I lager esistono ancora. L’orrore del Campo 14

Ubbidisci o muori

Non provare a fuggire dal lager. Ai prigionieri non è permesso stare in gruppo. Non rubare. Bisogna sempre obbedire alle guardie. Denuncia ogni tentativo di fuga. Oppure ogni comportamento che desti sospetti. Il lavoro è sacro, e va portato a termine. Non devono esserci rapporti di alcun tipo tra i sessi. Pentiti dei tuoi errori, e la tua pena sarà più lieve. Non rispettare una di queste regole, e verrai giustiziato. Dieci semplici comandamenti. Da imparare a memoria, dal momento che da essi dipende il tuo stesso destino. Un macabro decalogo, che sembra uscito da una mente malata, alla Jigsaw. Eppure è così che Shin Dong-hyuk ha dovuto vivere per ben ventitré anni della sua vita.

Lui è riuscito a farcela, e ha potuto raccontare le atrocità quotidiane che passavano davanti ai suoi occhi. Perché Shin è un sopravvissuto. L’unico che sia riuscito a scappare dal terribile Campo 14.

 

Un lager nascosto davanti agli occhi del mondo

Questa struttura si trova in Corea del Nord, a nord-est della capitale Pyongyang. Ha una superficie pari a quella di Los Angeles, e se cercate con Google Maps, sarete tranquillamente in grado di individuarla.

E’ solo uno degli svariati “campi di lavoro” presenti sul territorio coreano. Perfettamente funzionanti. Il mondo, però, ha sempre fatto finta di non vederli; per il regime, semplicemente non esistono. Sin dalla guerra di Corea, negli anni ‘50, vennero destinati ai prigionieri; in tempi successivi, anche agli oppositori politici, a coloro che non erano abbastanza “soddisfatti” del regime, e a tutti quelli che avevano tentato di varcare il confine nordcoreano. Decine di migliaia di persone, qui internate, sono costrette a lavorare per 10-12 ore al giorno, producendo beni di prima necessità destinati principalmente all’esercito.

 

La vita qui non ha alcun valore

Shin appartiene ad una schiera molto particolare, quella dei “traditori figli di puttana”, coloro cioè che hanno avuto un parente che è fuggito dalla Corea del Nord. Arrestati e portati in questi lager, gli altri membri della famiglia saranno quindi costretti ad espiare i loro peccati fino alla terza generazione. Questi “impuri” dovranno procreare figli su cui poi verrà scaricata la colpa dei peccati che hanno commesso: Shin è uno di questi. Nato nel Campo 14 nel 1982, per oltre vent’anni non ha visto nient’altro che miseria, fame, brutalità. Denutrito e malaticcio, era oggetto di spietato bullismo (pratica incoraggiata dai sorveglianti), e lavorava in condizioni disumane.

Non ha mai ricevuto un’istruzione, perché quelli nella sua condizione non ne hanno diritto: solo le dieci regole, e giusto qualche parola per saper leggere e scrivere. Non può fare domande, quello che le guardie dicono è legge. E l’unica legge recita che lo Stato è buono e generoso, e fa il bene del popolo. Il resto è spazzatura, compresi i prigionieri.

 

“Mors tua, vita mea”, l’unica legge che vale

E’ un giornalista americano, Blaine Harden, del “Washington Post”, a raccogliere la testimonianza di Shin e a trasformarla in un libro, pubblicato nel 2012 (in Italia tradotto e pubblicato nel 2014 da Codice, una casa editrice minore). Un racconto che suscita subito interesse (Ecco l’articolo del “Washington Post” che parla di “Fuga dal Campo 14”)

Un’intervista lunga più di due anni, durante i quali Harden è riuscito a fare breccia nella scorza del ragazzo, e a farsi raccontare la terrificante esperienza che ha vissuto. Non è stato facile. Shin non si fidava di nessuno. Perché fidarsi, in quei dannati lager, significava mettere a rischio la tua incolumità. Il tradimento era l’unica merce di scambio nei rapporti con gli altri detenuti; e denunciare qualcuno che aveva commesso un qualche “peccato” poteva risparmiare a te altre punizioni. Anche se si trattava della tua famiglia. Questo clima trasformava quelle persone in esseri assolutamente insensibili, impermeabili a qualunque sentimento (per Shin, parole come “amore” e “rispetto” non avevano alcun significato), e mostruosamente egoiste.

 

Non servono (troppe) parole

Lo stile del libro è di una semplicità disarmante, coinciso, secco. Blaine non si lascia andare a giri di parole, non cerca la frase ad effetto: riporta per filo e per segno ciò che il sopravvissuto ha da raccontargli. Non cerca esercizi stilistici, o figure retoriche che possano abbellire il racconto. Si arriva dritti al punto, lasciando intendere che è così che gli è stata narrata la vicenda. Non viene mai usato l’ “Io” (tranne negli scambi verbali), ma il “Lui”, come se un occhio esterno e invisibile osservasse la scena. Nello scenario del Campo 14, si viene investiti in pieno da una crudezza e da una crudeltà pari a quella di “Arcipelago gulag”.

Uno scorcio del Campo 14

I pochi dialoghi sono scarni, diretti: al resto provvede la forza delle immagini, alcuna davvero agghiaccianti. Descrizioni che lasciano il segno nelle coscienze, potenti come pugni nello stomaco, da brividi lungo tutta la schiena. E in tutto questo si muove la figura del ragazzo nordcoreano, sballottato in quell’inferno in terra, senza amici, senza sensazioni, un guscio vuoto che si agita nel vento.

 

Una storia che lascia il segno

Se si vogliono emozioni come quelle che lasciava “Se questo è un uomo”, allora si cerchi da un’altra parte. Il racconto è freddo, distaccato, quasi un elenco di eventi che si sono succeduti così perché così è che sono accaduti. D’altronde, lo stesso protagonista si comporta nello stesso modo, come un automa. Assiste all’uccisione dei familiari , vede bambini picchiati a morte per furto, subisce anche torture indicibili; l’unica “speranza” a cui si aggrappa, nel suo peccato auto-indottrinato, è che questo prima o poi finirà.

Le cicatrici derivate dalle ustioni
I segni del filo spinato elettrificato

Tutto cambia quando conosce, all’interno del lager, delle persone che gli instillano non tanto l’istinto di libertà, quanto la curiosità, ad esempio per il cibo (le uniche cose che mangiava erano mais e cavoli, quando non i ratti…); da lì allora decide di scappare. Un’odissea che, pari a quella omerica, trascina questo ragazzo in mezzo a peripezie di ogni genere, in Cina e poi finalmente in Corea del Sud. Con un’abbondante (ammettiamolo pure) dose di fortuna, Shin riesce a salvarsi.

 

Parole d’inchiostro pesanti come macigni

Questo libro-inchiesta esce nelle librerie con la potenza di una bomba. Uno shock a livello editoriale e non, che accende un grosso riflettore sui lager nordcoreani. Shin, nonostante alcune contraddizioni e lacune emerse dal suo racconto (ad esempio riguardo la morte della madre, oppure sul fatto che avesse già provato a scappare), diventa un paladino dei diritti dei perseguitati. Riesce persino a superare i difficili problemi di ambientamento per iniziare a “costruirsi” finalmente come persona. Sulla sua vita producono anche un documentario.

Numerose organizzazioni umanitarie iniziano a fornire aiuto e supporto ai rifugiati; l’ONU e gli Stati Uniti mettono Pyongyang nel mirino, lanciando accuse sulla totale mancanza di tutela dei diritti umani. “Fuga dal Campo 14” non è stata la prima voce a levarsi fuori dal coro (c’erano già state altre testimonianze), ma certamente la prima ad aver squarciato un velo di ipocrisia e menefreghismo: forse la via che porta al crollo di una dittatura passerà anche attraverso le pagine di un libro.

 

Michele Pieloni

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