LA LA LAND – Giovani stelle brillano a Los Angeles

Welcome to the city of stars

Ladies and Gentleman, Madames et Monsieurs, il momento sta arrivando. La giornata degli Oscar è sempre più vicina e dopo la scorpacciata ai Golden Globe, il favorito, con ben quattordici nomination, sembra proprio essere La La Land. Potevamo quindi noi del Brockford Post farvi mancare una recensione bella fresca? Ma certo che no. Quindi ecco a voi la prima recensione che ci accompagnerà alla serata del 26 febbraio. Ecco a voi La La Land.

In bilico tra l’oggi e il vintage, La La Land racconta una storia d’amore. Lei cameriera aspirante attrice, lui pianista jazz poco incline a scendere a compromessi. Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling) sono le stelle nascenti in una Los Angeles più sognata che reale. Attraverso la musica ci conducono in un viaggio verso la fine dei vent’anni e l’inizio di una vita adulta fatta di scelte e responsabilità.

And the winner is…

Non lo so. Devo fare mea culpa. Nella recensione di The founder l’ho sparata grossa. Ho davvero creduto che Keaton avrebbe potuto ricevere quantomeno una nomination, non è andata così. Riproviamoci ora con Gosling e Stone, che già sappiamo essere nominati entrambi.

Gosling è alla seconda candidatura, a dieci anni di distanza dalla prima (per Half Nelson) e se dieci anni fa forse era ancora più famoso come Young Hercules, oggi le sue quotazioni sono molto alte, come dimostra anche il Golden Globe vinto. C’è però da dire che ha una concorrenza molto alta per il premio. Da una parte un Casey Affleck (vincitore anche lui ai Globe, dove Lala Land Manchester by the sea non si scontravano direttamente). Dall’altra, questo più un mio parere, un Garfield, di recente passato a ruoli più impegnativi (Silence di Scorsese) per Hacksaw Ridge.

Stessa situazione anche per la Stone con una carriera in forte ascesa. Candidata due anni fa per Birdman, ora deve scontrarsi con la eterna Meryl Streep, un’ agguerrita Natalie Portman e la vincitrice per il film drammatico ai Globes Isabelle Huppert. Attenzione però, Elle, non è un film americano, mentre Jackie, con la Portman non potrebbe raccontare nulla di più americano. Le quotazioni dei due attori sono alte ma imparata la lezione di The founder eviterò di fare pronostici.

La situazione è ancora più in bilico per quanto riguarda la candidatura a miglior film e miglior regia. Damian Chazelle si era già avvicinato con Whiplash (suo secondo lungometraggio) a vincere una statuetta per la migliore sceneggiatura e miglior film. Pur fallendo era riuscito nell’impresa, comunque degna di nota di accaparrarsi tre premi. Miglior attore non protagonista (J.K. Simmons), miglior montaggio e miglior sonoro. Ora torna più maturo e con più chance. Anche per quanto riguarda il film staremo a vedere.

Dio benedica l’Ammmeriga

Dicevo prima dell’americanità, che sono convinto riempia fino all’orlo questo film. Sotto molteplici aspetti.

  1. That’s classic. Questo film prende una gigantesca ruspa, va verso i classici di Hollywood e prende a manciate idee visive, di sceneggiatura, di costruzione. Cita di continuo Gioventù bruciata, Casablanca, Cantando sotto la pioggia. Il risultato è un chiaro monumento a una Hollywood ormai scomparsa, come i musical MGM, il cui sapore vintage viene alleggerito dalla presenza di elementi contemporanei (il film sarebbe ambientato ai nostri giorni). Un’amore verso il proprio passato così è qualcosa che noi europei sentiamo meno, a ragione o torto, fate voi.
  2. I have a dream. Tutto il film è un inseguimento del proprio sogno. Lui diventare jazzista per aprire un suo locale, lei che vuole diventare drammaturga/attrice. Questa rincorsa può essere vista come il classico (si torna sempre li) desiderio di perseguire il Sogno Americano. Occhio a quello che si desidera.
  3. E’ Hollywood, bellezza. Sarà il prelievo di registi espressionisti che Hollywood ha fatto in Europa, ma è un bel po’ che noi del Vecchio Continente non riusciamo a raccontare le metropoli. Gli americani su questo hanno stravinto e nel caso particolare possiamo vedere La La Land come un anti-Collateral. Protagonista assoluta del film è infatti anche Los Angeles. Fredda metropoli nel film di Mann, caldo sogno nel film di Chazelle, la città si apre intorno ai personaggi e tutto si colora al passaggio degli amanti. Le stagioni infatti non sono quasi mai diverse tra di loro e gli inverni sono caldi come l’estate.

I colori del vento

Tecnicamente sono due le cose fondamentali in questo film. La musica e i colori. Più della regia, più della sceneggiatura, più dei due divi. La musica e i colori. Per la musica, come in Whiplash, Chazelle si affida a Justin Hurwitz, suo compagno di studi ad Harvard. Insieme a lui i parolieri Benj Pasek e Justin Paul, specializzati in composizioni per musical teatrali e serie televisive. Unico a comporre una canzone al di fuori dei tre è John Legend, che interpreta anche uno dei personaggi secondari. Due delle canzoni del film sono candidate all’Oscar e sono Audition e City of Stars, quest’ultima eseguita in due versioni nella colonna sonora ufficiale del film: una cantata solo da Gosling e una cantata dall’attore insieme a Emma Stone. Preparatevi a sentirle ce canticchiarle per un bel po’.

I colori non sono saturi e zuccherosi fino all’overdose, pur essendo vivaci. A volte la fotografia è piuttosto naturalistica e il colore è dato dal movimento dei corpi, dalla coreografia, dai costumi. Come una volta. E come nella meravigliosa scena iniziale di La la land, nell’ingorgo sulle autostrade di Los Angeles.

Stranger in the night

Another day of sun

Due divi dal sapore classico, canzoni che restano nella memoria (a partire dal tema), ottimismo e buoni sentimenti che non causano diabete, tanto colore. Sono questi i semplicissimi ingredienti che rendono La La Land, di Damien Chazelle un capolavoro riconosciuto da tutti. Se la consacrazione totale arriverà alla notte degli Oscar staremo a vedere, certo è che non ci dimenticheremo facilmente di Mia e Seb e del loro amore canterino.

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