Tanti hashtag e poco cervello

La guerra degli hashtag

Il conflitto celato dietro ogni #hashtag

Da cosa nasce un conflitto? Dall’interazione tra più individui che percepiscono incompatibilità di pensieri e volontà gli uni con gli altri. Al giorno d’oggi è innegabile, viviamo nell’era delle battaglie via internet, degli eserciti dei social, della tastiera come arma e dello schermo come scudo. Il conflitto non si sperimenta più soltanto nella vita reale, ma può nascere ed evolversi proprio nel mondo del web. Così, tutti possono parteciparvi ed usare i propri mezzi per scendere in campo (o sarebbe meglio dire, nella rete). Perché se una volta i politici ed i volti noti cercavano il loro consenso attraverso gli slogan, oggi lo fanno con una formula ancora più breve ed incisiva: gli #hashtag. Le parole acquistano più potere se seguono il cancelletto.



Il dibattito in pochi caratteri

Basta farsi un viaggio nel mondo di Twitter, dove ogni paese ha le sue tendenze. Tutte racchiuse in una classifica che, più o meno, corrisponde ai temi di attualità più discussi del momento. Ogni posizione, ovviamente, è rappresentata da un #hashtag. E dietro ogni #hashtag, solitamente, lo scontro tra due fazioni che la pensano in maniera diversa e che fanno di tutto per dimostrare di avere ragione. E più lo scontro s’accende, più è facile che gli animi si infiammino ed ognuno voglia far prevalere la propria opinione. Anche a costo di perdere il buonsenso, perché pur essendo un mezzo di comunicazione, spesso è proprio il saper comunicare che manca all’interno del web-conflitto. In fondo non è semplice veicolare le proprie idee ed i propri pensieri in così pochi caratteri, e nessuno ha voglia di leggere lunghi post in cui si fa una riflessione seria. Ecco così che gli #hashtag arrivano in soccorso, divulgano il messaggio al posto nostro, talvolta senza farci aggiungere una parola. E’ tutto più semplice grazie al cancelletto, tutto maledettamente semplice. Talmente semplice che le capacita di espressione sembrano regredire ad un livello primitivo. Talmente semplice che l’analfabetismo funzionale si nasconde dietro alla tanto agognata libertà di espressione. Ognuno può dire la sua e questo è un dono, o meglio, dovrebbe esserlo. Perché chi riceve un dono dovrebbe sentire la responsabilità di custodirlo. Dovrebbe sentire il dovere di starci attento, di non rovinarlo, di non svilirlo. Ma come si può fare ciò quando anche coloro che seguiamo, coloro che in qualche modo ci rappresentano, sembrano confondere o non curarsi di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? 


#hashtag e opinioni


#stopaborto #chiudiamoiporti #acquarius

Se avete una connessione internet, è impossibile che non abbiate visto circolare #hashtag come questi nell’ultimo periodo. E se, con un po’ di interesse per i temi in questione ed una buona dose di ingenuità ci avete cliccato sopra, probabilmente vi sarete accorti del livello a cui si disputa il dibattito del cancelletto. In caso contrario,  è meglio che rivediate la lista dei vostri princìpi morali. Perché le discussioni che hanno monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica hanno tirato fuori il meglio (o il peggio, il confine è sottile) della gente. E così i social sono diventati il campo di battaglia dei moti di protesta, di propaganda o di ricerca del consenso. Ed il cancelletto si è accollato il peso dell’incompatibilità tra prospettive diverse, tra le differenti opinioni di chi interagisce. Senza riuscire ad essere un punto di convergenza. Tanto la regola del – se non ho niente di positivo da dire, allora non dico niente – è superata. Ognuno vede nell’altro una possibile minaccia alla sua libertà di avere ragione e cade nella trappola dell’insulto gratuito, della critica banale ed inutile. E si sente in diritto di farlo perché riceve il “buon” esempio da qualcuno più in alto di lui. Qualcuno che, per la posizione politica che occupa nel nostro paese, teoricamente dovrebbe agire in maniera razionale. Non emanando, cioè, sentenze e giudizi per aizzare la folla a suo piacimento. Eppure questo accade, ma non nel ruolo di un dispotico dittatore che fa un discorso davanti al suo popolo inerme. Accade, in maniera se vogliamo più vile, attraverso post carichi di sensazioni e tensioni. Accade a ritmo di #hashtag, come nei migliori tormentoni estivi. “Governo del popolo” oppure no, una cosa è certa, di sicuro si tratta del “governo dei social”. Di Maio e Salvini tra tutti, infatti, nonostante le iniziali divergenze, hanno una cosa in comune, una cosa che li mette davvero al pari del loro popolo: l’uso smodato dei social. Il primo viene da un partito che dai social ha visto la luce, il secondo ha minuziosamente basato la sua campagna propagandistica attraverso i suoi post. Ogni obiettivo diventa un hashtag e ogni hashtag è pronto a ruggire davanti ai nostri occhi in modo che qualcuno di noi lo condivida e se ne faccia a sua volta portavoce.

La rivolta delle #parole

Facebook, Twitter Instagram. Posta una foto, un commento più o meno breve in cui affermi vigorosamente la tua idea e concludi con l’hashtag di cui ti fai portavoce. Il gioco è fatto. Anche tu sei entrato in battaglia, anche tu puoi sentirti legato a qualsiasi personaggio noto che parla dell’argomento in questione. Anche tu puoi ritenerti un piccolo Salvini del web.  Chissà se chi ha inventato gli hashtag si sarebbe mai immaginato cosa sarebbero diventati. Inspiegabilmente trasformati in mezzi di informazione e persuasione di massa, hanno bucato lo schermo fino ad acquistare potere nella vita reale, nelle azioni quotidiane. Ogni opinione, se abilmente condivisa, sembra acquistare più autorevolezza e venire legittimata. Più un hashtag crea dibattito o polemica, più diventa influente e suggestivo. Anche se nel suo modus operandi sembra essere regolato dal principio di autorità più che dal principio di argomentazione. Che siate d’accordo oppure no, è molto più semplice dire la propria in pochi caratteri. Ma d’altro canto è anche più semplice fare la rivoluzione con poche parole. Invece di partire dalle piazze, come accadeva cinquant’anni fa, oggi le rivoluzioni si fanno sentire anche dal web. E poi, il loro eco continua nella vita reale.

#Nonunadimeno, #MeToo ed il corrispondente italiano #Quellavoltache, #everychildismychild

Questi sono solo alcuni degli hashtag che partendo da Internet, hanno portato avanti dei dibattiti reali, in difesa dei diritti e delle libertà umane. Ed hanno rivendicato un affiatamento, un’unione, che superi ogni tipo di incomprensione generata dal conflitto che inevitabilmente si scaturisce dalla messa in piazza di opinioni diverse. Ciò dimostra il carico ideologico di cui oggi gli hashtag sono portatori, nel bene e nel male. Spesso concedendosi il rischio di celare il populismo di un esponente, promuovere la diffusione di terrorismo psicologico o scambiando per buonismo la non accettazione di azioni eticamente o moralmente sbagliate. Ma queste sono le conseguenze della libertà di opinione, ed ognuno ha il sacrosanto diritto di avere la sua. Quello su cui invece dovremmo, anzi dobbiamo, riflettere è il modo in cui facciamo valere il nostro giudizio. Perché il modo in cui ci esprimiamo dice tutto di noi. Dunque, basterebbe che tutti facessimo una cosa, per dirla con la formula di un hashtag: #apriamoicervelli

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