La parafrasi della lettera di Totti

La parafrasi della lettera d’addio di Francesco Totti: ciò che ha detto e volutamente non detto

N.B.: in corsivo saranno riportate le parole di Totti, in stampatello minuscolo le parole dell’autore dell’articolo.

Grazie Roma, grazie a mamma e papà, grazie a mio fratello, ai miei parenti, ai miei amici. Grazie a mia moglie e ai miei tre figli. Ho voluto iniziare dalla fine, dai saluti, perché non so se riuscirò a leggere queste poche righe.

Sovvertire le regole, destrutturare ogni schema e paradigma. Francesco comincia la sua lettera d’addio dal fondo, dai ringraziamenti, quelli che solo lui non avrebbe mai messo alla fine. Sua moglie e i suoi figli sono gli ultimi della lista, ma nella struttura logica del racconto diventano i primi in ordine d’importanza.

È impossibile raccontare ventotto anni di storia in poche frasi.
Mi piacerebbe farlo con una canzone o una poesia, ma io non sono capace di scriverle e ho cercato, in questi anni, di esprimermi attraverso i miei piedi, con i quali mi viene tutto più semplice, sin da bambino

In queste poche righe sono nascosti più significati di quanto Totti stesso non voglia ammettere. Una canzone è la cosa più naturale e passionale che l’emozione umana possa partorire. Roma trasmette emozioni attraverso la storia, si racconta attraverso le parole di Venditti, che tanto sfiorano i pensieri di Francesco.

A proposito, sapete quale era il mio giocattolo preferito? Il pallone ovviamente! Lo è ancora. Ma a un certo punto della vita si diventa grandi, così mi hanno detto e cosi il tempo ha deciso.

L’eterna lotta tra istinto fanciullesco e caducità del tempo si schianta contro le volontà del capitano giallorosso. Un uomo obbligato da qualcuno a scorgersi su un panorama che puzza troppo di realtà per gli occhi di un innamorato. Un bambino non ha coscienza esatta del tempo che passa, non conosce il tempo, può solo immaginarlo e Francesco l’ha sempre e solo schivato.

Maledetto tempo. È lo stesso tempo che quel 17 giugno 2001 avremmo voluto passasse in fretta: non vedevamo l’ora di sentire l’arbitro fischiare tre volte. Mi viene ancora la pelle d’oca a ripensarci.

Il ricordo del grande giorno. Il momento esatto in cui Totti ha conosciuto un tempo amico, una gioia immensa. Dice questo mentre guarda i suoi figli, mentre Isabel gli allunga le braccia per accucciarsi sul petto del papà. Ora viene quella strana voglia di ricordare la vittoria e di celebrarla al fianco di quel “maledetto tempo”.

Oggi questo tempo è venuto a bussare sulla mia spalla dicendomi: “Dobbiamo crescere, da domani sarai grande, levati i pantaloncini e gli scarpini, perché tu da oggi sei un uomo e non potrai più sentire l’odore dell’erba così da vicino, il sole in faccia mentre corri verso la porta avversaria, l’adrenalina che ti consuma e la soddisfazione di esultare”.

L’immagine è poetica perché naturalmente partorita. La voglia di rinnegare la crescita è seduta in quel “tu da oggi sei un uomo”, che suona tanto d’imposizione esterna. Nelle parole di Totti si nascondono i suoi nemici fisici ed eterei, nei ricordi di Totti c’è amarezza, compensata solamente dall’amore che lo circonda.

Mi sono chiesto in questi mesi perché mi stiano svegliando da questo sogno. Avete presente quando siete bambini e state sognando qualcosa di bello… e vostra madre vi sveglia per andare a scuola mentre voi volete continuare a dormire…e provate a riprendere il filo di quella storia ma non ci si riesce mai… Stavolta non era un sogno ma la realtà.

La prima frase è un pugnale che trafigge il ventricolo sinistro dei tifosi della Roma. Qualcuno ha svegliato il capitano. La caccia al colpevole serpeggia tra le anime dell’Olimpico, ma il delitto è perfetto e probabilmente il carnefice non conoscerà mai sentenza.

E adesso non posso più riprenderlo, il filo. Io voglio dedicare questa lettera a tutti voi, ai bambini che hanno tifato per me, a quelli di ieri che ormai sono cresciuti e forse sono diventati padri e a quelli di oggi che magari gridano “Tottigol”. Mi piace pensare che la mia carriera diventi per voi una favola da raccontare. Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta. La piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai.

Francesco inconsciamente si muove in una dimensione onirica tra realtà e fantasia: vorrebbe rimanere altri 25 anni lì, abbracciato dai suoi tifosi, ma tutto intorno a lui si consuma il funerale. La favola, il sogno, il bambino: sono tutte allegorie che possono tracciare un percorso psicologico di Totti, sia come uomo, sia come calciatore della Roma. “Ora è finita veramente” è il primo grido d’aiuto di Francesco alla sua gente, perché per sui stessa ammissione lui è tutto fuorché “pronto a dire basta”.

Scusatemi se in questo periodo non ho rilasciato interviste e chiarito i miei pensieri, ma spegnere la luce non è facile. Adesso ho paura.

La richiesta di sostegno e la paura di non saper affrontare il mondo. La preoccupazione di un fanciullo che non sa come affrontare il “mondo dei grandi”, o semplicemente non vuol affrontarlo, perché schiacciato dalla paura stessa. “Ora è finita […] Adesso ho paura” sono le chiavi per leggere questo straziante addio di un uomo condotto sportivamente al patibolo dalle colonne del tempo e del business.

E non è la stessa che si prova di fronte alla porta quando devi segnare un calcio di rigore.

Stilettata a uno dei grandi nemici di Francesco Totti: Luciano Spalletti. Il vetriolo tra i due ha posto una barriera anti-comunicativa invalicabile. I 6 rigori sbagliati da Francesco nel primo ciclo “spallettiano” a Roma sono stati tirati fuori nell’ultima conferenza con l’unico intento di far male a tutti, ma a Francesco in primis, che dal dischetto ha regalato alcune tra le sue perle più luccicanti.

Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà “dopo”. Concedetemi un po’ di paura. Questa volta sono io che ho bisogno di voi e del vostro calore, quello che mi avete sempre dimostrato. Con il vostro affetto riuscirò a voltare pagina e a buttarmi in una nuova avventura.

“Concedetemi un po’ di paura. Questa volta sono io che ho bisogno di voi […]” è quanto mai chiaro ormai quanto la scelta non sia stata maturata in tranquillità da Totti stesso. Le scuse per le interviste mancate, per il supporto mancato alla squadra. Questo è un addio amaro, più amaro di quanto la cornice non dia a vedere. Questo addio è amaro quanto lo sguardo di Totti, quanto quella palla tenuta lontana dall’area di rigore al 51esimo del secondo tempo. Roma lascia il proprio bambino nelle mani del destino, di una nuova avvenuta dai contorni sfumati e non decisi.

Ora è il momento di ringraziare tutti i compagni di squadra, i tecnici, i dirigenti, i presidenti, tutte le persone che hanno lavorato accanto a me in questi anni. I tifosi e la Curva Sud, un riferimento per noi romani e romanisti. Nascere romani e romanisti è un privilegio, fare il capitano di questa squadra è stato un onore. Siete e sarete sempre la mia vita: smetterò di emozionarvi con i piedi ma il mio cuore sarà sempre lì con voi. Ora scendo le scale, entro nello spogliatoio che mi ha accolto che ero un bambino e che lascio adesso, che sono un uomo.

Il percorso è finito. La storia è scritta, la favola ha un lieto fine da fratelli Grimm, mai chiaro nemmeno all’ultima lettura possibile.

Sono orgoglioso e felice di avervi dato ventotto anni di amore. Vi amo.

Sento che l’addio di Francesco Totti cambierà la storia del calcio. Perché probabilmente le emozioni trasmesse durante il suo addio hanno fatto breccia nelle nuove generazioni di calciatori. Perché probabilmente Francesco Totti è uno dei pochi eletti in grado di cambiare i destini di chi lo circonda. Grazie di tutto Francesco, perché ora sappiamo che anche i bambini possono insegnare qualcosa agli adulti. Grazie perché ci hai fatto vedere tutto attraverso i tuoi occhi, quelli di chi ha ancora voglia sognare, quelli di chi probabilmente non è ancora in grado di smettere.

 

Testo della lettera riportato da La Stampa nell’articolo: “Grazie Roma, adesso ho paura“.

Parafrasi a cura di Stefano Uccheddu.

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