LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE – Desmond lasciò il suo fucile

Quando un uomo senza il fucile ne incontra tanti con il fucile…

Quante storie di cadute e rinascite ci ha raccontato il cinema. Sia sullo schermo che fuori, Hollywood ha sempre amato chi riesce a rialzarsi. Lo dimostra l’Oscar a Jeff Bridges per Crazy Hearts, o la carriera di John Travolta pre e post Pulp fiction. Mel Gibson, il regista di Hacksaw Ridge, non si è visto molto in giro fino all’anno scorso, quando esce il suo primo film da protagonista da un bel pezzo (l’ultimo era stato Get the gringo, nel 2012). Blood father giocava molto sulla reputazione da cattivo di Gibson e trovava nell’autoironia dell’attore una specie di catarsi. Ancora più tempo è passato dall’ultimo film da regista di Gibson. Dieci anni orsono uscì Apocalypto, che seguiva il più visto La passione di Cristo. Ecco, Hacksaw Ridge è la summa dei due titoli precedenti nonchè secondo appuntamento con la nostra corsa agli Oscar.

Il film comincia con un flashback in cui vediamo Desmond Doss e suo fratello, bambini, giocare e poi mettersi a combattere. La rissa finisce male quando Desmond colpisce il fratello con un mattone, rischiando di ucciderlo. Il  trauma e la fede rendono Desmond contrario a qualunque forma di violenza. Questo suo pacifismo diventa un evidente problema quando a ventitré anni, nel 1942, decide di arruolarsi come medico. Desmond non intende imbracciare il fucile. I commilitoni, il sergente (Vince Vaughn), il capitano (Sam Worthington) che non sono proprio felici di questo non tarderanno a farlo notare a Desmond, più con le cattive che con le buone. Il terzo atto è la guerra poco idealizzata e molto cruda.

Compagnia! March!

Andrew Garfield, sicuramente lo avete saputo ben prima di arrivare qua, è candidato all’Oscar e non mi dilungherò su particolari elogi. E’ bravo e fa quello che deve fare, correre, sorridere come uno scemo e, soprattutto, fa sentire la Fede. Ora parliamo un po’ meglio degli attori che lo affiancano.

Nessuno di loro è candidato all’Oscar. Vince Vaughn, che interpreta il sergente, pur avendo dimostrato di saper recitare sia in commedie (quasi tutti i suoi film) che film drammatici (Into the wild Psycho su tutti). Qui però ha un difetto già visto in ogni film sulle reclute. Interpreta il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket, senza essere Ronald Lee Ermey. Così noi ci ritroviamo un sergente che sa di già visto per l’ennesima volta.

Luke Bracey riesce invece a far dimenticare la pessima figura di Point Break (quello brutto, no quello bello del 1991), interpretando il nemico-amico di Desmond.

Hugo Weaving è da sempre una garanzia. Quasi sempre relegato al ruolo di cattivo (Agente Smith, Megatron) qui interpreta il padre violento e alcolizzato di Desmond, che sopravvissuto alla Prima Guerra Mondiale teme per la vita dei due figli, si redime, rendendo possibile l’arruolamento di Desmond. Il personaggio è forse uno dei più personali che Gibson abbia mai creato, dati i trascorsi dell’attore regista. Anche per lui però niente nomination.

C’è spazio (pochino a dire la verità) anche per l’amore in questo film. Amore rappresentato dalle due donne del film, la madre di Desmond, Rachel Griffiths e la sua fidanzata, Theresa Palmer, che insieme rappresentano la pace per cui Desmond combatte.

Pace…

La pace, ecco il fulcro di Hacksaw Ridge. Per dimostrarlo Gibson usa, parlandone prima e mostrandola dopo, un’incredibile quantità di violenza. Lo fa senza peli sulla lingua come ci ha abituati, lo fa come lo faceva Oliver Stone in Platoon (e lui si che l’aveva vista la violenza in Vietnam). Però, Hacksaw Ridge non riesce a competere sul piano ideologico con film come E Johnny prese il fucile, capolavoro antimilitarista di Dalton Trumbo e questa potrebbe non essere una cattiva notizia. Se faceste vedere il film di Trumbo ai vostri amici un sabato sera dopo probabilmente vi prenderebbero a calci, Hacksaw Ridge invece vi permette di non traumatizzare nessuno, magari li commuoverà, ma non cambierà le loro vite.

e Guerra santa

Se la pace è il perno morale su cui fa affidamento il film, la guerra, ribadisco per l’ennesima volta, è il mezzo. Le scene di battaglia sono grandi, le esplosioni sono continue e il loro tuono si mescola alle urla dei feriti. Il frastuono della battaglia è perfettamente in contrapposizione con l’ultimo film di Garfield, Silence. I due film da un certo punto di vista sono perfettamente speculari.

La battaglia morale di Padre Sebastiao Rodrigues è circondata appunto dal Silenzio di Dio, così come la guerra di Desmond è ricca di suoni fragorosi e potenti. A differenza di Silence, dove il padre gesuita perde la sua guerra e si arrende, qui Desmond continua a combattere dimostrando il coraggio che prima non gli veniva riconosciuto dai suoi compagni. Da una parte abbiamo quindi l’opera molto personale di Scorsese, in cui la fede c’è ma non si sente, dal’altra una altrettanto personale dove la fede aiuta ad affrontare i propri demoni, siano questi reali (i giapponesi) o momenti passati (la storia personale di Gibson).

Cosa resterà di questi anni Quaranta?

Quando guardo un film mi chiedo spesso se ce ne ricorderemo l’anno dopo. Chiaramente l’ho fatto anche con questo e la risposta che mi sono dato, è no. O meglio, questo film non sarà una pietra miliare del cinema. Non ha scene memorabili come il monologo di Braveheart. Non traumatizza come hanno fatto La passione di Cristo Apocalypto (a parità di gore, segno dei tempi in cui viviamo). La sua importanza sta nel suo autore. In più permette a uno che fino ad ora era conosciuto per aver fatto The Amazing Spiderman di fare un salto di qualità, lavorando con uno dei sempre meno autori che Hollywood offre.

Magari vincerà l’Oscar, è possibile, ma credo che la maggioranza si ricorderà di lui come “quel film di Mel Gibson sulla Seconda Guerra Mondiale”. Che è un po’ come se qualcuno si ricordasse di voi solo in virtù di chi siete figli.

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