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La Rivoluzione cent’anni dopo: tante domande

1917-2017: cent’anni dalla Rivoluzione Russa

Sono passati cent’anni dalla Rivoluzione d’ottobre, in Russia. La portata storica di questo evento è stata immensa. L’instaurazione del comunismo in Russia ha cambiato indubbiamente il corso della storia. Ma si esaurisce tutto nei manuali di storia?

Quante volte abbiamo incontrato la parola “Rivoluzione”? Il simbolo di Che Guevara che invade magliette e asciugamani tinti di rosso. Quelle canzoni degli Ska-p che tanto ci hanno fatto saltare e ballare. Gli aforismi di Nelson Mandela, di Martin Luther King, di Bob Marley. Abbiamo legato più o meno inconsapevolmente l’idea di rivoluzione alla nostra adolescenza. Bene o male tutti siamo stati attratti da quel sentimento comune di voler distruggere e sconvolgere la vita, di voler abbandonare il bambino che siamo stati fino a quel momento. Ma questa non è Rivoluzione.

La parola Rivoluzione in senso politico deve essere usata nella sua reale accezione: è un movimento organizzato e violento con il quale si instaura un nuovo ordine sociale e politico. Quel sentimento adolescenziale di cui scrivevo sopra non ha nulla a che fare con la rivoluzione così intesa. In una rivoluzione si possono identificare due momenti precisi: lo “state breaking”, il movimento di massa dal basso che distrugge lo stato, e lo “state making”, la costruzione di un nuovo assetto sociale-politico-giudiziario-economico-militare. Se da un processo del genere emerge una nuova forma di stato allora possiamo parlare di rivoluzione. Altrimenti saremmo di fronte ad un golpe, che non ha un consistente appoggio dalla popolazione e al cui termine risulta cambiato solo il quadro dirigenziale. Mentre il sistema rimane uguale.

C’è un’altra delucidazione da presentare quando si parla di rivoluzione. Può sembrare un argomento fastidioso ma storicamente è così. Non a caso nella definizione di Rivoluzione si utilizza l’aggettivo “violento”. Riporto le parole di Mao Tze-Tung: “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”. Queste parole sono forti, certamente discutibili. Discutibili per l’influenza che può avere l’arte o la letteratura nei sentimenti rivoluzionari di un popolo, per esempio. Ma se guardiamo alla realtà dei fatti storici, se guardiamo a quelle due fasi, in particolare allo state breaking, è evidente che la rivoluzione è violenza. È sangue. È la rabbia che sale dal basso e che urla al cambiamento politico e alla giustizia. In questo non c’è spazio per le virtù di delicatezza, eleganza e tranquillità elencate da Mao Tze-Tung.

Domande

Alla luce di questi chiarimenti, come possiamo leggere oggi, nel 2017, la Rivoluzione Russa? Le domande che mi sono posto pensando alla Rivoluzione Russa è: è possibile oggi fare una rivoluzione? È necessario? Esistono ancora i presupposti per una rivoluzione? Esistono le classi sociali? Si può parlare di rivoluzione pacifica?

Non mi sono dato nessuna risposta. O meglio, nemmeno una delle riflessioni che si possono fare su questi argomenti si può esaurire in un articolo. Però sono domande che toccano ognuno. Riguardano noi come esseri umani che vivono in una società organizzata in un certo modo. Che può piacerci o meno.

La cosa di cui sono certo è che la storia è importante, anche in questi termini. E finché la storia ci fa riflettere sulla nostra vita è importante averla bene in mente, e non lasciarla dormire sterile su un manuale scolastico.

Samuele Nardi

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