Lavori benissimo, ma ti pago di meno. Il gender pay gap in Italia

Disuguaglianza sul lavoro

Nel corso dell’ultimo secolo, la posizione delle donne nella società è considerevolmente migliorata. Ma tra uomo e donna esistono tutt’oggi forme di disuguaglianza. Una di queste riguarda la retribuzione delle prestazioni lavorative.

Gender pay gap nell'Unione Europea (fonte: Eurostat/Commissione Europea)
Infografica sulle percentuali di gender pay gap nell’Unione Europea (fonte: Eurostat/Commissione Europea)

 

Conquiste culturali e statistiche in crescita

Gli ultimi decenni di storia italiana hanno visto una crescita considerevole delle statistiche sui livelli di occupazione femminile. Questa tendenza, che non si discosta da quelle del resto del mondo occidentale, si è realizzata in conseguenza di molteplici fattori. Il mutamento culturale rispetto al ruolo della donna è uno di questi. Quest’ultimo ha permesso lo sradicamento dell’ideale della “donna-massaia” che per secoli aveva recluso il genere femminile entro le mura casalinghe. Le innovazioni normative in materia di uguaglianza di genere e pari opportunità, inoltre, hanno di certo rafforzato lo status delle donne anche sotto l’aspetto giuridico.

Che cos’è il gender pay gap

Ma oggi, rispetto al mondo del lavoro, non è ancora possibile parlare concretamente e sostanzialmente di uguaglianza di genere. Per quanto riguarda l’occupazione, infatti, tra uomo e donna esistono tuttora diverse forme di disparità di trattamento. Il gender pay gap è una di queste. Il termine inglese identifica il divario percentuale tra i livelli retributivi maschili e quelli femminili in rapporto a quelli maschili (definizione ISTAT). Diversi studi accademici, numerose ricerche degli istituti di statistica, nonché molteplici rapporti istituzionali hanno affrontato questa tematica.

Fattori non trascurabili

Al verificarsi del fenomeno del gender pay gap contribuisce una vasta gamma di fattori, i quali possono risultare controproducenti rispetto al fine di comprenderne al meglio le cause ed individuarne le possibili soluzioni. Ad esempio, si è accertato che le donne sono tendenzialmente occupate in settori nei quali le variazioni retributive avvengono più raramente. Ancora, il dato percentuale sul gender pay gap varia anche di molto a seconda dei criteri di ricerca e di selezione del campione utilizzati. Alcune distorsioni possono sopravvenire, infine, qualora si confrontino i dati di Paesi diversi: le caratteristiche dell’occupazione dei vari Stati, infatti, non sono per nulla omogenee.

I dati

Ad ogni modo, gli studi sul gender pay gap offrono alcune evidenze che meritano una riflessione. Innanzitutto, il dato primario (fonte: Commissione Europea): il gender pay gap in Italia si attesta al 6,1%. Cifra, questa, che potrebbe indurre a ritenere il dato più confortante di quanto non lo sia. Così come di conforto potrebbe essere il confronto del dato italiano con quello degli altri Paesi europei. Per esempio, potrebbe stupire il fatto che il gender pay gap della Germania superi addirittura il 22%. Ma il dato matematico, per sua natura, non può fornire informazioni dettagliate sulle variabili che contribuiscono alla sua formazione.

Settori variabili

Differenze sostanziali sopravvengono se si confrontano, nel caso Italiano, settori diversi. Ad esempio, un divario ampissimo si registra per il settore dello sport e dell’intrattenimento (51,4%). É opportuno considerare, in questo caso, che alcuni sportivi professionisti maschi ricevono retribuzioni anche milionarie, mentre le donne praticano perlopiù a livello dilettantistico (vedi calcio). Non meno rilevante è il dato riferito alle attività finanziarie ed assicurative, il quale raggiunge il 28%. Poche eccezioni volgono a favore del sesso femminile. Si tratta dei settori delle costruzioni (12%), dell’estrazione di minerali (4%) e del trasporto e magazzinaggio (1%).

Parametri diversi

Ulteriori variazioni del dato sul gender pay gap avvengono se si utilizzano altri parametri di valutazione. Infatti, il dato è più contenuto tra gli occupati sotto i 30 anni. La differenza raggiunge invece il 23% se si considerano gli over 50. Altre informazioni rilevanti riguardano gli avanzamenti di carriera. Per una donna risulta più difficoltoso ottenere una promozione, dunque anche un aumento retributivo. Ciò è dovuto al fatto che, qualora si congedino per i periodi di maternità, le donne difficilmente saranno abilitate a scalare le posizioni gerarchiche. Il fatto di sottoporre le lavoratrici alla scelta tra carriera e maternità costituisce di per sé una discriminazione di genere.

Capacità innovativa e sforzi istituzionali

I movimenti per l’emancipazione femminile del XX Secolo hanno ottenuto alcune fondamentali conquiste che non vanno dimenticate. E queste conquiste sono spesso derivate dalla loro capacità innovativa da un punto di vista culturale. È infatti lo sradicamento di alcuni dogmi delle società patriarcali che le hanno rese possibili. Quanto alle sfide odierne in materia di disuguaglianza di genere, a prevalere su quelli culturali sono gli sforzi istituzionali e le politiche per le pari opportunità. Quando il miglioramento dello status femminile avviene per via istituzionale, però, si corre il rischio che esso risulti come un’imposizione per legge, piuttosto che come una conquista.

Le sfide del presente

Forse, dunque, sarebbe opportuno riappropriarsi della forza dei movimenti di protesta del secolo scorso e riaffidare all’innovazione culturale il destino delle sfide del presente.  In questo senso, un ruolo importante potrebbe essere giocato dalla nuove ondate di protesta che si oppongono sia all’emergere di leader autoritari, sia al diffondersi degli estremismi religiosi. Ma è importante non trascurare che la difesa dei valori democratici sia un dovere del quale è giusto e doveroso farsi carico sia a livello individuale sia collettivo. E in questi valori va sicuramente incluso quello dell’uguaglianza. In tutte le sue accezioni.

Luca Mercanzin

 

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