La Siria del futuro

I fantasmi di Homs

Un futuro reportage della più comune conseguenza di una guerra: un’altra guerra


2 ottobre 2023. Ci troviamo in Siria da 74 giorni, e da 48 ore siamo accampati all’interno del perimetro di sicurezza circoscritto dalle truppe israeliane, a pochi chilometri dalla periferia di Homs. Questa mattina, il canale radio del Ministero della Difesa d’Israele ha annunciato che la città di Homs è stata liberata con successo. L’assedio è terminato, dopo più di due mesi di battaglia. Seduti dietro ai resti di una stazione di benzina, aspettiamo che scenda la sera e che Malik ritorni con una via d’accesso per la città. Non potremo seguirlo tutti, troppo rischioso. A sorte decidiamo chi andrà ed è così che stacco quello che sarà un biglietto di terza classe per un viaggio nella pancia del male.

Insieme a me c’è il resto della troupe: Johannes, il nostro fotografo, Erik, la nostra guardia del corpo, e Årald, il cameraman. A turno ricordiamo il primo giorno di guerra. Le sirene dell’antiaerea che tagliano l’aria, i caccia israeliani che orinano fosforo bianco sui quartieri in mano alle milizie iraniane, la pioggia di terra e asfalto in seguito ai colpi dei mortai e degli RPG. Ricordiamo, ma quasi non pare familiare il suono della nostra voce o l’autenticità dei nostri ricordi.


Lo scoppio della nuova guerra di Siria

Sembra così lontana la sera del 16 luglio 2023. L’aria era umida e le strade affollate. Fumavo una sigaretta appoggiato al balcone del mio alloggio a Tel Aviv. Improvvisamente la città è piombata nell’oscurità. Un blackout. Apparentemente nulla di allarmante. Nel cielo nero ecco ad un tratto brillare due stelle arancioni. Un pensiero mi paralizzò – Lo Scudo. In pochi secondi l’onda d’urto delle esplosioni procurate dai missili frantumarono i vetri della mia abitazione. Me la cavai con un paio di punti di sutura, ma più di 240 corpi non si rialzarono più in seguito all’attentato. Il rapporto dei servizi segreti parlò di missili di fabbricazione iraniana. Nessuna rivendicazione da parte di Hamas. Molta confusione da parte delle alte cariche iraniane. Un attimo, una settimana: Israele dichiara guerra all’Iran alle 9:21 della mattina del 21 luglio.

La premessa di una Siria distrutta

Malik riemerge dall’oscurità quando manca un’ora all’alba. Mi fa segno di seguirlo. Saluto la troupe. Dopo nove settimane di assedio, l’orchestra dei mortai è terminata. Ora il silenzio dimenticato della notte induce i miei nervi alla prudenza. Homs è una città che non esiste più, letteralmente e geograficamente. Malik, la guida, è riuscito a trovare un passaggio per raggiungere l’unico edificio risparmiato dall’artiglieria: il minareto della Moschea di Omar. Camminiamo chini tra i detriti per quaranta minuti, fino a trovarci di fronte ad una porta in ferro battuto non più alta di un metro. Non ci sono rumori intorno a noi, come se la Terra stessa avesse spirato prima del nostro arrivo. Non ci sono cani che abbiano, né voci di uomini, né pianti di donne. I checkpoint israeliani sono lontani, a guardia del perimetro di sicurezza che abbiamo violato. Le milizie iraniane, anch’esse distanti, battono in una silenziosa ritirata. Nessun aereo sulle nostre teste. La mano destra di Malik è appoggiata alla porta di ferro, quasi come a cercare un flebile battito cardiaco proveniente dal ventre di una città uccisa. I gazzettini israeliani non parlano di sopravvissuti. Ancora nessuno prima di noi si è avvicinato tanto a quello che una volta era il centro abitato di Homs.

La porta si apre e saliamo fino alla vetta del minareto. Ad ogni gradino che superiamo sembra che la gravità aumenti, come a volerci ricacciare in basso, rilegarci a terra. Adesso siamo in cima. Intorno a noi si estende palese il risultato della follia. Malik singhiozza coprendosi il volto. Io capisco che questa storia, la nostra storia, parla la lingua del male.

Ciò che non cambia in guerra

Mi risulta difficile descrivere ciò che mi si para tutto intorno. Uno spettacolo surreale, come se qualcuno avesse d’un tratto abbassato la saturazione del paesaggio circostante. Incerto, cerco la macchina fotografica nella tasca della giacca. Scatto qualche fotografia convinto di star immortalando un’allucinazione. Davanti a me si estende infinito lo spettro di Homs. Non esiste più nulla, nemmeno i ricordi. Ho di fronte l’immagine di qualcosa che era, di qualcosa che forse è stata, ma che ora è vuoto, ora è niente. Riconosco quello che era il boulevard principale della città. Assomiglia ad una lunga e disossata colonna vertebrale erosa dai proiettili incendiari. Sull’asfalto crepato marciscono le carogne delle vetture sventrate dai colpi dell’artiglieria. In quella che doveva essere una piazza, due carri armati ululano silenziosi alla Luna. Cupi aratri in campi di morte. Un primo raggio di sole si affaccia dall’orizzonte illuminando la carcassa della città e mostrandoci il profilo della morte che la notte ci aveva tenuto nascosto. Porto di nuovo la macchina fotografica davanti all’occhio destro. Cumuli di cadaveri creano nette variazioni di colore nel paesaggio, come nere metastasi che incrostano la sabbiosa superficie siriana. Contorte e inumane, braccia e gambe, busti e teste formano cespugli di rovi neri. Orbite vuote che anelano la luce di un’alba che non vedranno mai. Guernica, 2023.

Facciamo ritorno alla postazione dove avevamo lasciato la troupe. Sono arrivati i gazzettini: 73mila morti, centinaia di migliaia tra feriti e dispersi. Israele festeggia la vendetta, l’Iran promette ritorsioni, il mondo va avanti, ma i fantasmi di Homs aspettano che io narri la loro storia.

*Questo reportage è completamente frutto dell’immaginazione dell’autore

 

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