It’s kind of Magic: è arrivata l’ora della rinascita per i Lakers?

Che tu viva a Los Angeles, California, o a Novosibirsk, Siberia, avrai di sicuro visto almeno una volta una canotta gialloviola.

I Lakers sono, dopo i Celtics, la squadra più vincente della storia della NBA. Grazie ai tanti Hall of Famer, presenti o futuri, che hanno calcato il parquet dello Staples Center, LA ha portato a casa 16 Larry O’Brien Trophy in 70 anni di vita.

Nell’era moderna della NBA, quella iniziata con Bird&Magic per intenderci, hanno vinto 10 titoli, il primo nell’80, l’ultimo nel 2010. In questi 30 anni hanno saltato i playoff solamente in due occasioni. In poche parole, una corazzata.

Facendo un parallelo calcistico, li potremmo definire semplicisticamente come la “Juve dell’NBA”: una squadra che parte per vincere sempre, che non ci riesce a volte e che attrae i migliori giocatori.

Per fortuna, però, il basket americano ha poco di che spartire con il calcio nostrano. Le implacabili regole del salary cap non dovrebbero permettere di allestire un roster di campioni in stile Galacticos garantendo maggiore uniformità in termini di risultati. Questo, tuttavia, cozza apertamente con i risultati di cui sopra. Come riescono i Lakers ad essere al vertice da 30 anni? Organizzazione gestionale all’avanguardia, dirigenza solida, staff tecnico di prim’ordine e un po’ di culo al Draft.

L’incatesimo sembra essersi rotto con l’ultimo titolo. Nelle ultime 3 stagioni, in particolare, non sono riusciti a centrare l’obiettivo playoff, il quale resterà una chimera anche per la stagione in corso.

L’inizio della fine: la Kobe-dipendenza

Se pensi ai Lakers pensi a Kobe Bryant: la cosa più vicina a Michael Jordan mai vista su un parquet NBA. Kobe è stato per LA il porto sicuro a cui approdare, il capro espiatorio per le proprie mancanze e la soluzione ai propri mali. Il tutto ciclicamente senza rendere, a volte, adeguata giustizia ad uno dei migliori giocatori all-time.

Dopo gli ultimi titoli, datati 2009 e 2010, il fisico di Bryant ha iniziato a presentare il conto ad una carriera vissuta a mille all’ora. Infortuni su infortuni hanno limitato le presenze di KB aumentando esponenzialmente le brutte figure dei Lakers. Il nadir è stato raggiunto nella stagione scorsa, quella del farewell-tour di Kobe: record di 17-65. Toccato il fondo.

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Kobe sul suo ritiro

Dopo 18 anni leggendari in cui la bacheca si è arricchita di 5 titoli, Kobe lascia. I Lakers si ritrovano nudi: senza leader, senza credibilità, senza fiducia.

Il nuovo progetto tecnico: Luke Walton head coach

La rinascita dei Lakers inizia, nei progetti della società, con l’estate 2016. La bruttissima stagione appena conclusa si porta in dote un vantaggio: la seconda scelta assoluta al Draft, con la quale scelgono Brandon Ingram.

L’ala piccola classe 97 è un ottimo prospetto, forse un progetto di campione ma non di certo un giocatore che sposta gli equilibri oggi. In ogni caso si va ad aggiungere ad un roster giovane e talentuoso che annovera tra le proprie file la seconda scelta 2015, D’Angelo Russell, e altri ottimi giovani come Jordan Clarckson, Larry Nance jr e Julius Randle.

La strada è tracciata: ci si affiderà ai giovani e si cercherà di costruirseli in casa, affidandoli ad uno staff tecnico giovane e guidato da Luke Walton.

Coach Walton con Russell, Ingram e Clarckson: poco più di 100 anni in 4 (coach compreso)

Walton, figlio dell’Hall of Famer Bill, è stato l’ala piccola di riserva degli ultimi due titoli dei Lakers. Ora si trova, dopo due anni di master all’università dei Golden State Warriors come vice di Kerr, alla sua prima esperienza da Head Coach.

L’errore che non devono commettere i dirigenti gialloviola è quello di credere di poter replicare il progetto Warriors a LA solamente prendendo un nucleo di giovani volenterosi e dalle belle speranze. I Lakers devono trovare una propria identità uscendo dallo spettro di Kobe e iniziando a giocare di squadra.

Il rinnovamento dirigenziale: la palla a Magic

Non servono parole per presentare uno dei giocatori più completi della storia del Gioco. Earvin “Magic” Johnson è stato, con Larry Bird, colui che ha lanciato il prodotto NBA a livello planetario. Coi Lakers ha vinto quanto Kobe (5 titoli) ed è stato un vero e proprio uomo franchigia. Ha colpito col suo gioco, con il suo sorriso e con la sua storia di vita essendo stato il primo sportivo ad altissimo livello a dichiarare la propria sieropositività. Era il novembre del 1991, un periodo storico in cui aver contratto l’HIV significava vivere con una pistola carica puntata alla testa. Più di Kobe, Magic è stato un esempio.

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Una foto che segna un’epoca: Magic+Lakers vs Larry+Celtics

Per i Lakers, oltre che giocatore, Magic è stato brevemente head coach nel 94 e vicepresidente l’anno successivo. Mosse per lo più mediatiche per continuare a coinvolgere un giocatore emarginato dall’ignoranza sulla malattia.

Il 21 febbraio scorso Jeanie Buss, proprietaria dei Lakers, ha voluto arricchire il curriculum di Magic con un nuovo ruolo nell’organigramma gialloviola. Licenziati il GM Kupchak e il vicepresidente Jim Buss (fratello della proprietaria), Johnson è stato chiamato a interpretare il ruolo di president of basketball operations.

Le tempistiche in cui il tutto è avvenuto sono rappresentative del caos in casa Lakers. Trovarsi senza GM e con un nuovo asset dirigenziale in piena trade deadline lascia intendere che la sterzata non sia stata proprio illuminata. La scelta del nuovo GM cade su Rob Pelinka, ex Thunder, la cui prima mossa fa storcere il  naso a tifosi e critica: via il miglior sesto uomo della lega, Lou Williams, per il contratto in scadenza di Corey Brewer e una scelta (alta) al draft 2017.

Il futuro prossimo: l’estate 2017

La sensazione è che in California si stia ansiosamente aspettando l’estate. L’ennesima orribile stagione (ultimi ad Ovest ad oggi) garantirà una scelta alta in un Draft ricco di talento, mentre la liberazione di contratti pesanti dovrebbe permettere la possibilità di firmare free agent di primissimo livello.

Si parla di Paul George e di Russel Westbrook i quali garantirebbero da subito una squadra da playoff. Tutto dipenderà da cosa frulla per la testa di Magic: volere una squadra vincente da subito e totalmente dipendente da un singolo o far crescere i propri giovani in una comfort zone?

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Russell in maglia gialloviola: utopia?

Non c’è una strada giusta rispetto all’altra, solo l’esperienza insegna che Roma non è stata costruita in un giorno. D’altronde Magic e Kobe sono stati scelti al Draft dai Lakers e sono cresciuti, cestisticamente parlando, in California. Non dimentichiamoci però che entrambi sono stati vincenti con a fianco due superstar (Abdul-Jabbar e Shaq rispettivamente).

Se è vero, com’è vero, che non c’è due senza tre, i tifosi gialloviola potrebbero presto vedere realizzati entrambi i sogni: un roster giovane e talentuoso con una superstar di primissimo livello. Per sapere chi saranno il Kobe e lo Shaq del 2017, ripassare a fine anno.

Daniele Mengato

 

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