La mia banda suona il Jazz

Cos’è e cosa rappresenta il basket nella terra dei Mormoni

Nello Utah, Stato caratterizzato da montagne e deserti, sono importanti due cose: la Fede, il 62% dei suoi abitanti sono membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, corrente maggioritaria dei Mormoni, e le Montagne, tanto che “Utah” sembra derivi da un’antica tribù il cui nome si traduce letteralmente come “gente di montagna”. Se per questo vi viene da pensare ad una realtà antica, ancorata al passato, bigotta vi sbagliate di grosso.

Come in WestWorld, serie TV di culto con Anthony Hopkins, dietro a questa patina antiquata si registra una modernità ed una crescita dirompenti che hanno portato lo Stato al top come qualità di vita negli USA, davanti a realtà ben più pubblicizzate.

Cosa si nasconde dietro ai Residenti in WestWorld.

L’Avatar di questa “riscossa sociale” è rappresentato dalla franchigia NBA di casa: gli Utah Jazz.

Il basket a Salt Lake City, capitale statale, è arrivato da New Orleans ad inizio anni 80 portandosi appresso un nome, Jazz, tipico della realtà della Louisiana ma che poco si addice alla sua nuova casa.

Nonostante un blando scetticismo iniziale, un popolo alto, fiero e profondamente devoto non può che stringere un legame viscerale con i propri eroi. Soprattutto se si tratta di ammirare e sostenere, nelle diverse epoche, campioni del calibro di Pistol Pete Maravich, John Stockton e Karl Malone (e la loro futura, in realtà più scarsa, reincarnazione in Deron Williams e Carlos Boozer).

In particolare, a metà anni 90, i Mormoni hanno potuto ammirare una squadra di campioni, guidata da un campione della panchina come Jerry Sloan (1146 vittorie in 23 anni a Salt Lake City), fermarsi solo al cospetto sovrannaturale di Sua Ariosità Michael Jordan, cedendogli per due anni di fila l’anello solo all’ultimo atto.

Dopo le due Finals consecutive raggiunte nel 97 e nel 98, i Jazz collezioneranno un’inaspettata finale di Conference nel 2007 presentandosi ai Playoff in sole 10 occasioni negli ultimi 18 anni. Pochino per una franchigia illustre e con un passato di questo calibro.

La Rinascita

La stagione NBA in corso, tuttavia, sembra rappresentare la tanto agognata inversione di rotta.

Una squadra che viene da 3 anni consecutivi sotto il 50% di vittorie in Regular Season, parte con pochi luci puntate addosso. Aggiungete pure che, in un’estate NBA ricca di movimenti clamorosi di mercato, i Jazz riescono a firmare solamente veterani come Diaw e Joe Johnson, oltre ad altri elementi più o meno di contorno (il migliore dei quali è sicuramente George Hill da Indiana). Nonostante i notevoli margini di crescita di Gordon Hayward e Rudy Gobert, sembra che anche quest’anno le soddisfazioni da togliersi siano poche.

E invece ad oggi la classifica recita quarto posto ad Ovest, davanti a franchigie decisamente più reclamizzate (Clippers e Thunder su tutte).

Com’è possibile che un roster privo di vere e proprie stelle, con qualche veterano, diversi giovani e qualche buon comprimario si trovi già con un piede e mezzo ai playoff? “Elementare Watson”: grazie all’amalgama.

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4/5 dello Startin Five dei Jazz versione 2016/17.

Coach Snyder, alla prima esperienza da Head Coach di una squadra NBA, è riuscito a ricreare lo spirito degli “uomini delle montagne” nei propri giocatori: umiltà, sacrificio, capacità di aiutarsi sono doti che ogni singolo elemento della società sembra incarnare. Un esempio su tutti: i veterani. Boris Diaw e Joe Johnson, due splendidi singoli, non si sono di certo creati una carriera NBA per le loro capacità di coinvolgimento dei compagni (JJ in particolare) e di abbassare il sedere in difesa. Ebbene oggi, a Salt Lake City, anche loro si sono messi al servizio del Bene Comune.

Hayward to Gobert

C’era una volta il PICK&ROLL, con tutte le lettere maiuscole, firmato Stockton e Malone, i quali lo giocavano nella maniera più devastantemente efficace possibile.

Oggi le fortune dei Jazz passano, per forza di cose, dalle mani della loro star conclamata, Gordon Hayward, e dalla loro Rising Star, un francese di 216 cm: Rudy Gobert.

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Gobert e Hayward: presente e futuro (?) del basket mormonico.

Gordon rappresenta il classico ragazzo che piace alle mamme dello Utah: bianco, pettinato, educato e talentuoso. Ad oggi è il miglior realizzatore di squadra (22.6 punti a serata) e il leader assoluto: un’ala piccola che fa gola a molte franchigie della Lega. Ah, dimenticavo, sarà un All Star.

Rudy, invece, gioca centro, viaggia ad una doppia-doppia di media a gara (13 punti e 12.6 rimbalzi a partita) e guida l’NBA dall’alto in merito a stoppate: 2.51 di media.

I due rappresentano la luce, rispettivamente, in attacco e in difesa per la propria squadra e li possiamo sicuramente collocare tra i primi 5 giocatori nei loro ruoli dell’intera NBA. In quanti lo pensavano ad ottobre? Non vedo mani alzate, giustamente.

Non sappiamo se i Jazz faranno molta strada nei playoff, probabilmente si fermeranno al massimo in semifinale di Conference, ma di sicuro questo gruppo incarna totalmente lo spirito delle montagne dello Utah e già per questo, per la sua gente, ha vinto tutto.

Daniele Mengato

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