Perché odiate Joao Mario?

Joao Mario sul fondo del pozzo

Forse non è la felicità

 

La poetica della caduta in rovina costella la storia della letteratura sportiva e umana con una frequenza che probabilmente si avvicina a quelle dell’Amore o dell’Eroismo. In un’epoca di grandi exploit e tremendi drammi, il tradimento delle aspettative viene vissuto come un grande dramma, inconfessabilmente godurioso agli occhi dell’osservatore che si nutre di diffidenza e disfattismo.

Ogni anno nel nostro campionato, in ogni campionato, in ogni sport e in ogni ambito umano si può assistere allo psicodramma dell’uomo fragile che crolla sotto il peso delle pressioni mentali, dello stress indotto dalle aspettative sul suo percorso. L’Uomo, insomma, che sta all’antipodo del soggetto da American Dream: la sconfitta lo abbatte, la critica lo annichilisce e dopo un colpo rimane a terra con le mani sul volto a coprire le lacrime, invece di appoggiarle sul terreno per rialzarsi ancora.

Eccoci qui, davanti all’uomo fragile di questo anno calcistico italiano, eccoci davanti a João Mário Naval da Costa Eduardo, Joao Mario per tutti, bidone per i nemici; un ragazzo che oggi compie 25 anni eppure nessuno gli fa gli auguri. Evanescente fin dall’inizio della stagione, sfuocati i contorni, impalpabile la presenza. 

Come ha potuto un fenomeno in ascesa, valso circa quaranta milioni ai nerazzurri, giungere dall’essere titolare del Portogallo del miracolo Europeo ad essere considerato l’ennesimo bidone che storicamente occupa almeno uno degli slot in rosa all’Inter?


Combattere per l’incertezza

 

Le premesse stagionali, in fondo, erano molto buone: Joao veniva da una stagione in crescendo a Milano, dopo l’arrivo di Pioli aveva iniziato a ricoprire un ruolo che sembrava essergli cucito addosso. Sulla tre quarti, con la libertà di avvicinarsi e dialogare con l’esterno di fascia, un regista avanzato di buone proprietà di interdizione posizionale e dotato di strappo e visione di gioco; certo era ancora un giocatore che doveva migliorare e maturare sotto alcuni aspetti del suo gioco, ma tutto sommato sembrava essersi ambientato in quella società in una stagione comunque molto complessa (l’errore De Boer e il tracollo psicologico finale). 

Mentre Spalletti si sedeva sulla panchina della società targata Suning, molti commentatori si sperticavano in analisi tattiche di ipotetiche formazioni tipo dell’Inter gestita dall’istrionico allenatore toscano. Tutti concordavano in un’ossatura numericamente riconducibile al 4-2-3-1 che aveva allenato a Roma fino alla stagione precedente e tutti rivedevano proprio nel Nostro centrocampista portoghese l’uomo da collocare nella posizione che fu di Naingollan.

Ovviamente i due giocatori appartengono a due universi calcistici completamente diversi perché le doti in cui spicca il belga (resistenza, grinta, interdizione fisica, inserimenti e fiuto del gol) erano esattamente i punti deboli di Joao, essendo egli un giocatore dalla corsa compassata, che rifuggiva il contrasto e non aveva ancora sviluppato una certa affinità con il gol. Malgrado questa distanza, le doti motivazionali del tecnico certaldino e la sua vocazione ad un possesso offensivo che necessitava di una gestione del pallone molto a ridosso dell’aria di rigore avevano reso Joao Mario l’uomo ideale da plasmare secondo la dottrina spallettiana.

In un reparto di centrocampo dove, dopo la cessione di Kondogbia, erano presenti Borja Valero, Vecino, Brozovic e Gagliardini oltre al portoghese, ci si sarebbe potuti aspettare una sua frequente titolarità e un ruolo di responsabilità maggiore per lui. Al contrario delle previsioni Spalletti guida la squadra alle prime vittorie con una formazione tipo che lo esclude quasi ogni volta, dove al suo posto gioca lo spagnolo ex Fiorentina supportato dalla coppia Vecino-Gagliardini in mediana. 

Nella prima metà di campionato ha toccato raramente il campo con continuità, spesso gli è stato preferito Brozovic come primo sostituto ai tre titolarissimi, ed ha collezionato due sole presenze da 90′ ciascuna e un ulteriore bottino di circa 430 minuti in 13 gare (circa una mezz’ora ogni partita). In entrambe le partite giocate fino al triplice fischio (due vittorie, 0-2 @ Crotone e 5-0 contro il Chievo) ha messo a referto due assist che si aggiungono agli altri tre confezionati fra Agosto e Settembre. 

L’immagine in campo è quella di un giocatore poco determinato a cambiare il suo atteggiamento di gioco per guadagnare un posto da titolare, svogliato agli occhi dei tifosi e demotivato secondo il punto di vista di chi cerca di ritrovare un risvolto psicologico nei suoi problemi.


Come reagire al presente?

 

Qualunque sia la reale motivazione di questo tracollo, penso che sia assolutamente pressappochista ridurla ad una considerazione sulla velocità del gioco o degli spazi vitali ristretti nel calcio italiano rispetto a quello portoghese oppure ad una ancora più fallimentare bocciatura del giocatore in toto in quanto bolla di mercato scoppiata fra le mani dei nerazzurri.

Joao Mario è un giocatore di grande qualità e grande prospettiva futura, l’Inter ha un patrimonio in lui ed una società solida con un grande allenatore che possono gestire e proteggere il ragazzo nel suo percorso di crescita. Penso alla gestione di Dybala da parte della Juventus (con le dovute proporzioni, ovviamente), all’idea che mentre un tifoso può arrabbiarsi e maledirlo davanti alla televisione, davanti alle telecamere l’allenatore abbia il dovere di proteggerlo dalle critiche e permettergli uno sviluppo sereno e continuo, magari provando anche a cucirgli addosso un ruolo che sia a lui più affine invece di gestirlo come tappabuchi nella sostituzione di giocatori molto distanti da lui a livello di caratteristiche base. 

Sono piuttosto sicuro che dalla gestione di Joao Mario si capirà anche molto delle qualità e della serietà della società milanese, che riuscirà a recuperarlo mentalmente e renderlo un titolare al centro del campo, spianandogli nella migliore delle ipotesi la strada per diventare uno dei più ambiti centrocampisti europei. 

Le doti del portoghese sono innate, come i suoi peccati. Se riuscirà a concepire un reale percorso di crescita a lui affine che non passi attraverso lo sconforto provocato dal fallimento, allora probabilmente avremo la fortuna di vedere giocare nel nostro campionato un altro grande calciatore.

 

Alessandro Billi

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