La forza nei numeri: perchè le stats stanno ammazzando l’NBA

L’humus suburbano del tifoso NBA

Da ormai trent’anni l’NBA è un prodotto di consumo accessibile alle masse. Questa apertura verso il “grande pubblico” ha reso lautamente dal punto di vista economico attirando diversi profani verso il mondo della palla a spicchi.

L’identikit di questa tipologia di tifoso è presto fatto: si avvicina alla NBA perché “hanno le divise fighe”, apprezza in particolare un determinato giocatore (tante volte il primo che ha visto, della cui squadra si dichiara presto innamorato), ha giocato, forse, mezzora a basket durante l’ora di educazione fisica alle medie. Ah, dimenticavo: di solito tifa la squadra che vince in quel determinato momento o, se è particolarmente coraggioso, i loro acerrimi nemici.

In America hanno un nome per questa gente: bandwagoners. Tutti coloro i quali parteggiano per una squadra vincente ma che sono prontissimi a scendere dal carro nel caso in qui le cose iniziassero ad andare male.

Esiste una sottoclasse ancor più pericolosa dei bandwagoners veri e propri: i fan di uno specifico atleta, per i quali il LeBron o il Curry di turno diventa intoccabile.

A mio parere, questi sono ancor più pericolosi perché mettono il singolo davanti alla squadra. Sempre e comunque, facendosi forti delle fantasmagoriche stats del loro idolo del momento.

Medie e percentuali

A differenza del calcio in cui le stats di base sono limitate, il basket necessita di molti più numeri per poter quantificare il rendimento di un giocatore in una partita.

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Mister Tripla doppia Russel Westbrook: 31+10+10 abbondanti a serata.

Gli indici statistici usati più comunemente sono due: le medie e i rapporti (o le percentuali).

Le prime permettono di quantificare principalmente l’impatto in termini di punti, rimbalzi, assist, palle rubate, stoppate e palle perse. I secondi, invece, consentono di misurare l’efficacia di un giocatore in termini, ad esempio, di percentuale di tiri convertiti sul totale dei tiri tentati.

La valutazione complessiva dei due parametri dovrebbe consentire di esprimere un “giudizio” su una singola performance, su una stagione o su una carriera di un determinato giocatore.

Un veloce esempio pratico: se la media punti del mio giocatore preferito nel mese di marzo è stata di 30.1 punti potrò pensare di osannare un Fenomeno. Se tuttavia, vado a vedere che per fare quei punti ha dovuto tirare, in media, 30 tiri a partita realizzandone solo il 40%, forse lo dovrei un attimo ridimensionare.

L’analisi delle partite NBA, purtroppo, si ferma tante volte su poche, singole stats estrapolate troppo spesso dal contesto. Il singolo viene esaltato quando presenta medie di punti, rimbalzi e assist di primo livello senza andare, tante volte, a vedere cosa questi numeri hanno portato alla squadra.

Il caso Westbrook

I giocatori stessi sanno che, per poter aspirare allo status di Superstar (e ai loro contratti plurimilionari), dovranno presentare un curriculum fatto di medie fantasmagoriche anche a dispetto, talvolta, della squadra.

In questo contesto mi piacerebbe farvi riflettere su Russell Westbrook, fenomenale PG degli OKC Thunder e probabile MVP della Lega 2017. Il buon RW ha chiuso la stagione regolare con un’irreale tripla doppia di media: oltre 31 punti, 10 rimbalzi e 10 assist di media. Cose che non si vedevano dai primi anni ’60, un’Era Cestistica lontanissima.

Le stats di Russell, tuttavia, non hanno portato niente più di un sesto posto ad ovest per i Thunder e sono sembrate, ad un occhio attento, a volte forzate.

Sia chiaro, quello che ha fatto è Leggenda e rimarrà indelebile per sempre. A volte, però sembrava essere facilitato anche dai compagni. Un dato su tutti: 8.6 rimbalzi uncontested per gara. In pratica più dell’80% dei suoi rimbalzi sono arrivati saltando da solo, senza avversari (e compagni) a contestarlo. Su 107 giocatori nella Lega con più di 5 rimbalzi non contestati a partita, RW è il terzo.

Lo stesso vale per gli assist: tante volte abbiamo visto Westbrook penetrare e passare al lungo declinando la facile possibilità di appoggiare egli stesso a canestro.

Ok, l’assist che trovate qui sotto ci ricorda comunque che questo è pur sempre un Fenomeno…

Numeri da titolo

Abbiamo visto che le stats leggendarie di RW non gli permetteranno, salvo miracoli, di vincere il Titolo NBA quest’anno. Quanto contano quindi i numeri del singolo in una squadra da titolo?

Ve lo vorrei spiegare snocciolandovi le stats del più vincente giocatore dell’Era Moderna, Robert “Big Shot Rob” Horry, 7 volte campione NBA (con Rockets, Lakers e Spurs).

Ebbene: 7.0 punti, 4.8 rimbalzi, 2.1 assist di media con il 42.5% dal campo, il 34.1% da 3 e il 72.6% ai liberi. Il tutto condito da 3 sole stagioni in doppia cifra per punti in quasi vent’anni di carriera. Numeri da giocatore “normale”, non di certo da All-Star.

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Il Signore degli Anelli: Big Shot Rob.

Ma allora cosa conta veramente? Mille altre cose che vanno aldilà delle stats: sia in campo che fuori.

Fattori quali l’alchimia di squadra, la voglia di vincere, il sacrificio in campo,… non si misurano in alcun modo se non, forse, con le Ws.

Altri parametri, invece, come il coraggio di sapersi prendere le responsabilità o l’essere al posto giusto al momento giusto potrebbero essere, con strani algoritmi, calcolati ma comunque resterebbero fredde cifre messe a confronto con le emozioni che hanno saputo trasmettere.

A questo proposito, vi lascio un video di qualcosa che alle stats è stato archiviato come un semplice tiro da tre ma che ha una potenza più forte di qualsiasi tripla doppia. Interpreta, ovviamente: Robert Big Shot Rob Horry.

Ah, se pensate sia stato un caso isolato…

Daniele Mengato

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