Le sfide dell’Himalaya del futuro

Le 8 sfide dell’Himalaya del futuro

Sebbene si pensi che in Himalaya tutto sia stato conquistato, parecchie sono le imprese che attirano gli alpinisti e che ancora devono essere compiute.


Panoramica dalla cima del K2
Visione panoramica dell’Himalaya

Dal 1950, anno della prima conquista di un ottomila, tanti sono stati i progressi dell’alpinismo Himalayano. Il raggiungimento di tutti gli ottomila, l’eliminazione progressiva dell’ossigeno, le ascese invernali, le donne in vetta, le solitarie sono solo parte di tanti progressi compiuti in questi anni da parte di coloro che hanno contribuito a dar lustro a questo sport. Sembra tutto conquistato, tutto raggiunto. Esistono però molti altri obiettivi che attendono il mondo alpinistico, sempre attento a crearsi nuove sfide da vincere.

Allora cosa manca? Cosa attanaglia il mondo dell’alpinismo? Che cosa ci riserva il futuro dell’alpinismo? Ecco alcuni suggerimenti per gli alpinisti del futuro.

1. K2 invernale

Il K2 è l’ultimo ottomila che ancora non è stato conquistato in completa stagione invernale. E il motivo è che è di gran lunga la montagna più difficile da scalare. La stagione invernale non fa altro che inasprire le condizioni: molta più neve rispetto alla stagione estiva, venti fortissimi e condizioni meteo ostili. Una recente spedizione nazionale polacca con guida e alpinisti esperti e preparati ha fallito fermandosi a 1000 metri di dislivello dalla vetta.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 60%.

2. Traversata K2

Attraversare una montagna da una parte all’altra è sempre stato un pallino per ogni alpinista. La traversata del K2 è probabilmente la più difficile da compiere, anche in stagione estiva. Il versante nord della seconda vetta più alta al mondo è impervio e difficile da scalare, sia in discesa che in salita. In aggiunta, discendere un tratto non battuto in precedenza costringe ad uno sforzo difficile da profondere una volta salito il K2.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 30%.

3. Everest invernale senza ossigeno

L’Everest in inverno è già stato salito nel 1980 da una spedizione polacca che ha fatto largo utilizzo di bombole di ossigeno. L’ossigeno risulta un fattore decisivo soprattutto all’Everest, che è la vetta più alta al mondo. Tuttavia arrivare alla cima senza ossigeno non risulta così improbabile, dato che l’Everest non sembra presentare così tante difficoltà tecniche sopra gli 8000.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 70%.

4. Skyline del Kangchenjunga

Il Kangchenjunga, oltre ad essere la terza vetta più alta al mondo, è anche caratterizzato da un meraviglioso cammino di cresta, che permette di raggiungere le vette dello Yalung Kan, la cima del Kangchenjunga, la cima centrale e la cima sud (tutte appartenenti al Kanghenjunga e sopra gli 8400 metri). In questo caso il riposo è la componente cruciale nella riuscita dell’impresa poiché il programma dovrebbe essere quello di rimanere sopra gli 8000 per tre giorni. Senza o con ossigeno sembra un’impresa titanica, difficile da ottenere.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 60% con ossigeno, 40% senza ossigeno.


Il meraviglioso Skyline del Kangchenjunga
Il meraviglioso Skyline del Kangchenjunga

5. Concatenamento Everest-Lhotse

Everest e Lhotse sono rispettivamente prima e quarta montagna più alta al mondo e geograficamente si trovano a un passo l’uno dall’altro. Questo concatenamento, ovvero la conquista di entrambe le cime l’una consecutivamente rispetto all’altra, da sempre è stata un’impresa tentata ma mai riuscita. Il problema è come sempre il recupero dopo la prima cima, che deve essere effettuato per forza al Colle Sud, che separa le due montagne e che si trova a 7900 metri. Riposare e quindi scalare l’altra montagna diventa impresa ardua.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 60%.

6. Conquista di tutti i 14 ottomila in inverno

La conquista di tutti gli ottomila da parte di un singolo alpinista in qualsiasi stagione è stata una storica impresa per l’alpinismo moderno (Messner, nel 1986). Conquistare tutti gli ottomila in inverno è però fatica ben più difficile, sia dal punto di vista economico che fisico. Quello che ne ha conquistati di più è Simone Moro, che si è fermato a quota 4 sebbene dalla sua ha investito molto nelle spedizioni invernali. Il vento, le limitate finestre di bel tempo e la disponibilità di 1 sola stagione su 4 rende il tutto impossibile. E poi c’è il K2. Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 0%.

 

7. La terribile parete sud dell’Annapurna in inverno

L’Annapurna è stato il primo ottomila ad essere conquistato ma nel tempo si è contraddistinta per l’indice di mortalità più alto di tutti gli ottomila. La difficoltà dei versanti e il costante pericolo valanghe hanno fatto sì che quasi 1 persona su 3 sia morta su di essa. Nessuno è mai riuscito a conquistare la cima in inverno attraverso la parete sud perché questo ha da sempre rappresentato un rischio. La quantità di neve che si accumula sulla parete in inverno è tale da generare grandi cornicioni di neve che possono investire letteralmente gli sventurati alpinisti sotto di essi.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni 35%.

8. Lo sperone Mummery sul Nanga Parbat

Lo sperone Mummery è la via più diretta che possa essere concepita sul versante Diamir del Nanga Parbat. Mummery a fine ottocento aveva già scoperto questo meraviglioso sperone di roccia e ghiaccio in evidenza. La difficoltà di questo sperone, che si sviluppa tra i 5000 e i 6500 metri, hanno fatto sì che nessuno sia mai riuscito a raggiungere il suo plateau finale. L’alpinista Daniele Nardi svariate volte ha provato l’impresa ma la roccia e il ghiaccio vivo lo hanno costretto alla resa di fronte a un castello, che però sembra valicabile.

Possibilità di riuscita nei prossimi 10 anni: 80%.

 

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