I colpi della Serie A: Hakan Calhanoglu

San Siro torna ad essere la casa dei domatori di leoni. O almeno di uno di essi

L’estate del 2012 il Milan entra in stato comatoso. Due botte in testa, le cessioni di  Ibra e Thiago Silva, e l’utilizzo di droghe di bassa lega per smorzare il dolore (due nomi a caso, Pazzini e Zapata), portano la società rossonera in una situazione da allarme rosso. Cinque anni dopo, lo show che doveva andare avanti (come cantava Freddie Mercury), ma che si era era brutalmente fermato, riapre. Sono tanti i nuovi bravi attori circensi che arrivano alla Scala del calcio. Ma quello che più incuriosisce tutti è un giovane domatore di leoni che arriva dall’est, dalla Turchia. E si sa che l’Oriente è da sempre attraente, forse perché non lo conosciamo bene, forse perché è una cultura differente dalla nostra. Inoltre narrano di un paio di numeri che questo nuovo ragazzo sa fare alla perfezione. La stampa e gli spettatori non comprendono bene il valore del nuovo innesto, nonostante qualche divina esibizione in Italia l’abbia fatta, giù a Roma. Solo i più esperti, quelli abituati a girare l’Europa per la curiosità di scovare fenomeni nel settore, esaltano con decisione la bontà dell’acquisto.

La Coppa dei Campioni è l’arena che lo rende famoso

Scopro Hakan Calhanoglu nell’estate 2015, guardando andata e ritorno di un preliminare di Champions League fra Lazio e Bayer Leverkusen. Sono uno che si innamora facilmente quando vede qualcosa che va al di là dell’ordinario e il turco fa breccia nel mio cuore. A 21 anni si prendeva la responsabilità di giostrare le azioni offensive del Bayer in un decisivo preliminare, con una coscienza dei propri mezzi a dir poco spaventosa. D’altronde Dio, o forse sarebbe meglio dire Allah (Hakan è musulmano), gli ha donato le capacità tecniche dei  grandi. La particolarità di questo giocatore è come le utilizza: difficilmente sono fini a se stesse, Calhanoglu è un giocatore che vive per incidere. E’ un modo di vivere il calcio molto “tedesco”. E infatti la sua vita e carriera calcistica si sviluppa totalmente in Germania: lui nasce a Mannheim e proprio nella città in riva al Reno si costruisce la sua carriera  giovanile. Non c’entra nulla quindi con un Ronaldinho come stile di gioco, Calhanoglu non gioca per far divertire il pubblico. Che poi lo faccia divertire lo stesso, grazie alle sue innate qualità tecniche e alla sua genialità, è un altro discorso.

La Lazio aveva vinto 1 a 0 a Roma, al ritorno perde 3 a 0 e Calhanoglu firma il primo gol dei tedeschi. Il gol è una delle cose meno belle che fa in quella partita, dove si può dire che dispensa calcio come elemosina ai meno fortunati.

I colpi preferiti del domatore

Il turco fa, solitamente, due cose: riceve la palla e cerca un passaggio che colga impreparata la difesa o, se nella giusta posizione, il tiro in porta. E’ bravo anche a dribblare: nonostante non sia rapido, ha un’eleganza nel gestire il possesso di palla che gli permette di fare quasi tutto su un campo da gioco. Il baricentro basso, nonostante sia 1.78, è funzionale nel dargli imprevedibilità. Il dribbling, però, non è la freccia preferita del suo arco, o almeno è quella che utilizza meno. Quando salta l’uomo lo fa prendendolo alla sprovvista, soprattutto con il primo controllo di palla orientato che gli permette di mettere il pallone dove lo vuole. Sa lottare e si sa sacrificare: il gioco del Bayer era molto orientato ad un pressing asfissiante, che non permettesse agli avversari di impostare l’azione. Calhanoglu si prodigava nell’azione di prima pressione. Era quindi la pedina più importante dello scacchiere delle Aspirine, siccome dopo il lavoraccio sul possesso palla avversario non trovava un pasto caldo a casa, ma gli veniva richiesto anche di inventare davanti.

E’ uno a cui piace uccidere in maniera sempre diversa

Il tiro lo conoscete tutti, specialmente nei calci piazzati. Aggiungo un particolare alle vostre visioni che forse non avevate notato. Riesce a calciare di piatto, dando grande violenza alle conclusioni. Essendo di piatto, inoltre, risultano più precise. E’ il tipo di tiro di Drogba, Balotelli e David Luiz, per fornirvi tre esempi.

Solo in pochi riescono a calciare così forte di piatto.

A questa maniera di calciare, Calhanoglu abbina il calcio di punizione classico di interno collo a girare sopra la barriera. Sa anche calciare bene di puro collo, dando effetti particolari al pallone a secondo della parte del piede con cui il pallone è stato colpito. L’ultima sua arma è “la maledetta” ereditata da Juninho Pernambucano. E’ uno dei tiri che utilizza meno, ma in qualche occasione ci ha mostrato come sia capacissimo di riprodurlo.

E’ giovane e si vede

Sinceramente non mi sono mai piaciute le odi calcistiche in cui si esaltano solo i punti forti del giocatore in questione. A Milano è arrivato un grande giocatore, forse futuro campione, ma con ancora dei limiti. Potete ben comprendere come, viste tutte le grandi qualità messe in risalto precedentemente, i limiti di Calhanoglu siano nella testa.

Non che lui sia un bad boy. L’unico atto da cattivo ragazzo lo ha realizzato all’Amburgo, quando per andare al Bayer Leverkusen esibisce un certificato medico che accerta la sua depressione. Non si presenta in ritiro, cambia numero e alla fine ottiene il trasferimento. Quando parlo di testa, mi riferisco alla sua continuità (a livello di concentrazione) nel corso della stagione. Tali problemi sono giustificabili dalla giovane età e al ruolo. E’ sicuramente il suo problema maggiore e ciò su cui dovrà lavorare. Un esempio della sua poca continuità è l’Europeo: nelle tre partite con la Turchia non entra praticamente mai in ritmo ed è uno dei principali colpevoli della prematura uscita della sua nazionale. Nell’ultima partita contro la Repubblica Ceca, l’unica vinta dalla Turchia, l’allenatore Terim lo umilia lasciandolo 90′ minuti in panchina. Proprio lui, il fiore all’occhiello della nuova generazione turca. Il processo di crescita del giocatore passa anche da queste botte mentali.

Fatih Terim, ex Milan tra l’altro, con uno sguardo atto a incenerare vivo il povero Calhanoglu.

L’altro grosso dubbio è il ruolo. Ha giocato da ala, seconda punta, mezzala, trequartista. Il più delle volte gioca esterno d’attacco a sinistra, ma non si è ancora capito quale sia la sua posizione ideale. Stiamo parlando di un giocatore che non è fatto e finito: in virtù dei suoi 23 anni, starà al Milan e a Montella finire di forgiarlo e renderlo grande.

Ok è bravo, ma basta questo?

I domatori di leoni tornano a San Siro e il pubblico rossonero viene rivitalizzato. Dovrà imparare la lingua, Calhanoglu, sia quella italiana che quella del Gioco. Bisognerà saperlo aspettare, come lui dovrà aspettare che si amalgami questa nuova squadra. Non basta una buona stoffa a fare un buon vestito, ma è molto utile al proposito. Calhanoglu è cashmere puro: al Milan solo il compito di tesserlo e ricamarlo a dovere per avere un prodotto magistrale.

Alfredo Montalto

Rispondi