m5s a torino

Il M5S a Torino: è spettacolo

Luigi Di Maio e il M5S a Torino

Sabato sera, al Teatro Nuovo di Torino, il M5S ha presentato alla città il proprio candidato Premier per le elezioni del 4 marzo: Luigi Di Maio.


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Immagine che potrebbe diventare facilmente un Meme.

Come Vasco 

Ovviamente sbaglio fermata. Mi piace camminare, ma Torino a febbraio inoltrato è una cella frigorifera illuminata solamente dagli anabbaglianti delle auto. Il navigatore mi indica la via. Cammino infreddolito, la mia salvezza è un chiosco incastrato tra due alberi dove mi aspettano gli altri ragazzi. Il tempo stringe, abbiamo appena il tempo di trangugiare un panino, prima di incamminarci verso Teatro Nuovo, La Mecca della protesta.

Fuori dalla struttura, nulla da segnalare: poche persone alienate muovono una manciata di passi sotto il porticato. Varcata la soglia del teatro, ci troviamo di fronte a un affollamento inaspettato. Il freddo e la voglia di accaparrarsi i posti migliori avevano spinto le persone a stiparsi nell’atrio. La situazione è comparabile a un concerto di Vasco Rossi: non c’è distinzione di età nella calca, il M5S piace a tutti, come il McDonald’s.

Come tonni nella corrente, veniamo (so)spinti verso l’entrata, allietati dalla musica e dalle bestemmie di chi avrebbe voluto “più ordine” nella gestione dell’evento. Prendiamo posto, finalmente. Lo stage richiama i classici colori del Movimento, il bianco e il giallo troneggiano ovunque. In sala c’è anche la sindaca Appendino. Dopo una breve attesa e quattro o cinque “1, 2, …, 22, prova”, la presentatrice si lancia in un breve opening: it’s time!


Applausi fuori tempo

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Beppe Grillo durante il suo spettacolo “Te la do io l’Europa” al Palalottomatica, Roma, 14 aprile 2014.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Sono salito su una macchina del tempo arrugginita, per tornare indietro di anni, per riscoprire l’esistenza dei DvX pirata e degli spettacoli di Beppe Grillo. Posso vedermi, seduto su un divano blu con la mia famiglia, mentre la satira tagliente di Beppe Grillo fende lo schermo del televisore. È uno spettacolo.

Il teatro è gremito, la platea vede la chioma grigia muoversi incessante, ridefinendo il concetto di palco. Lo spettacolo si costruisce attorno a un inconscio climax di empatia tra il comico e lo spettatore. Sono in piedi a fianco al divano, guardo lo spettacolo con il senno di poi in una dimensione temporale eterea. D’un tratto, il senso di déja vù m’inchioda tra le poltroncine rosse di un teatro torinese. Il pubblico è lo stesso, nonostante siano passati più anni di quanto io voglia ammettere.

Nell’aria s’avvertono emozioni differenti: tra i sorrisi degli spettatori si possono sentire chiaramente i denti digrignare. La frustrazione prende il sopravvento e lo spettacolo ribalta le concezioni spaziali, rendendo attori consapevoli gli spettatori in sala. Sul palco non c’è Beppe Grillo, ma Luigi Di Maio. Il contesto è un altro: non si tratta più di uno spettacolo, ma di un comizio. Lo spirito satirico del comico genovese s’impossessa del palco e incarna il respiro del Movimento.

Ogni battuta del candidato Premier – Di Maio – è buona per distruggere la politica contemporanea, ma senza divenir politica a sua volta. È satira, ma dovrebbe esser qualcos’altro. Gli applausi si sprecano, le risate accompagnano le slide preparate per il candidato Premier. Tra queste non vi sono linee programmatiche, ma solamente meme.

Applausi fuori tempo, risate e urla.

Nel 2018 i DvX trovano ancora il proprio tempo, come le risate, gli applausi e gli show-man. Mancherebbe la politica, se non fosse così dannatamente fuori tempo.


“Missione compiuta”

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Appena fuori dal Teatro, le persone s’accalcano verso le macchine con il sorriso stampato sulle labbra. Alla fine, quella di Di Maio può considerarsi una “missione compiuta”. Mentre decidiamo il da farsi, commentiamo le gesta dei protagonisti e tutto sembra continuare sull’onda dello spettacolo. A pochi passi da noi, un candidato del Movimento osserva – circondato da ammiratori d’ogni nazione – il nostro dissacrare i costumi. Non sembra esser divertito: a quanto pare, non siamo così bravi a far “lo spettacolo”, forse. 

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