfale ingresso nell’Età Aurea degli Splash Brothers, i Golden State Warriors sono una buona franchigia che galleggia nel limbo tra settima e decima posizione ad Ovest. I (pochi) picchi di gloria pre-Kerr combaciano con i momenti di onnipotenza cestisca del primo vero Barba (Baron Davis) e dei voli al ferro di J-Rich, al secolo Jason Richardson.

La vera punta di diamante dei Guerrieri, tuttavia, è il coach: Don Nelson. In un paralellismo calcistico, una sorta di Zeman a stelle e strisce: a volte geniale, spesso discontinuo, mai completamente compreso.

In questo contesto si dovrà cimentare il nostro Marco, scelto con la pick numero 18 del draft 2007.

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Un impettito Beli prova la sua prima “Rocky Face” americana.

Gli inizi sono sfavillanti. Il Beli si presenta a pubblico e addetti ai lavori con 37 punti alla sua prima uscita durante la Summer League di Las Vegas facendo registrare, all’epoca, la seconda miglior prestazione in termini realizzativi nella storia del torneo. Marco chiuderà l’evento con oltre 22 punti di media e legittime aspettative per il suo debutto americano.

Don Nelson, tuttavia, sembra avere idee diverse dimenticandosi il Beli più volte in panca: la prima stagione la chiuderà con appena 33 gare giocate e poco più di 7 minuti di impiego medio a partita.

Marco inizia a soffrire ma non vuole mollare: deve realizzare il suo sogno ed è disposto a dare tutto per questo.

L’anno successivo, 2008-2009, complici diversi infortuni nel reparto guardie, Donnie è quasi obbligato ad aumentargli il minutaggio e Marco lo ringrazia portando alla causa 9 punti di media a partita, compreso l’apice del 19 dicembre 2008: 27 punti  e career high.

Beli ormai si sta affermando in uno dei ruoli più importanti della Lega della seconda parte della decade 2000: il 3&D, ovvero un giocatore che sa essere letale dall’arco in attacco essendo al contempo solido e roccioso in difesa. Un futuro solo rose e fiori in quel di Oakland? Ricordatevi sempre della premessa su Don Nelson, quindi la risposta è “No” e Marco viene scaricato, in cambio di un veterano da rotazione (Devean George), e mandato a Toronto.

Il disastro canadese

Ai Raptors, Marco trova Andrea Bargnani col quale va a comporre la prima coppia di giocatori azzurri nella stessa franchigia NBA. Le premesse sembrano buone: nel ruolo di guardia si gioca la titolarità con DeMar Derozan, un rookie di belle speranza appena chiamato con la numero 9 al Draft.

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The Italian Job in salsa canadese.

La delusione della precedente esperienza agli Warriors è tangibile e Marco decide di indossare il numero 0 come simbolo di un nuovo inizio. Purtroppo sarà l’inizio della fine della sua avventura canadese. Complice la crescita inaspettata di Derozan, i minuti per il bolognese diminuiscono così come la sua produzione offensiva. Forse per la prima volta, il Beli sta veramente pensando che la NBA non sia per lui ma non vuole mollare e prende al volo il treno che passa di lì a poco. La fermata successiva sarà New Orleans: lo attendono Chris Paul, una squadra competitiva e un ruolo da protagonista. Non può fallire. Non fallirà.

La rinascita e la consacrazione

Agli Hornets arriva in cambio di Julian Wright andando ad occupare lo spot di shooting guard in un quintetto composto da: David West, Emeka Okafor, Trevor Ariza e Chris Paul. La sua specializzazione è ovviamente legata al tiro da 3 e va a nozze con gli spazi allestiti su misura da CP3.

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Con CP3 puoi giocare ad occhi chiusi.

Marco ne guadagna in fiducia e questo si traduce in maggior efficienza offensiva (oltre 10 punti di media con il 40% da 3) e maggior tempo sul parquet (25 minuti), dati che lo accompagneranno anche nella prima partecipazione della sua carriera alla post-season, dove i suoi Hornets saranno eliminati 4-2 dai campioni in carica in maglia gialloviola.

Poco importa, la crescita di Belinelli ormai è inarrestabile e non potrà altro che migliorare. Sì però… CP3 se ne va ai Clippers. La prima, inequivocabile conseguenza è la perdita di competitività della squadra che passa dai playoff all’ultimo posto nella Western Conference. Il Beli porta alla causa comunque 11,8 punti abbondanti ad allacciata di scarpe (suo top in carriera) e diventa appetibile per il mercato. L’ennesima porta si chiude, ma si sta per aprire un portone: nel luglio 2012 firma coi Chicago Bulls.

Ora vi lascio immaginare cosa possa significare per un ragazzo nato a fine anni 80 giocare con la stessa casacca dell’idolo degli idoli: un’altra parte del sogno americano si sta realizzando.

Ai Bulls il Beli si trova poche volte in quintetto (solo 27) ma riesce a ritagliarsi spazio in un’ottima squadra, diventando decisivo più volte nei playoff dove riesce a superare, primo tra gli italiani, un turno (vs i Brooklyn Nets).

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Beli ci spiega cos’è importante portare su un campo da basket.

E’ proprio in questo momento che Marco sente di essere in fiducia e sente di poter essere ormai un fattore nella Lega. L’appuntamento con la gloria è ormai alle porte, basta salire ancora una volta sul treno giusto, quel treno colorato in argento e nero e che porta in Texas.

L’apoteosi

Quando arrivi in una squadra vincente come i San Antonio Spurs devi solo lavorare ed imparare. Le due cose non hanno mai spaventato Marco, il quale ormai si sente un giocatore NBA a tutti gli effetti, con una propria dimensione ben definita. Coach Popovich gli ritaglia ancora una volta un ruolo da 3&D, garantendogli più di 25 minuti a partita, ripagati da più di 11 punti col 43% da 3 in stagione.

Le sensazionali prestazioni dalla lunga distanza confermano Beli come uno dei top tiratori della Lega tanto da essere convocato al Three Point Shoot-out 2014, la gara del tiro da 3 che si tiene il sabato dell’All Star Weekend. Marco la vince come vincerà, a fine stagione, l’anello in finale contro i Miami Heat di LeBron-Wade-Bosh.

La stagione perfetta per il Beli che, a titolo conquistato, si abbandona ad un pianto ininterrotto. E’ la sua rivincita contro chi non lo faceva giocare, contro chi non lo riteneva degno, contro chi l’ha sempre definito l’italiano scarso, contro gli infortuni, contro la sfiga. Ce l’ha fatta e con lui, tutti noi italiani, ce l’abbiamo fatta.

La maturità

Dopo il secondo anno a San Anontonio, Marco decide di far fruttare gli anni di sacrificio e duro lavoro anche dal punto di vista economico: firma coi Sacramento Kings un triennale da 19,5 milioni di dollari per tre anni. La squadra sulla carta sarebbe anche competitiva, peccato che al talento di alcuni elementi si aggiunga una discontinuità e uno squilibrio mentale al quanto preoccupante.

Per Marco non è l’ambiente giusto e le sue aspettative non vengono soddisfatte: si prospetta l’ennesimo cambio di casacca.

Nell’estate appena passata, Marco riceve una telefonata particolare. Deve essere andata all’incirca così:

“Pronto? Marco? Ciao sono Dio. Sai, da quando non gioco più mi sono messo a dirigere una franchigia. No, niente,…pensavo. Vieni a giocare coin noi?”.

Se leggete questo articolo non ho bisogno di presentarvi il Dio in questione e non ho bisogno di farvi immaginare cosa sia stato per Marco ricevere una telefonata del genere. La valigia è pronta ancora una volta: si vola a Charlotte.

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A Buzz City for a Clutch Shooter.

Agli Hornets, il Beli si conferma nel suo ruolo di specialista contribuendo alla causa di una squadra che lotta per entrare ai playoff. Al momento porta in dote più di 10 punti  a partita tirando col 38% da 3, il tutto garantendo una maturità cestistica che, di fatto, lo rende un veterano della Lega. Qualcuno lo vada a comunicare a chi lo avrebbe rispedito in Europa dopo il primo anno a GS.

Daniele Mengato

PS. Mi rendo conto che l’articolo ha un taglio molto biografico ma ho preferito rimanere il quanto più possibile asettico per raccontarvi brevemente la carriera NBA del Beli. Voglio chiudere, però, con un pensiero personale indirizzato a Marco.

“Caro Beli,

sono un tuo quasi-coetaneo appassionatissimo di basket. La natura non mi ha permesso di avere il tuo talento ma ti voglio ringraziare per lo straordinario esempio di determinazione che mi doni da 10 anni a questa parte. Il “non mollare mai”, il “rialzarsi dopo una caduta”, lo “stare uniti” sono atteggiamenti che nessuno ti insegna e che senza i quali il talento andrebbe solo sprecato, qualunque esso sia. I sogni vanno inseguiti e perseguiti, uscendo dalla comfort zone per esplorare il mondo che ci sta attorno: ti può andare male una volta, forse due ma alla fine tutti i tuoi sforzi saranno ripagati.

Grazie Beli per avermi dimostrato che il sacrificio paga, sempre. Continua ad emozionarci come sai e facci sentire un po’ con te quando entri sul parquet.

Con profonda stima e gratitudine,

Daniele”

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