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I colpi della Serie A: Patrik Schick

Il ritratto di Patrik: la classe di uno smooth criminal

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La scorsa estate, il nome di Patrik è giunto sulle scrivanie degli addetti ai mezzi stampa più come papabile rivelazione fantacalcistica che come candidato al premio di “rookie dell’anno“. Oggi, tralasciando le corone di stampo statunitense, il nome di Schick è una solida promessa nel firmamento calcistico europeo. Classe ’96, eleganza innata e tecnica di base di quelle che – non s’apprendono – si sanno già. Alto, particolarmente “chic” come vorrebbe la pronuncia del suo cognome, ma gelido ed estroso come gli smooth criminal di cui parlava MJ. Uno 007 in veste blucerchiata che parla poco, perché per lui parla il piede sinistro, la sua Calibro 9. L’amore con Genova, per volere di Marco Giampaolo, scoppia lentamente. Il tecnico di Bellinzona dosa il talento di Patrik sapientemente, facendogli assaggiare le sensazioni del campionato italiano. Il ragazzo ex Sparta Praga lancia subito segnali di gran classe, ma il minutaggio limitato spesso ne limita lo spazio in vetrina. Patrik Schick appare da subito un giocatore vero. Impressiona la sensibilità con cui accarezza la palla e le movenze, perché la sua stazza da elefante in realtà nasconde una libellula che si libra in una sala di cristalli.

Una delle giocate più celebri di Schick in questo campionato: l’ubriacante serpentina nel derby, sotto la Nord, non è cosa per deboli di cuore.

La prima ad arrivare sul ceco è la Juventus. Il lungimirante occhio della Vecchia Signora rimane folgorato dal talento della Sampdoria. Proprio allo Stadium, contro i bianconeri, Schick segna il suo primo gol in Serie A, giocando 61′ di istintualità e classe. Da quel momento il ceco sale nelle gerarchie della Samp ed entra in pianta stabile nelle rotazioni offensive. La sua prima stagione di A si chiude con un bottino da occhi fuori dalle orbite: 11 goal e 5 assist in 32 presenze di A, a cui vanno aggiunti 2 goal in Coppa Italia. Il ragazzo usa naturalmente il fisico per nascondere la palla all’avversario, poi ci pensa il suo mancino illuminato a farla ricomparire alle spalle del centrale di turno. A dispetto del suo metro e 87, Schick ha una mobilità invidiabile: come ogni mancino che si rispetti, ama decentrarsi sulla destra per rientrare poi sul piede forte.

Una delle migliori qualità di Schick: l’attacco alla profondità alle spalle del centrale. Qui infila Vertonghen saltandolo in velocità e sul filo dell’out vede uno spazio misterioso in cui imbuca il pallone con uno scavetto delizioso. Assist alla Di Maria, per uno che di mestiere dovrebbe fare la prima punta.

E poi il dribbling. Patrik rientra in quella categoria artistica inesistente ad occhio umano: il rococò funzionale. Schick è in grado di ricamare trame sottili grazie alla sua naturale capacità di esser un centro gravitazionale per il pallone, ma anche grazie alla sua incisività nell’uno contro uno. Tunnel, giocate di suola e dribbling secco, tutto sembra esser studiato per creare spettacolo, ma in realtà il ragazzo sbilancia l’asse di gioco creando sempre la superiorità numerica.

La palla sembra persa, ma gravita nella zona di Schick. Il ceco sembra poter solamente difendere la rimessa, ma decide di rispettare la sua natura barocca facendo fuori 3-4 uomini con tacchi, tunnel e suole.

Sembra esser bastata una chiamata di Pavel Nedved per convincere il gioiello a sposare la causa bianconera. Allegri, nella prima intervista dopo la finale di Cardiff, a esplicita domanda sul ragazzo ha risposto:

Schick fa cose non normali, vedremo…

Schick è convinto di riuscire a convincere Allegri, tanto da rifiutare l’ipotesi “alla Caldara” (acquistato nella stagione 2016/17, ma in prestito ancora un anno nel suo club, l’Atalanta). La spavalderia di chi brilla di luce propria, il moto costante di chi non potrebbe far altro: Patrik Schick è uno splendido astro, probabilmente il più brillante della sua costellazione, ma ancora nessun telescopio l’ha mai osservato.

 

Stefano Uccheddu

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