A Houston fanno dannatamente sul serio

“Dobbiamo migliorare, individualmente…accrescere il nostro roster…insomma, dobbiamo migliorare, diventare più forti…in modo da tornare più fiduciosi per l’anno prossimo.” 

26 Aprile 2016. James Harden esprime tutto il suo rammarico dopo l’uscita dei suoi Rockets al primo turno contro i Golden State del record 72-9. La serie si è conclusa 4 a 1 e Houston è ad un punto di svolta. Dover ricostruire sulle macerie: un gioco che non funziona, la prima stella della squadra che troppo spesso è accusata di giocare da sola e di far giocare male la squadra, un roster che necessita di miglioramenti e di essere costruito secondo una logica che esalti la squadra.

Ad un anno di distanza, a Playoff 2017 in corso, possiamo dire: missione compiuta!

Houston we have had a problem“…but now it’s solved

Il capolavoro della società e di D’Antoni

Nel Giugno 2016 Mike D’Antoni, coach e giocatore dalla cultura italo-americana, viene ingaggiato da Houston. Mike punta al rilancio da capo allenatore dopo le meste esperienze ai Lakers e ai 76ers. Per questo motivo le scelte di mercato appaiono organiche col progetto e con lo stile del coach italo-americano che ha portato i suoi frutti migliori in quel di Phoenix nove anni or sono.

Con l’addio di Dwight Howard ormai annunciato, la società si muove con intelligenza per mettere a disposizione del coach una squadra fatta su misura per il suo gioco.

Si comincia quindi con l’ingaggio di Ryan Anderson, come ala grande, nel quintetto titolare e due giocatori super funzionali come Eric Gordon, sostituto che non dovrà far rimpiangere i minuti di riposo di Harden e Nene Hilario sostituto del centro Capela.

Il buono, il brutto e il cattivo“. Houston 2017. Dirige Mike D’Antoni.

Per quanto riguarda la fase offensiva, il roster di Houston è stato assemblato in modo scientifico. D’Antoni crea un sistema in cui la palla sia sempre di Harden e il campo sia aperto a dismisura, con tiratori appostati ben oltre l’arco per costringere le difese avversarie a scegliere di “che morte morire”: consegnare il proprio destino ai tiri da 3 (primi per distacco per tentativi a partita, nella media per percentuali) o l’attacco al ferro (top 5 per frequenza, top 3 per efficacia).

Harden porta palla, 3 giocatori sull’arco allargano
la difesa, pick&roll e cioccolatino per Nene, che ringrazia

MVP e “supporting cast”

In una stagione normale, avere “quasi” una tripla doppia di media e portare la tua squadra ad essere la terza forza per distacco ad Ovest (dietro a due squadre onestamente imprendibili come gli Spurs e i Warriors) dovrebbe permetterti di avere il titolo senza neanche troppi problemi. Invece qualcun altro, forse, sta facendo meglio.

Tuttavia la stagione monstre resta e resterà sotto gli occhi di tutti.

La centralità e l’efficacia raggiunta dal gioco di Harden in questa stagione è incontrovertibile. 29.1 punti, 8.1 rimbalzi e 11.2 assist (!) di media a partita è qualcosa di sovraumano.

Coach D’Antoni decide di fare di James il fulcro di tutto, cambiandogli anche ruolo, ma il suo gioco non sarebbe riuscito così bene se il “supporting cast” non fosse stato all’altezza. Chiedere a Eric Gordon e a Lou Williams, 2 seri candidati al “Sixth Man Of The Year Award” 2016-17.

Tra “tuoni” e “cowboy” verso le finali

Classificandosi come terzi del girone ad Ovest, con 55 W e 27 L, al primo turno i texani hanno incontrato i Thunders. In una sfida che aveva il sapore di “Harden vs Westbrook” in realtà ad emergere sono stati soprattutto altri temi importanti.

Durante la regular season avevamo assistito a 3 match molto equilibrati (+1 OKC, +3 Houston, +2 Houston) e ad un + 12 per i Rockets nell’ultimo incontro.

 Concludere con un possesso tranquillo la partita

Scaricare a terra

Nei playoff tuttavia la musica è stata abbastanza diversa. Fin dalla prima partita, la capacità di gioco maturata nella stagione da Houston, ha creato il solco nelle differenze con i rivali. 118-87 finisce il primo incontro con Harden che fa un po’ quello che vuole e con Oklahoma che dimostra di non riuscire ad opporre una buona difesa contro uno dei migliori attacchi della lega e nemmeno a fornire prestazioni decenti di supporto al sempre più solo Russell.

Se poi lo chef decide di cucinare queste prelibatezze !

Nelle restanti quattro partite i Thunder prendono meglio le misure sui Rockets e ne guadagna l’equilibrio della serie. Tuttavia ancora una volta la vittoria per Houston non sembra essere messa davvero in discussione. La reale differenza, più che tra lo scontro titanico fra MVP, la fanno gli attori comprimari.

Gara 4 da questo punto di vista è emblematico. In una serata in cui Harden tira malissimo ( 5/16 dal campo, 0/7 da tre) i suoi compagni sono stati capaci di portare a casa il match. Soprattutto l’apporto del trio della panchina Gordon-Williams-Nene. Da sottolineare che mentre i primi due dimostrano di essere semplicemente la miglior coppia di esterni immaginabili dalla panchina per il sistema di D’Antoni, nonché i due migliori realizzatori tra le riserve dell’intera NBA, Nene mette in mostra una prestazione super.

12/12 dal campo per 28 punti! Una prestazione che ha un solo precedente risalente al 1975.

Dall’altra parte il povero Westbrook ha predicato nel deserto, finendo molto presto la sua corsa ai playoff dopo una stagione storica.

All-in al Texas Hold’em

Nonostante il fascino della sfida con i Thunder, il vero banco di prova per i Rockets arriva ora. Nelle semifinali di conference si trovano in un “derby” texano con San Antonio. La serie è a gara 3, sul punteggio di 1 a 1.

Houston si è fatta rimontare, dopo essere stata abile a vincere la prima partita in trasferta. Proprio in questo primo incontro Harden e soci hanno dimostrato come mai loro, ad essere delle semplici comparse prima dello scontro Warriors-Spurs, non ci tengono proprio.

Mezzogiorno di fuoco

San Antonio, che sono una delle squadre che meglio difende nell’intera lega, ha dimostrato di soffrire terribilmente Houston quando riesce a mantenere ritmi alti e ad esprimere il loro miglior gioco. Allargare il campo con i tiratori, bombardare da 3 o inserimento di Harden, che ad ora viaggia a 13 punti e 12 assist di media a partita in questa serie.

Un altro punto di forza fondamentale per i Rockets resta la panchina. La profondità e la qualità di panchina che presenta Houston è una delle chiavi che ha permesso di strappare la vittoria in trasferta.

In gara 2, è servita una prestazione superlativa da 13/16 dal campo con 3/4 da 3 per un totale di 34 punti dell’altra star della serie Kawhi Leonard e in generale da parte degli altri Spurs che hanno dovuto cambiare marcia e alzare i ritmi.

Se non fosse stato chiaro fino ad oggi, ora lo sanno tutti. Popovich e Kerr sono avvisati: Houston fa dannatamente sul serio!

Alessandro Viglione

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