La storia continua: i Collettivi politici padovani

Storia dei Collettivi politici padovani

Bene, in  questo secondo articolo voglio parlarvi dei Collettivi politici padovani (Cpv) e di come Padova tra gli anni ’60 e ’70 conobbe un elevata fase di violenza politica.

Prima dei Collettivi politici padovani
Un giornale riporta un fatto di cronaca avvenuto a Padova nel 1974

Padova e Potere operaio

Padova, tra gli anni ’60 e ’70, poteva sembrare un’anonima città del Veneto agricolo e povero dell’epoca ma la presenza di una prestigiosa università rese la tranquilla vita di provincia alquanto movimentata. Per molti anni si susseguirono scontri di piazza, manifestazioni, occupazioni universitarie e attentati terroristici che le fecero conquistare una visibilità nazionale alquanto negativa.

I militanti di Potere operaio (Po) inaugurarono la stagione di violenza, quando nel marzo del ’72  si scontrarono con la polizia nei dintorni della casa dello studente “Fusinato”, secondo uno schema prestabilito che vide l’impiego di bombe molotov e l’uso di bastoni. Altri fatti minori si succedettero nei mesi successivi ma sarebbe stato il 1974 a fare di Padova una pagina importante della storia italiana.

Entrano in scena le Brigate Rosse

Le Brigate Rosse (Br) erano un gruppo terroristico italiano appartenente all’ultrasinistra  e attivo dalla fine degli anni ’60 fino alla prima metà degli anni ’80. Nei primi anni di vita le Br non si macchiarono di fatti di sangue ma si limitarono ad attuare sabotaggi in alcune fabbriche del nord Italia e al rapimento di dirigenti industriali come Michele Micuzzi (Alfa Romeo) o Ettore Amerio (Fiat) e del magistrato Mario Sossi.

Ma  a Padova cambia tutto.

Le Br il 17 giugno 1974 (i brigatisti erano presenti in Veneto fin dall’autunno del 1973) assaltarono la sede padovana del Movimento sociale italiano (Msi), all’epoca sito in Via Zabarella, alla ricerca di documenti comprovanti ipotetici colpi di stato orchestrati dall’estrema destra ma dentro vi trovarono solamente due militanti missini, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, che vennero uccisi.

Sono i primi omicidi perpetrati dalle Br. In Italia era iniziata la stagione di violenza brigatista che avrebbe raggiunto il suo punto più alto con il rapimento di Aldo Moro nel 1978. 

Nessuna ombra di dubbio sulla paternità brigatista dei due omicidi: la Direzione strategica (organo dirigenziale delle Br) ne rivendicò la responsabilità.

Nascita e struttura dei Cpv

Il convegno di Rosolina del giugno del 1973 sancì la fine di Po (prevalse la linea di Toni Negri che sosteneva la necessità di sciogliere il movimento e confluire nella nascente Autonomia operaia) ma a livello locale alcune sedi, tra cui quella padovana, provarono a portare avanti l’esperienza di Po. Quando i militanti patavini si resero definitivamente conto che la storia di Po era ormai conclusa fondarono i Collettivi politici veneti per il Potere operaio (Cpv).

La nuova organizzazione si dotò di una struttura verticale (Sv) e orizzontale (So) e finì  per articolarsi su un doppio livello pubblico/occulto che ricordava molto da vicino la strada seguita da Po dopo la Conferenza di Roma del ’71. 

La Sv vedeva ai vertici la Commissione politica (Co.Po) e la Commissione provinciale fabbriche che determinavano la linea del gruppo, seguite dal Collettivo politico (Coll.Po.) che fungeva da raccordo tra i vertici e la base formata dall’Attivo di zona governato dal Nucleo. La linea del gruppo era influenzata dalla capacità del Coll.Po. di consigliare ai vertici delle modifiche ai programmi del gruppo grazie alla sua capacità di recepire le istanze della base facendole così pervenire alla Co.Po..

Il bacino di reclutamento dei Cpv erano le strutture di massa (Sm) come i gruppi sociali, i comitati di lotta scolastici, universitari e operai che erano a loro volta infiltrate dai membri dei Cpv con il fine di condizionarne l’orientamento a favore di quest’ultimi. Grazie a queste Sm i Cpv raggiunsero un’elevata ramificazione territoriale che ne permetteva l’estensione sia in città che in provincia.

La So invece era formata dai mezzi di comunicazione del gruppo cioè la rivista Autonomia e Radio Sherwood che propagandavano nel territorio le azioni e le idee dei Cpv.

Il livello occulto e le principali azione dei Cpv

Il Fronte comunista combattente (Fcc) costituiva il braccio armato (quindi ne costituiva il livello occulto) dei Cpv, ed era il responsabile delle azioni violente del gruppo quando venivano utilizzati esplosivi e armi da fuoco. 

Il resto delle azioni violente dei Cpv venivano rivendicate usando diverse sigle: Rap (Ronde armate proletarie), Ooc (Organizzazione operaia per il comunismo) e Pco (Proletari comunisti organizzati). Il repertorio d’azione dei Cpv oscillavano tra i tradizionali scontri con la polizia (durante manifestazioni o comizi politici) e occupazioni di aule, studi e laboratori universitari che comportavano il sequestro dei professori e il blocco di esami e lezioni a nuove forme di violenza politica.

Infatti gli appartenenti ai Cpv sfoggiarono  una particolare “creatività violenta” attraverso la messa a punto di nuove tipologie di azioni violente: la temporanea occupazione di zone di città e le “notti dei fuochi”. Nel primo caso i militanti bloccavano alcune zone della città devastando e saccheggiando (definiti “espropri proletari”) negozi e sedi di partito, ricorrendo anche ad armi da fuoco, mentre nel secondo caso si trattava di colpire (di notte) più città contemporaneamente e serviva a  mostrare l’elevata ramificazione territoriale e capacità di coordinamento del gruppo .

Il Fcc si rese responsabile di nove azioni terroristiche tra attentati dinamitardi e gambizzazioni di personalità pubbliche padovane. Le vittime dei Cpv aggrediti o gambizzati furono i professori Guido Petter (psicologo), Angelo Venutra (storico,) Ezio Riondato (docente di lettere), Oddone Longo (preside della Facoltà di Lettere), il giornalista del Gazzettino Antonio Garzotto, il dirigente della mensa universitaria Gianpaolo Mercanzin e l’avvocato Vincenzo Filoso specializzato nella gestione di aziende in crisi.

I Cpv furono un gruppo ben strutturato e ramificato nel territorio ma alcuni elementi della loro storia (la comparsa di armi da fuoco in azioni non ascrivibili al Fcc) ci permettono di trarre due conclusioni. La prima è che la compartimentazione tra i diversi livelli non era a “tenuta stagna” e vi poteva essere la partecipazione di membri dei livelli occulti ad azioni pubbliche e la seconda è che ciò dipendeva da una possibile scarsità numerica degli affiliati all’organizzazione. La loro storia ci permette di legare i fatti delittuosi avvenuti a Padova in quegli anni a un’unica organizzazione che usava le diverse sigle delle rivendicazioni per offrire l’idea di una maggiore presenza autonoma in città. La particolare struttura del gruppo dimostra inoltre il chiaro legame con Po, perché come quest’ultimo era strutturato su un doppio livello pubblico occulto. I Cpv finirono per diventare l’espressione padovana dell’Autonomia operaia organizzata (Aoo) ma, è bene specificarlo, non nacquero da essa ma da Poter operaio e solo dopo le due realtà (Cpv e Aoo) finirono per sovrapporsi.

Zaramella Guglielmo

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