Italrugby versus Scozia, ovvero “Si salvi chi può!”

Fratelli-coltelli?

Antipatia reciproca? No, non direi proprio. Rivalità storiche? Oddio, forse tra Pitti e Romani, ma parliamo di quasi due millenni fa. Atteggiamenti altezzosi e supponenti? Tutt’altro, anzi bisogna ammettere che ci si trova reciprocamente simpatici, quando ci si incontra. Tra Italia e Scozia, motivi di contrasto bisogna dire che non ce ne sono affatto. Poco ci accomuna: un inno nazionale che rimanda all’indipendenza, lunghe lotte di liberazione dallo “straniero”, certi paesaggi mozzafiato, e la passione per la buona tavola (e per il buon bere). Quindi, con così tante differenze, è difficile che italiani e scozzesi se la prendano a male reciprocamente.

Eppure, da circa vent’anni a questa parte, queste due nazioni hanno trovato un motivo per lottare alla morte e darsele di santa ragione. Uno soltanto, ma sufficiente: evitare l’ultimo posto, con annesso “Cucchiaio di legno”, nell’annuale Torneo delle 6 Nazioni di rugby. E togliere il numero “zero” dalla casella delle vittorie in quell’edizione.

Un po’ di storia

Naturalmente, se si guardasse al “pedigree”, non dovrebbe esserci paragone. Loro hanno dato vita al primo incontro internazionale, nel lontanissimo 1871 (contro l’Inghilterra, e vincendolo pure!); vantano ben ventidue 5 Nazioni conquistati, e hanno disputato una semifinale mondiale; hanno pareggiato con gli All Blacks, e battuto Sudafrica e Australia; e hanno dato a questo sport alcuni tra i giocatori più forti della storia (Bedell-Sivright, Bannermann, Gavin Hastings, Irvine, Jeffrey, McLauchlan). Noi, beh, basti semplicemente dire che fino agli anni ’90 eravano semplicemente ignorati dalle nazionali più forti, le quali potevano concederci un’amichevole giusto per fare un allenamento in più.

Ed è quello che succede nell’occasione del primo incontro tra azzurri e scozzesi. I quali nemmeno concedono validità al test match, presentandosi come “XV” (cioè squadra non ufficiale, anche se in campo c’erano i titolarissimi). E, siccome sono i padroni di casa, decidono che, no, niente Murrayfield; tutti nel ridente paese di Melrose (che ha dato i natali al rugby a sette). Finisce 22 a 17, per la Scozia ovviamente, ma l’Italia si fa incredibilmente ben valere e rispettare.

Ma, come abbiamo già visto, il rugby italiano in quel decennio viveva un gran momento. Se ne accorsero anche gli highlanders, che, scesi nel Belpaese per altre due amichevoli (sì, in entrambe si presentarono come A, cioè seconda squadra; rispetto ok, ma senza allargarsi…), riuscirono nell’impresa di perderle tutte e due, la prima, nel 1993, per 18 a 15, in una sfida equilibrata decisa ai “calci”, la seconda, tre anni più tardi, stavolta una bella ripassata per 29 a 17.

Finalmente sfide vere

Questi successi, di fatto, certificarono e rafforzarono l’ingresso dell’Italia nel 6 Nazioni, che sarebbe avvenuto nel nuovo millennio. E, nella partita d’esordio, indovinate un po’ contro chi si giocava? Ma contro la Scozia, naturalmente. Che però l’anno prima aveva vinto un po’ a sorpresa l’ultimo 5 Nazioni della storia. Quindi era favorita non solo in quanto campione in carica, ma anche perchè si riteneva che la tradizione avrebbe avuto facilmente la meglio su quelli che erano universalmente riconosciuti come “parvenu” della palla ovale.

Ma, si sa, quando sono sottovalutati e presi sottogamba, gli italiani sono sempre capaci di riservare brutte sorprese a chi li sbeffeggia. E infatti gli azzurri, tra lo stupore generale, batterono gli scozzesi per 34 a 29, piantando nella loro area una bella meta e poi affidandosi al piede di Dominguez, che in quella partita infilò in mezzo ai pali punizioni, drop, scamorze e pure un piccione, per un totale di 29 punti (record di punti segnati da un italiano nel torneo).

Da lì in poi, l’annuale confronto è sempre stato visto come lo spartiacque della stagione, positiva se vittorioso, e fallimentare in caso di sconfitta. Come due ragazzine in attesa di essere invitate al ballo di fine anno, si contendevano l’ultimo cavaliere rimasto libero su piazza. E dal momento che Inghilterra e Francia (soprattutto) erano due spanne sopra, l’Irlanda stava vedendo allora i frutti di un lavoro inziato 15 anni prima, e il Galles si stava avviando verso la sua terza “Golden Era”, era abbastanza lapalissiano che le briciole se le contendessero Italia e Scozia. Però gli highlander erano più affamati e smaliziati, quindi alla fine si portavano quasi sempre via piatto e accompagnatore: nei successivi sei confronti, solo una volta il risultato arrise agli italiani.

Giunse quindi il 2007

E’ l’anno del Mondiale in Francia, e la partita decisiva per il passaggio del girone sarebbe stata…esatto, ancora un “simpatico” Italia – Scozia! Ma prima, c’era ovviamente l’impegno del 6 Nazioni. Fino a quel momento, gli azzurri avevano offerto prestazioni alquanto insufficienti: su 35 partite giocate, ne aveva vinte a malapena 3, e un pareggio (in Galles). Zero vittorie in trasferta, anzi al di fuori del “fortino” del Flaminio erano dolori, specialmente a livello di gioco sul campo.

Gli scozzesi, dunque, erano abbastanza sicuri di vincere, e lasciarci per l’ennesima volta l’ “onore” del Cucchiao di legno. Stavolta, però, non andò secondo i loro piani: un calcio stoppato, due intercetti, e l’Italia volava tre volte. Un 21 a 0 in neanche sette minuti. La Scozia provava a reagire, cercava la rimonta, ma una quarta meta azzurra spegneva ogni illusione. Finiva 37 a 17, tanta euforia e qualche sassolino in meno nelle scarpe.

Sembrava un buon viatico per il Mondiale, ma, come disse qualcuno “L’Italia ogni tanto sbaglia la sua partita per carenza di mentalità”. Come accadde quella volta: un 18 a 16 per gli highlander (assolutamente alla portata!), un calcio di punzione decisivo sbagliato negli ultimi minuti, e tanti saluti al sogno di accedere ai quarti.

Quantomeno, quel 2007 sembrò aver mosso qualche ingranaggio nella mentalità nostrana, che ci vedeva spesso in soggezione e battuti ancora prima di iniziare. Con gli scozzesi la sfida divenne una specie di “ping pong”: loro sbarcavano a Roma, e venivano sconfitti; gli azzurri salpavano per Edimburgo, e lì si “ricambiava il favore”, perdendo. Ma almeno si evitava di finire la stagione in bianco completo.

L’ultimo sussulto

Qualche paletto però ogni tanto bisognava metterlo. E’ il 2015, e giusto l’anno prima gli scozzesi avevano sfatato il tran-tran Flaminio-Murrayfield andando a sbancare Roma. Stavolta toccò agli italiani piantare il tricolore in terra straniera: un 22 a 19, figlio di una partita tutto cuore e orgoglio, con una rimonta da urlo coronata con la meta tecnica del sorpasso (poi trasformata) a tempo praticamente scaduto.

Anche qui, un trampolino per un rilancio, una base per ripartire e ricostruire? Macchè. O meglio, gli scozzesi capiscono che bisogna risistemare alcune cose, soprattutto a livello organizzativo e federale: riformano il campionato nazionale (quello da cui “attingono” le squadre che giocano in Celtc League), cambiano alcuni tecnici e selezionatori. Il risultato è una vittoria (coi Glasgow Warriors), e una bella infornata di giocatori giovani e preparati. Qui, invece, come al solito, tante belle parole, soldi buttati in progetti che non portano alcun miglioramento, risultati via via più scadenti, soprattutto a livello dei club della Celtic, tecnici e preparatori liquidati come incompetenti: la solita minestra, frutto del solito pressapochismo.

Il ballo c’è ogni anno. E anche l’accompagnatore. Ma c’è chi ha cambiato look e vestiario, diventando sempre più appetibile. Mentre c’è chi rischia non solo di restare a bocca asciutta, ma di non ricevere nemmeno più l’invito. Ah, e per dovere di cronaca, l’ultimo confronto è finito 29 a 0. Sì, a zero. Nessun punto segnato. Un altro record da aggiungere al libro nero del rugby italiano.

Michele Pieloni

Rispondi