Oro in fuga

Ad ognuno il proprio

La reazione europea al fenomeno dell’immigrazione di massa ricorda un uomo al quale viene diagnosticata una forma maligna di tumore e che passa attraverso i cinque stadi del dolore tracciati dalla psiconcologia: il Rifiuto, poi la Rabbia (perché proprio io?/Perché proprio qui?), quindi la Contrattazione con i medici e il Patteggiamento con le pulsioni contraddittorie del proprio Io, seguita da un attacco di Depressione in previsione delle perdite che si subiranno, fino a quando con l’Accettazione si mette alla frenetica ricerca di una cura, una soluzione.
L’Europa è nella fase della Contrattazione sebbene si stia interrogando da anni su dove dirottare i vari flussi migratori, ma gli europei hanno raggiunto fasi molto diverse del loro personale ciclo del dolore: gli ungheresi vivono la fase del Rifiuto e dalla Rabbia incondizionata, costruiscono muri, presidiano le frontiere e sgambettano siriani in fuga (vedi il caso Petra Laszlo), tedeschi e svedesi sono più o meno rassegnati ad accoglierne in gran numero e si stanno adoperando per integrarli, gli italiani invece sembrano vivere tutte le cinque fasi contemporaneamente, sopraffatti più dai propri pensieri che dal corso degli eventi.

Un’analisi della Realtà

Dato che i conflitti dalla Siria all’Iraq passando per l’Afghanistan e cambiando continente, dall’Eritrea alla Somalia fino al Mali sono endemici, i trend demografici non cambieranno nel breve periodo.

La crisi dei migranti si aggraverà, prima di iniziare a migliorare. Di conseguenza è importante vedere le cose con chiarezza e capire alcune delle caratteristiche associate a un fenomeno avente diversi precedenti nel corso della Storia (l’esodo dei cubani a Miami, la migrazione degli ebrei dall’Africa del Nord e dall’Unione Sovietica verso Israele) e che gli economisti hanno approfondito. Gli studi sugli effetti economici delle migrazioni si contano ormai nell’ordine delle migliaia, tutti più o meno concordi nel profilare due scenari distinti.

Le regioni che ospitano un gran numero di migranti sono ”destinate” all’implosione degli equilibri socio-economici interni. Non si fa riferimento alla Baviera tedesca o all’

isola di Lampedusa poiché periferie di un’economia ad alto reddito molto più ampia, ma alle regioni settentrionali della Giordania, del Libano e del Kurdistan.
Aree con redditi pro-capite pari a un quinto della media europea, letteralmente invase dai rifugiati. Solo per dare qualche dato il Libano (5 milioni di abitanti) ospita quasi 1,2 milioni di rifugiati siriani (fonte Frontex).
Questa massa di sfollati non può trovare posti di lavoro decenti in polveriere del genere a allo stesso tempo esercita pressioni fortissime su ogni forma di servizi e infrastrutture governative, dalle scuole alla sanità, dalle reti per la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità allo smaltimento dei rifiuti.

Opposto è il discorso per i paesi cosiddetti ”avanzati”, i quali possono ottenere significativi vantaggi economici dall’immigrazione. Per studiarli vengono impiegati modelli che simulano le modalità con le quali l’economia si adatta a un considerevole incremento della forza lavoro, e modelli che calcolano il contributo dei migranti alle entrate del fisco e quanto ottengono dai sussidi del welfare e dai servizi pubblici.

Ciò che emerge è:
-l’immigrazione da Paesi a basso reddito in Paesi ad alto reddito alimenta gli investimenti e la produzione;
-l’immigrazione tende a far salire i salari dei lavoratori specializzati e a ridurre i costi di molti servizi (aiuto domestico);
-gli immigrati hanno un piccolo impatto positivo sul bilancio pubblico, soprattutto perché sono più giovani della popolazione locale e quindi utilizzano meno servizi pubblici, in particolare l’assistenza sanitaria e ricevono meno pensioni.
-gli immigranti possono fungere da cuscinetto ammortizzatore per la manodopera nata in loco, in quanto in caso di recessione sono i primi a essere licenziati o a ricevere salari non definibili come tali.

Immigrati impegnati nella raccolta di pomodori a Rosarno. (padernoforum.blogspot.com)

Ciò che davvero conta

È inutile dire che tutti questi effetti positivi legati alla migrazione dipendono dall’eventualità che ai migranti sia permesso lavorare, senza che razzismo, discriminazione e la miopia di una cultura  intralcino loro la strada.
La vera domanda da porsi, pertanto, non è se gli europei consentiranno ai rifugiati di arrivare, non se gli Stati Uniti rifiuteranno ulteriormente di accoglierne un numero proporzionato alle loro capacità, ma se e come queste persone in fuga metteranno a frutto la loro disperata voglia di lavorare e di condurre una vita normale.

Filippo Gabetta

 

 

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