Il rap è morto?

Dalle mura dei centri sociali alle passerelle di Moschino: il rap è morto?

Le critiche si leggono sui muri, tra le tag “a bomboletta” e il colore sbiadito del mattone. I muri della società dell’informazione si costruiscono in bit e rilevanza sociale posta in bacheca, perché oggi si è anche “big in casa”, per rubare una citazione a chi il rap l’ha sdoganato per davvero. Così ci si sveglia al mattino, con il jet lag che appesantisce gli occhi e si vomita in 10 secondi – su Instagram – il veleno conservato nelle ghiandole sebacee, in attesa d’attenzioni e di una risposta. Il dissing tra Fedez e MarraGuè (occhio perché il nome bicefalo suona anche bene…) ha tenuto tutti incollati ai social per una settimana intera, con una sorta di serve and volley alla Federer tra autentici colossi del genere. Poco importa la sinossi, perché nel rap le schermaglie sono all’ordine del giorno e – diciamocelo… – divertono assai. La ricerca del dissing e delle faide è una delle peculiarità di un genere senza peli sulla lingua, trasversale, in grado di innovarsi se esposto sotto la lente d’ogni influsso musicale. Eppure il dissing che apre il 2017 con il rap c’entra poco e non per l’uso dei social. Analizziamo ora le critiche piovute sul caso attraverso le frasi più ricorrenti sul tema:

Adesso i rappusi si insultano sui social: buffoni! Sono finiti i tempi di Tupac e Notorius… Ai miei tempi si prendevano a mazzettate sui denti, non come questi sui video!

Partiamo da un assunto: che il dissing avvenga sui social o meno, poco importa. Ci si limiterebbe a una critica spicciola pari alla demonizzazione fenomeno Pokemon Go o al capro espiatorio “smartphone”, causa della riduzione dei coiti nel mondo. Diciamo che gli omicidi degli anni ’90 non sembrano essere un modello distopico a cui ricondursi . Ogni tanto conviene ricordare a qualcuno che si parla pur sempre di musica, note in etere, non proiettili. Non deve altresì stupire che il paradigma sia cambiato: i social sono una dimensione assolutamente parallela, non scindibile dalla vita quotidiana. Anche perché se Fedez e Marracash avessero deciso di terminare la loro rissa verbale in strada – in memoria del “quando c’era Tupac” – probabilmente avrebbero fatto una strage di fan che li accerchiavano in attesa di un selfie, uscendone illesi e pacifisti sui cadaveri che all’ultimo respiro twittano un “Fuck Fedez”.

Il binomio rapper-sfilate

Ma che c***o ci fanno i rappi alle sfilate! Ma andate a lavorare… Una volta i rap erano cattivi e picchiavano le anziane alla fermata del 18! Una volta si vestivano male e viaggiavano con lo spadone al braccio, una volta…

Eh, una volta mia bisnonna mi ha chiamato “Marco” per una sera intera, eppure non le ho passato il lardo, pur consapevole dei suoi problemi di colesterolo. La situazione è surreale: nessuno sembra volersi rendere conto che il rap, oggi, è un genere sdoganato e assolutamente mainstream. Porre una linea di demarcazione per individuare i rapper “mainstream” e gli “underground” è un puro vezzo di forma, un senso di nostalgico appartenere al movimento. I dati lo confermano: gli artisti che ogni anno scalano le classifiche e sbancano i botteghini di tutta Italia fanno rap. Tralasciando le declinazioni e le sfumature soggettive, il rap non è più una novità in Italia e questo non è un dettaglio di poco conto. La fama è la prima conseguenza del successo, la moda è la prima conseguenza di Milano: è un sillogico sillabare.

Le sfilate sono sempre state la classica vetrina per stagliarsi pesantemente nella movida milanese e anche i rapper oggi colgono l’occasione per cavalcare un’onda su cui già surfano. Lo stereotipo del rapper di strada non è altro che un mito degli anni Novanta: qualcuno l’ha ricalcato fedelmente per necessaria gavetta, altri l’hanno paventato senza averne mai assaporato l’essenza. Non può oggi esistere la concezione di rapper che ha vissuto i centri sociali e che “sotto il palco ne aveva 30 incazzati neri”, perché sarebbe una splendida menzogna non credibile. Se i muri sono caduti e il vento soffia diversamente, anche le sfilate di Moschino non sembrano così lontane da un prodotto centrifugato come il rap moderno, fatto di immagini, immagine e suoni assolutamente ascoltati da chiunque. Una rivendicazione del cantautorato italiano? No, io più che altro direi: la vittoria di alcuni (pochi), il carro di molti.

Il rap è Chiara Ferragni

Ha ragione Marrakesc, Fedez cane! Ci mancava la Ferragni, schifo! Ci vorrebbe la miniera per questi gggiovani1!1!11!

Intanto Dio stra-benedica la signorina Ferragni, ci tenevo a dirlo. Parentesi a parte, ma realmente (gusti soggettivi a parte) c’è qualcuno che ne esce vincitore o sconfitto da questo scontro verbale su stories? Vi stupirò: hanno vinto entrambi. Perché? Facciamo un’ultima analisi. Le tempistiche del dissing sono clamorosamente perfette: Fedez lancia la bomba qualche giorno prima che il disco – suo e di J-Ax – esca. Il buon Federico come sempre si rivela un volpone del marketing e decide di rispondere a MarraGuè per entrare in tendenza (non solo in senso figurato), attirando su di sé le attenzioni di ogni media d’ordine e grado. In tutto ciò, però, cosa avrebbero guadagnato Pequeno e Marra? Beh, semplice: il duo più atteso del rap italiano è riuscito a conquistare il popolo con le risposte piccate e simpatiche al rapper della Milano-Bene. Ma non solo: il “Santeria-Tour”, partito questa settimana è stato subito teatro dell’ennesima frecciata, proprio prima della canzone “Purdi”, indirizzata agli arrivisti, con riferimenti espliciti a Fedez.

Conclusioni

La mossa di Fedez è pianificata nei dettagli, inutile negarlo. La sua indignazione e il suo affronto sui social – una settimana prima dell’uscita dell’album – non è stata altro che una splendida trovata di marketing, con le tempistiche scelte e pensate ad hoc. Dal canto loro, Marracash e Guè Pequeno sono riusciti ad uscirne vincitori, con il tacito appoggio pressoché totale della scena rap e con un incremento di hype per le tappe del loro tour. Mossa pianificata a tavolino? Mi viene difficile pensarlo. Marracash ha sempre preferito i dissing nell’etere musicale (si ricordi lo storico dissing agli ODEI, culminato con il pestaggio di Caneda) alla mossa studiata a tavolino. Inoltre, il guadagno per il duo sarebbe stato veramente risicato: le tappe del tour sono già comunque sold-out e il disco ha venduto come pochi altri nella storia italiana del genere. Il rap è morto? No, si è evoluto; i muri sono caduti, per davvero.

Stefano Uccheddu

 

One thought on “Il rap è morto?

  1. Vero. Il “Rap” (non chiamiamolo così) è divenuto altro, merda commerciale quanto Bieber. Quindi, per favore, chiamiamolo musica da truzzi, non Rap. Il Rap è altro. E’ non è questione di essere nostalgici o meno, è che non puoi chiamare un piatto di fagioli caviale. Il Rap è (o era) altro. Grazie a Dio che esiste Kendrick Lamar…

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